Da Nigrizia di febbraio 2011: WikiLeaks, il commento
Le informazioni rese note dal sito web consentono di valutare meglio di che stoffa sono fatti molti governanti africani e quale tipo di attenzione (interessata) hanno le potenze mondiali nei confronti del continente.

L’Africa è ben piazzata nella galassia WikiLeaks, contrariamente a quanto ci si poteva forse aspettare. Migliaia e migliaia di dispacci riguardano governi, singoli leader, circoli di potere, processi elettorali, geopolitiche regionali, situazioni economiche. In posizione preminente, la Nigeria, il Sudafrica e l’asse nilotico Cairo-Khartoum. In buona posizione sono anche l’Africa Occidentale, il Corno d’Africa e il Grande Maghreb, comprendente Libia e Mauritania, oltre al nucleo storico (Marocco, Algeria e Tunisia). Wiki-Leaks mostra una diplomazia tenacemente impegnata a raccogliere informazioni d’interesse generale, certo, ma pure notizie che possano essere usate a tempo debito contro qualcuno, allo scopo evidente di condizionarlo ed esercitare pressioni in caso di necessità. Senza esitare a infiorare queste notizie con pure e semplici perle gossippare.

 

Ma al di là delle singole notizie, più o meno note agli addetti ai lavori e alla stampa specializzata, sembra che, per quanto riguarda l’Africa, WikiLeaks voglia raccontarci una storia a intreccio doppio: l’uno ha a che fare con la scarsa qualità politica dell’attenzione internazionale riservata all’Africa; l’altro riguarda il torrente di cattive pratiche che percorre l’intero continente.

 

 

Françafrique vive

La prima misura della scarsa qualità politica della comunità internazionale nei confronti dell’Africa si chiama, ancora una volta, Françafrique. Il dispositivo creato da Jacques Foccart, braccio destro di Charles de Gaulle all’epoca delle indipendenze africane, perché fosse realizzato il gattopardesco “tutto deve cambiare perché nulla cambi”, è vivo e rigoglioso. Sulla “Franciafrica” sono stati scritti saggi e ricostruzioni storiche. Nigrizia se n’è occupata più volte, mettendo in luce la varietà e la rocciosa persistenza degli interessi in gioco, come pure l’immutabilità dei comportamenti degli attori che, nel corso dei decenni, si sono mossi sulla scena franco-africana. E ciò a dispetto dell’alternanza di personaggi e di gruppi di potere all’Eliseo, al Quai d’Orsay e dintorni. Recentemente, un documentario sulla Françafrique, trasmesso dalla televisione francese, ha fatto scalpore: per la prima volta, il complicato dedalo è stato raccontato al grande pubblico e svelato ai giovani che del passato coloniale della Francia hanno solo vaghissime reminiscenze scolastiche.

 

Niente di nuovo, dunque. Eppure, fa una certa impressione rivedere oggi, attraverso WikiLeaks, le pratiche oblique di sempre. A Libreville (Gabon), ad esempio, con il cadavere ancora caldo di Omar Bongo, quando si è trattato di assicurare il passaggio dinastico del potere al figlio Ali. Eppure, Sarkozy aveva promesso grandi rivolgimenti nei rapporti tra la Francia e l’Africa. Questo lo spiraglio del tutto “amorale” e “pragmatico” intravisto dalla diplomazia per inserirsi in un gioco africano poco aperto alle istanze americane, soprattutto securitarie.

 

Lo smantellamento, o almeno la riconfigurazione, della Françafrique avrebbe potuto significare il rilancio di Africom, il dispositivo militare statunitense in Africa, recuperando in qualche modo le basi francesi in via di riorganizzazione. Allo stesso modo, un mutato atteggiamento della Francia, più possibilista nei confronti degli Stati Uniti, avrebbe permesso di sviluppare più efficaci sinergie per contenere le spinte espansive della Cina, sia sul piano economico che su quello geopolitico. A questo riguardo, secondo indiscrezioni fatte filtrare a Pechino dall’incaricato d’affari francese Nicolas Chapuis, nel maggio 2009, Parigi arriva a immaginare persino una specie di Yalta, o un nuovo Congresso di Berlino, per la spartizione delle aree e settori d’influenza in Africa!

 

Ma al di là dei mutamenti di stile introdotti da Sarkozy, rimangono i comportamenti disinvolti, i patti segreti, le clausole capestro, le paludi melmose dei finanziamenti incrociati, i successi e i rovesci di sempre, dall’Angola al Rwanda, dal Marocco al Madagascar, dal Togo al Camerun, dal Senegal all’Rd Congo e al Niger. Decisamente, come nota un diplomatico, «eliminare la Francafrique è assai più facile a dirsi che a farsi».

 

 

Business & security: l’America di sempre

Ma di qualità modesta è pure la politica africana degli Stati Uniti. Da quando Washington ha pensato di sviluppare una politica per il continente, con la caduta del muro di Berlino, i capisaldi di ogni abbozzo di ragionamento sono stati sempre e solo due: business & security. Nessuna visione per il continente, seppur traguardata con un prisma americano inchiodato alla politica “commercio-non-aiuti”. Nessuna prospettiva, non diciamo organica, ma almeno di qualche respiro, capace di andare oltre questo o quell’annuncio ad effetto. E ciò, indipendentemente dalle casacche politiche indossate a Washington, democratiche o repubblicane, e nonostante il susseguirsi di consiglieri speciali, ministri degli esteri e persino presidenti afro-americani.

 

I timori securitari sono massicciamente presenti già negli anni 1990, funestati dal disastroso intervento di George Bush senior in Somalia, con l’operazione Restore Hope. Attenuatisi per un po’ con il ritiro del corpo di spedizione deciso da Clinton, essi si sono intensificati fino a farsi pervasivi dopo l’attentato alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001. Preoccupano fortemente quelle che sono ritenute le porte d’ingresso del terrorismo al-quaidista in Africa: Somalia e Sudan. L’urgenza di Africom si giustifica per il rischio di questa penetrazione. Il comando militare americano in Africa, poi, si fa tanto più impellente in quanto la striscia sahelo-sahariana, incernierata tra Mali e Algeria, diventa una specie di terra di nessuno, dove si svolgono traffici d’ogni tipo (uomini, armi, droga), all’ombra dei quali prosperano i gruppi salafiti. Qui non si tratta più, dice il presidente maliano Amadou Toumani Touré, di distruggere qualche base terrorista, ma di «riprendere in mano il territorio».

 

Nella regione dei Grandi Laghi, affari e sicurezza sono indistinguibili. Le risorse minerarie congolesi fanno da sfondo alle azioni diplomatiche che gli americani sviluppano a tutto campo. Con i dirigenti di Kinshasa, Kigali e Kampala, certamente, ma anche con le forze di opposizione, comprese le varie ribellioni. Dal canto suo, la Nigeria – massimo produttore di petrolio nel continente – condivide con il Sudan il picco dei dispacci inviati dai vari paesi africani.

 

Il “buon governo” è stato – ed è – uno dei cardini del giudizio internazionale su uomini e governi. Ma ecco WikiLeaks, che offre invece una rassegna delle “cattive pratiche” in Africa. Le filiere corruttive anzitutto, attive un po’ dovunque. A nord, la ex Tunisia di Ben Ali, pur fedelissima alleata degli Usa nella lotta al terrorismo, era un paese che sarebbe cresciuto economicamente a un tasso invidiabile, ma era guidato da un regime sclerotico. Le mani rapaci di una corte infetta, che includeva membri della famiglia presidenziale, si allungavano dovunque ci fosse una speculazione da fare, un gruzzolo da portare a casa.

 

L’attivismo affaristico non risparmia la famiglia reale marocchina, né l’entourage del presidente senegalese Abdoulaye Wade. All’altro capo del continente, lo Zimbabwe di Robert Mugabe, «vecchio pazzo» secondo le confidenze del ministro degli esteri sudafricano, è allo stremo, con un tasso d’inflazione alle stelle e un impoverimento della popolazione ai limiti del pensabile. Eppure, deve fare i conti con un’altra corte infetta, dominata da Grace, la moglie del presidente, impegnata a fare «enormi profitti» con il traffico illecito di diamanti. I petrodollari nigeriani rimpinguano i forzieri della famiglia di Yar’Adua, in cui si staglia la figura di Turai, la moglie del presidente morto lo scorso anno. Ma neppure scherzano uomini come il leader sudanese Omar El-Bashir, che avrebbe messo al sicuro all’estero qualcosa come 9 miliardi di dollari, stornati dagli introiti petroliferi.

 

Altro ricco campionario di cattive pratiche è quello legato ai maneggi della politica. Si segnala l’attivismo attorno al presidente egiziano Hosni Mubarak, per favorire la transizione dinastica del potere al figlio Gamal, avversato, a quanto sembra, dalle gerarchie militari. Come pure le manovre dell’ivoriano Laurent Gbagbo, per difendere il proprio vacillante potere in vista delle elezioni presidenziali del 2010.

 

Continuare nell’elenco sarebbe lungo, e non sempre potrebbe essere condivisa una certa inclinazione scandalistica dei dispacci, come alcuni tra quelli provenienti dalla Libia, dal Sudafrica, dalla Mauritania, dal Marocco o dall’Algeria. Ma almeno qualche “fuga” dalla Nigeria va segnalata: lo strapotere della Shell, che «ha accesso a ogni cosa» e avrebbe persino propri servizi d’intelligence che monitorano i traffici diretti ai movimenti armati del Delta; o le sperimentazioni di un antibiotico per la meningite, effettuate dal gigante farmaceutico Pfizer nel 1996, nello stato di Kano, che causarono la morte di 11 bambini, con danni e disabilità gravi per decine di altre persone.

 

Ci sono osservatori che parlano di un ottimismo crescente in Africa e nei confronti dell’Africa, sull’onda del successo dei Mondiali di calcio. Alcuni istituti di ricerca privati vedono nei paesi africani addirittura dei “leoni in movimento”. Se non altro, WikiLeaks ci riporta un po’ con i piedi per terra.





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