Da Nigrizia di aprile 2012: in ricordo di padre Tarcisio Agostoni (1920-2012)
Se n’è andato lo scorso gennaio, a 91 anni. Personalità e capacità di lavoro gli hanno consentito di ricoprire ruoli di primo piano dentro e fuori l’istituto comboniano, che ha diretto per dieci anni. Ripercorriamo le tappe del suo intenso cammino missionario.

La notizia della morte di padre Tarcisio Agostoni, avvenuta il 15 gennaio 2012 presso il Centro comboniano per confratelli malati e anziani di Milano, è passata quasi inosservata se non tra i membri dell’istituto comboniano, di cui era stato superiore generale per 10 anni. Non così in Uganda dove aveva trascorso 44 dei suoi 65 anni di vita missionaria: tutti i principali quotidiani gli hanno dedicato articoli commemorativi, dando ampio spazio alle lettere di numerosi lettori, desiderosi di esprimere la loro riconoscenza a una persona definita “un anziano”. Leadership, il mensile da lui creato nel 1956, gli ha dedicato copertina, editoriale e alcune pagine del numero di febbraio. Significativo il titolo del servizio: A Legend Sleeps, traducibile con “una figura leggendaria entra nel sonno eterno”. Il sito web www.leadershipmagazine. org è stato invaso da messaggi di condoglianze da parte di politici, avvocati, docenti universitari, membri del clero, vescovi, giornalisti, studenti, cittadini comuni, carcerati. Suor Lilly Mary Driciru, direttrice di Leadership, ha spiegato: «Padre Tarcisio aveva voluto una sola cosa: trasformare la società ugandese con i valori evangelici, instillandoli in tutti noi, piccoli e grandi. Ci ha lasciato una pesante eredità che dobbiamo portare avanti».

 

Mons. John Baptist Odama, arcivescovo di Gulu e presidente della Conferenza episcopale ugandese, ha inviato un messaggio in occasione dei funerali: «A nome dei vescovi, dei sacerdoti, dei religiosi e del laicato cattolico di Uganda, e anche di molte personalità non cattoliche, esprimo il più sincero cordoglio. In Uganda lo ricorderemo a lungo per quanto ha fatto. Insegnò filosofia e teologia a molti preti ugandesi e sudanesi, 6 dei quali sono diventati vescovi. Preparò il primo gruppo di funzionari pubblici e politici cattolici: nel primo parlamento ugandese la maggioranza del Partito democratico era formata da suoi ex allievi. Attraverso programmi radio e televisivi offrì mirate catechesi a tutta la nazione, soprattutto a riguardo della Dottrina sociale della chiesa… Tutti noi cattolici ugandesi abbiamo nutrito grandissimo rispetto e profonda stima per la sua dedizione alla nostra chiesa e oggi lo consideriamo uno dei grandi missionari nel nostro paese».

 

Da Desio a Gulu

Tarcisio Agostoni nasce a Desio, provincia di Milano, il 23 novembre 1920. Dopo la quinta elementare, chiede di entrare in seminario, ma il parroco lo ritiene ancora troppo piccolo e lo consiglia di attendere. «Eppure, io avevo la certezza interiore che Dio mi chiamava. Ero chierichetto e, più di una volta, inginocchiato sui gradini dell’altare con Gesù nel cuore dopo la Comunione, sentivo di pregare per il sacerdozio», scriverà nelle sue Memorie (2006). Frequenta, allora, da esterno la scuola di avviamento commerciale. «Dopo un anno, però, lasciai, e non so perché. Ma lo sapeva Dio: dovevo diventare comboniano. Ero venuto al mondo per questo».

 

Il curato vuole che Tarcisio diventi il futuro organista del paese e lo introduce alla musica. «Imparai tanto presto che, nel novembre 1932, don Daniele mi condusse al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Milano. Ma, ancora una volta, ero troppo piccolo e il direttore del conservatorio disse di aspettare».

 

Nel 1933 entra finalmente nel seminario comboniano di Padova dove termina le medie, poi passa a Brescia per il ginnasio. Studia anche musica e impara a suonare l’organo. Dopo il noviziato a Venegono Superiore e lo scolasticato a Roma, dove si laurea in teologia, è ordinato sacerdote il 20 aprile 1946. Dopo un anno come insegnante di teologia nel seminario di Venegono Superiore, è di nuovo a Roma per conseguire la laurea in filosofia.

 

Nel 1950 è in Inghilterra per l’apprendimento dell’inglese. L’anno dopo s’imbarca a Venezia per Alessandria d’Egitto. Dopo un viaggio di un mese e mezzo in treno e in battello, giunge a Gulu, nel Nord Uganda. «E incominciarono le febbri per le infezioni prese durante il viaggio. La prima durò una settimana, ma nessuno seppe dirmi cosa fosse. La seconda fu la malaria. La terza, il tifo, che mi distrusse la mucosa intestinale. E infine la brucellosi. Non c’erano medici. Mi curarono le suore comboniane: per un mese mi assistettero giorno e notte. Sopravvissi dopo l’unzione degli infermi e uno speciale intervento dal cielo».

 

Nel seminario maggiore di Gulu, i testi sono in latino, ma l’insegnamento è in inglese. P. Tarcisio traduce le lezioni, prepara le matrici e le duplica con un vecchio ciclostile. «Una fatica immane – 26 ore settimanali – e… per materie scolastiche da studiare più per gli esami che per la vita. Per fortuna avevo anche 10 ore di musica e canto che mi distraevano. I seminaristi diventati sacerdoti oggi mi ricordano per questo, non per la filosofia».

 

Impara la lingua locale e chiede di poter avere la cura pastorale di una cappella succursale dell’immensa missione di Gulu. «Mi facevo aiutare da qualche seminarista. Dirigevo il catecumenato per adulti e alcune scuolette per ragazzi. Preparavo i catechisti e mi interessavo della formazione del laicato. E la domenica notte ero di nuovo alle prese con le dispense da preparare».

 

Nel 1956, il vescovo, mons. Giovanni Battista Cesana, lo nomina direttore dell’apostolato dei laici per l’intera diocesi. «Lasciai la cura della cappella succursale per dedicare sabato e domenica alle visite delle parrocchie per crearvi sezioni dell’Azione cattolica. C’era entusiasmo nella gente, perché scopriva il suo protagonismo nella vita della chiesa. Io ero più entusiasta di chiunque altro: formavo i dirigenti della società e i futuri leader politici».

 

Nonostante Pio XII abbia già pubblicato l’enciclica Evangelii Praecones “per un rinnovato impulso delle missioni”, in cui ha apertamente invitato i missionari a promuovere la Dottrina sociale della chiesa (1951), non tutti i sacerdoti della diocesi si mostrano sensibili al richiamo. «Per questo, iniziai per il clero una rivista in inglese, Truth and Charity (Verità e Carità). I più aperti erano i più anziani. Con il tempo, comunque, tutti mi aiutarono anche finanziariamente, specie per le spese dei viaggi che dovevo sostenere».

 

Subito dopo, dà vita a Leadership, una rivista per laici. «Si prospettava l’indipendenza delle colonie africane ed era impellente preparare gli ugandesi a prendere in mano le sorti della loro nazione. La nuova rivista sarebbe stata uno strumento di formazione per i cattolici, perché si preparassero ad assumere responsabilità politiche. Pubblicai numerosi articoli sul regime democratico e le sue strutture, sul voto universale, sulle funzioni del parlamento, sull’importanza di un sistema giudiziario indipendente… Spetta al laicato promuovere il Regno di Cristo nella società attraverso le loro differenti mansioni, senza attendere l’invito o l’imboccata del clero».

 

Nel 1959, la rivista tirerà già 11mila copie e sarà letta da politici (e non solo in Uganda), studenti delle secondarie, universitari, catechisti, cittadini comuni. Padre Paul Crane, un gesuita inglese, di passaggio in Uganda, si imbatte negli articoli sulla democrazia pubblicati da padre Tarcisio per Leadership e decide di raccoglierli in un volume, Every Citizen’s Handbook (“Il manuale di ogni cittadino”). Ne stampa a proprie spese 20mila copie e le diffonde in tutta l’Africa anglofona.

 

Dentro la chiesa ugandese

Nel marzo 1961 i vescovi ugandesi incaricano p. Tarcisio di avviare il Segretariato della Conferenza episcopale nazionale. Stabilitosi a Kampala, assume la gestione dei settori dell’apostolato dei laici, dei servizi sociali e dell’ufficio informazioni. S’impegna anche nella promozione della donna, istituendo club in cui sono offerti corsi di alfabetizzazione, puericultura e igiene. Per i laici crea l’Uganda Social Training Centre, che offre corsi in amministrazione, economia, contabilità e informatica. Per i bambini abbandonati e orfani costituisce la Child Welfare and Adoption Society, incaricata di trovare famiglie ugandesi che li adottino per toglierli dagli orfanotrofi e farli crescere in un clima di vera famiglia.

 

Nel 1963 è membro del Consiglio ecumenico dell’Uganda. «Mi nominarono presidente della commissione per i servizi sociali e segretario per le comunicazioni sociali; più tardi, divenni membro anche della commissione per i problemi teologici. Si era ancora all’inizio del dialogo ecumenico, ma i risultati non tardarono ad arrivare. La commissione per la stampa, ad esempio, decise che nessuna chiesa cristiana criticasse le altre denominazioni nelle sue pubblicazioni, e la commissione per l’educazione preparò un testo comune per l’insegnamento della religione nelle scuole». Nel novembre dello stesso anno invita le Figlie di San Paolo (suore Paoline) in Uganda per aprire una libreria per la diffusione della letteratura cristiana. «Presi in prestito dei soldi per acquistare una casa per loro e fornirla dei primi arredi. Nel febbraio 1964, le suore arrivarono e aprirono la prima libreria nell’Africa anglofona».

 

Nel 1964 p. Tarcisio accetta l’incarico di organizzare un pellegrinaggio ugandese a Roma per la canonizzazione dei Martiri d’Uganda, fissata per il 18 ottobre. Vuole i tamburi africani in San Pietro. «Il clero responsabile della Basilica non era d’accordo. Ma Paolo VI, nello spirito della riforma liturgica del Concilio Vaticano II, permise che i canti ugandesi fossero accompagnati dal ritmo dei tamburi. Per la prima volta gli strumenti musicali a percussione risuonarono nel centro della cristianità».

 

Nel settembre 1965 è di nuovo a Roma come segretario dei vescovi africani per l’ultima sessione del Concilio. Vi ritorna nel 1967 per il Congresso internazionale dell’apostolato dei laici. Nel 1969 è nominato cancelliere della curia arcivescovile di Rubaga (Kampala) con due incarichi specifici: la costruzione del nuovo santuario dei Martiri d’Uganda a Namugongo e l’organizzazione del viaggio di Paolo VI in Uganda (luglio 1969). «Mi commossi profondamente quando il Papa, nell’omelia dell’eucaristia a conclusione del Simposio dei vescovi dell’Africa, il 31 luglio, dichiarò: “Voi africani siete ormai i missionari di voi stessi. La chiesa di Cristo è davvero piantata in questa terra benedetta”. In quell’occasione, Paolo VI consacrò 12 vescovi africani. Fra di essi, quattro ugandesi, che prendevano il posto di altrettanti vescovi missionari. L’africanizzazione della gerarchia progrediva veloce».

 

Superiore generale

Nel 1969, il Capitolo generale dei comboniani lo elegge superiore generale. Nel 1975 sarà confermato per un secondo mandato. Da responsabile dell’istituto, affronta con apertura ed equilibrio gli anni dell’immediato dopo- Concilio. «La crisi delle vocazioni in Occidente cominciò proprio allora. Il nostro istituto resse bene all’urto. Un anno, diminuimmo dell’1,5%, ma poi riprendemmo. Mi preoccupai di visitare tutte le comunità comboniane in Europa, Africa e America, e di parlare a ciascun membro dell’istituto. Si era diffusa l’idea che gli istituti missionari avessero fatto il loro tempo. In un convegno a Birminghan, in Inghilterra, fui uno dei pochi a sostenere il contrario. I superiori generali dei religiosi mi scelsero, con altri nove, a rappresentarli nei sinodi dei vescovi del 1974 e del 1977, e nel Consiglio pontificio dell’apostolato dei laici».

 

Per sottolineare l’internazionalità dell’istituto, vuole centri teologici per futuri comboniani in ogni parte del mondo, dove italiani, africani, nord e sud-americani possano vivere insieme e prepararsi alla interculturalità. Estende gli impegni dell’istituto aprendo missioni in Kenya, Sudafrica, Malawi, Ciad, Benin, Ghana, Amazzonia, Costa Rica e Perù. Nel 1974 deve gestire l’espulsione dei comboniani dal Mozambico; nel 1977, dal Burundi. Teme una massiccia espulsione dall’Uganda. A questo riguardo, si scontra più volte con i redattori di Nigrizia. Lui, grande sostenitore della funzione profetica dei mezzi di comunicazione cattolici in Africa, si trova a disagio con gli articoli «troppo esplicitamente politici» della rivista comboniana italiana: «Non potete mettere a rischio la nostra presenza in Africa. Idi Amin Dada, il dittatore ugandese, non ragiona come voi».

 

Forse il compito più difficile che il capitolo gli ha assegnato è la riunificazione dell’istituto comboniano, che si era diviso in due nel 1923. «Tutti avevamo sofferto per questa divisione e tutti sognavamo la riunificazione. Le discussioni non vertevano sulla necessità o meno della riunione, ma sulle condizioni che avrebbero dovuto accompagnarla. I 200 comboniani tedeschi temevano di essere “assorbiti” dai 1.600 comboniani che avevano la loro sede generalizia a Roma. Mi invitarono al loro Capitolo generale del 1973 e feci del mio meglio per dissipare i loro dubbi. Il cammino non fu facile. Ma, dopo 10 anni, tutto fu appianato: la riunione fu decisa nel 1975 e ratificata il 22 giugno del 1979, con la nascita dei Missionari comboniani del Cuore di Gesù, in occasione dell’apertura del Capitolo generale speciale in quell’anno».

 

Nel 1977 padre Tarcisio compie un lungo viaggio in Asia: Bahrein, Golfo Persico, India, Thailandia, Filippine, Giappone, Hong Kong, Taiwan, Indonesia. «Alla fine, stesi un rapporto in cui suggerivo l’apertura di nuove case comboniane nelle Filippine, dove avremmo potuto avere vocazioni indicate per eventuali missioni in Cina. Il capitolo generale del 1985 avrebbe deciso l’apertura dell’istituto all’Asia. Nel 1987, si aprì una prima comunità a Manila, nelle Filippine, cui seguirono quella di Macau (Cina) nel 1999 e di Taipei (Taiwan) nel 2002».

 

Soldato semplice

Nel 1979 p. Tarcisio ritorna in Uganda. «Ero di nuovo un soldato semplice al servizio della chiesa ugandese. Il presidente della Conferenza episcopale mi chiese subito di riprendere il mio ufficio al Segretariato cattolico».

 

Trova l’Uganda cambiata. «Amin aveva distrutto l’economia del paese. Il suo vizio di eliminare fisicamente chiunque si distinguesse nella società aveva indotto i laici più impegnati a non esporsi troppo. I corsi di aggiornamento erano stati interrotti».

 

La Tanzania invade l’Uganda, unificando tutte le forze anti-Amin. Il tiranno fugge e Yusuf Lule è nominato presidente, presto sostituito da Godfrey Binaisa. Nel 1980, Binaisa è rovesciato dall’esercito e Milton Obote vince le elezioni. Segue una sanguinosa guerra civile nel paese che dura sei anni e si conclude con la conquista del potere, nel 1986, da parte di Yoweri Museveni.

 

Quello stesso anno, p. Tarcisio pubblica una lettera pastorale “programmatica”: “Riprendere la vita con un cuore e uno spirito nuovo”. «Il nuovo uomo forte si vantava di portare novità. Tra queste, spiccavano le “scuole di politica”, che altro non erano che campi di addestramento militare». Come risposta alla nuova situazione, p. Tarcisio incoraggia i vescovi a istituire le Commissioni “Giustizia e pace” in tutto il paese e si offre di coordinarle a livello nazionale.

 

Nel 1987, il nuovo governo decide di rivedere la Costituzione. Vescovi e politici chiedono a p. Tarcisio di ristampare il suo Manuale di ogni cittadino. «Ma non ne potevo fare una semplice ristampa. La documentazione citata si fermava agli anni ’60 e non conteneva importanti documenti della Dottrina sociale della chiesa pubblicati dopo il Concilio Vaticano II. Le originali 150 pagine divennero 447 e il testo fu giudicato il manuale di base per chiunque volesse impegnarsi nel campo sociopolitico. Ebbi perfino la gioia di vederlo adottato come testo per corsi di etica sociale in numerose università africane».

 

Diventa un volto alla televisione ugandese dove è invitato a dibattiti pubblici su questioni politiche ed etiche. Scrive saggi per i quotidiani e settimanali nazionali. Poi porta Radio Maria in Uganda e ne diventa il direttore dei programmi. «Spesso era questione di camminare su un filo teso. Non era sempre facile coniugare profetismo e prudenza. Non avevo paura per me stesso: temevo per i miei collaboratori».

 

A fianco dei carcerati

Nel 1991, inizia l’attività forse meno conosciuta del suo apostolato missionario. Gli capita di fare visita alla prigione di massima sicurezza di Luzira e ne rimane sconvolto. «Ottenuto il permesso di visitare il braccio della morte, scopro che molti detenuti sono lì da anni senza aver mai avuto un processo. Molti si dichiarano innocenti e me ne offrono le prove, ma gli avvocati di ufficio si presentano alle sedute della corte senza neppure averli incontrati». Contatta, allora, avvocati sensibili ai temi di giustizia sociale e coinvolge persone influenti. Prende contatti con Amnesty International e vara una campagna per l’abolizione della pena di morte in Uganda. Nel volgere di pochi anni, diventa un campione dei diritti umani. È imbattibile nel trovare fondi e avvocati per la difesa di questo o quel detenuto privo di mezzi e paga investigatori per fare indagini indipendenti. Crea un’organizzazione non governativa, che denomina “Liberazione dei cittadini ugandesi”.

 

In attesa dell’esecuzione da 18 anni c’è anche John Mary Mpagi, accusato di rapina a mano armata e omicidio. L’investigatore assoldato dal missionario scopre che la supposta vittima è ancora in vita. P. Tarcisio stende un rapporto e lo presenta al presidente, che firma immediatamente il decreto di scarcerazione. Ma perché la gente non pensi che si tratti di perdono, chiede agli investigatori di cercare il vero colpevole. Lo trovano. Per settimane i quotidiani parlano del caso e nell’opinione pubblica cresce il dubbio sulla bontà della condanna a morte. Oggi John Mary è catechista in una parrocchia di Kampala.

 

Nel 1999 pubblica May the State Kill? (“Può lo stato uccidere?”), presto noto come “il libro giallo” per il colore della copertina. «Infinite e svariate le reazioni: approvazione, netto rigetto, meraviglia, rispetto, ecc. Sta di fatto che, dalla pubblicazione del libro a oggi, nessuna esecuzione è più stata decisa».

 

Nella prigione di Luzira apre una scuola, organizza corsi, crea cooperative di lavoro. Giunge a fondare una compagnia melodrammatica, che riesce a portare nello stadio di Kampala per una recita proprio sulla condanna a morte. Porta nella prigione anche i microfoni di Radio Maria. «Qualche esponente del governo si lamentò con il commissario delle prigioni. Ma lui concluse la questione con un semplice: “Lasciamo che parlino. Così potremo conoscere cosa pensano”».

 

Nel 2006, p. Tarcisio fa rientro definitivamente in Italia. Si dedica ad alcuni studi storici, mentre svolge il ministero sacerdotale nelle case comboniane di Roma, Milano e Rebbio di Como. Muore il 15 gennaio 2012.

 


 



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