Rd Congo / Delitto di regime
Floribert Chebeya si batteva per i diritti umani nelle Repubblica democratica del Congo. È stato ucciso mercoledì scorso. Omicidio politico, secondo molti del suo entourage. La testimonianza di chi l’ha conosciuto.

Era scomparso dalla sera precedente e, mercoledì 2 giugno, la polizia congolese lo ha ritrovato privo di vita sulla sua auto, nella periferia ovest di Kinshasa, capitale della Repubblica democratica del Congo: Floribert Chebeya Bahizire, 47 anni, attivista per i diritti umani e presidente dell’organizzazione non governativa (ong) Voix des sans voix (Voce dei senza voce), è stato ucciso. Del suo autista Fidèle Bazana non si hanno più notizie.

 

Difficile per ora ricostruire quanto accaduto. E difficile dire se si arriverà mai a una verità giudiziaria sull’ennesimo omicidio politico nell’Rd Congo. Era stata la moglie, la sera prima, a dare l’allarme: era rimasta in contatto telefonico col marito fino al tardo pomeriggio, poi più nulla. Lui si stava recando all’Ispettorato generale di polizia, dove era stato convocato il giorno precedente, e aveva un appuntamento alle 17,30 con l’ispettore capo, il generale Numbi. Con un sms, Chebeya informava più tardi la moglie di non essere stato ricevuto e che avrebbe fatto un giro all’Università pedagogica nazionale. Di lì, più nulla. L’uomo non ha più risposto alle telefonate della consorte.

 

Le reazioni

Rammarico per l’accaduto è stato espresso dalle autorità congolesi per bocca del vice ministro dell’Interno e della Sicurezza, che ha anche porto le condoglianze alla famiglia a nome del Ministro dell’interno Adolphe Lumanu. Preoccupazione è stata manifestata dalla Monuc, la missione Onu in Congo: Alan Doss, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu, chiede un’inchiesta seria e indipendente.

 

Sotto choc gli amici e gli altri attivisti. In una dichiarazione rilasciata a Radio Okapi il presidente dell’associazione Amici di Nelson Mandela, Robert Ilunga, ha affermato: «Ci avviciniamo alle elezioni e i difensori dei diritti umani sono in pericolo». Timothée Mbuya, presidente dell’associazione Asadho (Association africaine de défence des droits de l’homme) in Katanga, mette in dubbio la versione ufficiale sulle circostanze della morte di Chebeya e invita le ong ad una marcia di protesta.

 

Secondo Crispin Kobolongo, presidente dell’ong Action contre les violations des droits des personnes vulnérables (Acvdp), «questo atto ignobile continua a dimostrare il progetto di far fuori e di intimidire i difensori dei diritti umani e i giornalisti». Kobolongo aggiunge che in questi casi i congolesi sono abituati a inchieste che non giungono mai a risultati concreti. Un altro amico sottolinea: «Oggi lui, domani io. Siamo tutti sulla lista nera».

 

E proprio il fatto che Chebeya sia stato visto l’ultima volta all’ispettorato di polizia e sia stato ritrovato il giorno dopo dalla stessa polizia (che più volte lo aveva arrestato in questi anni) a qualcuno fa puntare il dito direttamente contro gli agenti.

 

Un ricordo

Personalmente, ho incontrato Floribert nel gennaio 2003 a Kinshasa. Un incontro rocambolesco che già di per sé la dice lunga su come vivesse l’attivista e quali rischi corresse già allora. Come Beati i costruttori di pace stavamo seguendo da vicino l’evolversi della situazione del Congo in guerra, dopo una prima azione di pace che si era tenuta nel 2001 a Butembo e una seconda programmata per il 2002 a Kisangani, che non aveva potuto aver luogo. Un amico aveva pensato di farci incontrare il presidente di una piccola ong che si batteva con coraggio per la difesa dei diritti umani: la Voix des sans voix.

 

Quel giorno ci diedero appuntamento in un luogo aperto, nel centro città. Lì si presentò un uomo che non conoscevamo, ci intrattenne per un po’, facendoci varie domande, poi ci disse di seguirlo. Entrammo in un piccolo negozio. Seguimmo l’uomo nel retrobottega e lì ci fermammo in una stanza senza finestre, con un tavolo e alcune sedie. Quando si sentì sufficientemente rassicurato su di noi e le nostre intenzioni, fece una telefonata. Dopo un po’, arrivò Floribert. Già allora era costantemente minacciato. Ci raccontò con modi fermi e pacati delle continue violazioni dei diritti umani commesse dalle autorità e dal governo di Joseph Kabila, che lui descriveva con molta durezza.

 

Erano i momenti in cui tutta l’attenzione era puntata all’est, con la guerra. Floribert parlava di quanto avveniva nella capitale, ma cercava anche di sensibilizzare i concittadini sulle sorti dei propri connazionali a Kisangani, Bukavu, Goma. Con particolare forza ci parlò della sistematicità con cui sparivano gli oppositori politici e gli attivisti e del clima di terrore attorno al giovane Kabila. All’epoca era in corso il processo per l’omicidio di Laurent Désiré Kabila (padre Joseph) e tante erano le voci, le illazioni e i retroscena che si raccontavano sull’accaduto e sui mandanti occulti. A tutt’oggi, in effetti, non si è andati oltre le condanne per gli esecutori materiali dell’assassinio, sui quali alcuni nutrono peraltro parecchi dubbi.

 

Al termine del nostro incontro, Chebeya se ne andò discretamente da un’uscita laterale, dopo averci raccomandato di aspettare e di non uscire insieme a lui. Dieci minuti dopo, l’altro uomo ci accompagnò da un’uscita posteriore del negozio, attraverso un dedalo di viuzze, fino a farci sbucare nuovamente su una delle strade principali di Kinshasa.

 

Così viveva da anni Floribert Chebeya, nascondendosi e guardandosi continuamente le spalle, senza mai piegarsi alle intimidazioni continue e continuando a denunciare in particolare le violazioni della libertà di stampa, della giustizia e dei diritti carcerari. A Kinshasa era divenuto negli anni la voce forse più rappresentativa dei difensori delle libertà fondamentali.

 

La sua voce non si leverà più per denunciare, accusare, difendere. A volte poteva sembrare quasi fazioso: era un uomo di parte, certo. Stava dalla parte dei più deboli.