Nigeria, cosa insegna la vittoria di Buhari

Nel paese più importante dell’area, con le maggiori turbolenze politiche, nel 2015 è avvenuto una alternanza indolore ai vertici dello stato. Segnale importante anche per i vicini più allergici alla democrazia.

«Ma è un musulmano!». Così, sgranando gli occhi incredulo, un giovane nigeriano che stazionava lungo una via commerciale di Milano rispondeva alla mia domanda sul perché non ne volesse sapere del candidato dell’opposizione. Intanto, però, diversi influenti media occidentali – tra i quali The Economist e Financial Times – invitavano gli elettori della Nigeria a dare una chance proprio a Muhammadu Buhari, un aspirante presidente che presidente lo era già stato nei primi anni Ottanta, ma in tenuta militare. Su di lui si concentravano le speranze che il paese potesse uscire dalla congiuntura particolarmente sfavorevole in cui si trovava all’inizio del 2015 – con il prezzo del petrolio a picco e l’escalation del terrorismo islamico interno – e riprendere slancio nell’affrontare la grande sfida dello sviluppo.

La Nigeria di oggi conta più di ogni altro singolo stato nella regione. Nonostante l’area subsahariana comprenda 49 paesi indipendenti, quasi uno su cinque dei suoi abitanti è nigeriano. Da record sono anche i 250 gruppi etnici e le oltre 500 lingue che solitamente vengono attribuiti al colosso dell’Africa occidentale, seppur buona parte della popolazione appartenga a una delle tre maggiori comunità (hausa-fulani, yoruba e igbo). Il Pil del paese, cresciuto a grandi passi per una quindicina d’anni, è arrivato a valere circa un terzo dell’intera economia della regione. Le esportazioni e le riserve di petrolio non hanno pari neppure tra i paesi dell’Africa mediterranea. Ma pochi paragoni trova anche la vastissima corruzione che da sempre permea l’amministrazione del paese. E, per non farsi mancare nulla, è nigeriana anche la maggiore crisi contemporanea a sud del Sahara, legata all’insurrezione islamista di Boko Haram, nel nordest.

Nel bene e nel male, la Nigeria è un riferimento imprescindibile nell’Africa subsahariana. Una potenziale corazzata, ma, evidentemente, ancora troppo fragile. Fin da quando i britannici assemblarono questa entità artificiosa – che teneva assieme realtà sociali, culturali ed economiche molto diverse tra loro ? guidarla è sempre stato un rompicapo. Come ebbe a dire un secolo fa il governatore generale della colonia, Sir Frederick Lugard, «il nord e il sud sono come l’olio e l’acqua. Non si mischieranno mai». (…)

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*Giovanni Carbone ha curato l’intero dossier di Nigrizia del mese di febbraio 2016. È professore associato presso l’Università degli studi di Milano ed head, Osservatorio Africa dell’Ispi.

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