I COLORI DI EVA – giugno 2010
Ubah Cristina Ali Farah *

Londra, Victoria Station. Sono con Kinsi Abdulleh, artista visiva e attivista sociale lungimirante, che inaugurerà tra poco la rivista femminile Scarf, incentrata sui temi della diaspora africana. Vogliamo incontrare Maryam Mursal, nota in Somalia per la sua voce e il suo coraggio; ha già al suo attivo due album, prodotti dalla Real World di Peter Gabriel: New Dawn e The Journey.

Ci dirigiamo verso Southall, un quartiere in prevalenza somalo della West London. Cerchiamo il negozio di Maryam. Chiediamo informazioni. Dopo tanto girovagare, ci viene indicato un vicoletto in terra battuta. Ci guardiamo perplesse. La luce è fioca. Il luogo sembra isolato: un ponte sospeso tra due dimensioni. Ma ciò che troviamo fuga i nostri timori: un suk vitalissimo, dove si vendono stoffe, profumi, merci di ogni genere. Il tutto, gestito da tre generazioni di somale. Maryam ha un negozio qui.

Pare un sogno spuntato all’improvviso. Persino Kinsi, che pure frequenta la zona, non ne sa niente. C’è un’atmosfera eccitante tra l’intraprendenza di queste donne e l’esuberanza di Maryam. L’artista – un fazzoletto blu tra i capelli – fuma, riceve clienti, organizza concerti. È come se fosse perennemente sul palcoscenico.

Ci accoglie in un box non ancora riempito di merce. La musica è a tutto volume. Dal ristorante vicino Maryam fa venire riso speziato, carne di capretto e di pollo, insalata fresca e peperoncino verde. È tutto abbondante e delizioso.

Poi, parliamo con le donne. Le interviste procedono come una performance collettiva. Tutte vengono o per ascoltare o per dire qualcosa: sulla politica, sugli uomini, sul loro iniziale spaesamento e sul senso di comunità che hanno trovato costruendo insieme quel mercato. Lodano Maryam perché la sua presenza anima le loro speranze. Le riconoscono il fatto che non si sia mai data per vinta, neppure quando in Somalia fu allontanata dalle scene per aver criticato il governo.

Maryam: «Sono stata la prima donna a guidare un taxi a Mogadiscio. Tutti m’insultavano. Ma io me ne fregavo. Volevo lavorare per i miei figli, perché non mancasse loro nulla. Oggi, quando vedo donne che guidano gli autobus, mi ricordo della mia battaglia iniziata 40 anni fa. E sono felicissima».

Persino la scelta di aprire il negozio Botaan Business Centre le ha procurato non poche critiche. «Mi dicono che sono caduta in basso. Ma che c’è di male nel darsi da fare? Quando non sono in tournée, vengo qui per stare con le altre donne. E do loro coraggio. Perché dovremmo chiuderci nelle nostre case? Qui possiamo stare insieme, mangiare, chiacchierare, badare ai bambini e agli affari, ricevere e consigliare le donne che acquistano le nostre merci. La sera torniamo a casa stanche e felici».

Nata nel 1950 a Galkacyo, Maryam è vissuta a Mogadiscio dall’età di sei anni fino allo scoppio della guerra civile (1991). Ancora sedicenne, aveva cominciato a lavorare al Teatro nazionale somalo. «Il presidente Siad Barre faceva credere a noi artisti che eravamo degli intellettuali. Quando, a 42 anni, sono arrivata in Danimarca, mi sono resa conto di quanto fossi ignorante. Ho frequentato la scuola per nove anni e ho capito quanto sia “dolce” la conoscenza. La persona che non sa è cieca».

Ha ottenuto un diploma di educatrice. Oggi il suo sogno è di tornare in Somalia e costruire asili infantili in ogni angolo del paese. «Li dirigerò in base a ciò che ho imparato», dice. E le donne che ci ascoltano esclamano: «Facciamola presidentessa! ». Lei si schermisce. Una di esse insiste: «Quando scoppiò la guerra, un trafficante mi doveva 7.000 dollari. Fu lei ad alzare la voce e a farmi dare i miei soldi. È un derbiga dumarka (“muro di difesa delle donne”)».

Il suk di Southall non è un universo dal quale gli uomini sono banditi. Ancora vivo è il ricordo di Mohamed Ismail Koofi, il marito di Maryam, scomparso di recente. Oggi c’è un nuovo amico, un uomo alto, con i baffi, sempre ben vestito. Appare silenziosamente e racconta storie. Storie di lealtà e di amicizia. Ed è lui a congedarci a fine serata, recitando una poesia tradizionale (gabay).

Sono quasi le 20.00. Maryam ha fretta e deve prepararsi. Si aggiusta la parrucca e sceglie dagli scaffali del negozio un abito nuovo. «È intonato?», ci chiede. Passioni tutte somale quelle per i colori e i profumi. Arriva una signora elegantemente vestita. È slanciata, di carnagione chiara, capelli ricci a caschetto, le mani e le braccia decorati di henné nero. Dice: «Stasera Maryam viene a cantare al mio matrimonio. È il suo regalo. Lo fa perché siamo amiche».

Poco dopo giunge un taxi. È per me e Kinsi. Maryam ci saluta con calore. Per noi è il congedo da una regina.