ECONOMIA IN BIANCO E NERO – DICEMBRE 2016
Riccardo Barlaam

Gli scarti dell’Occidente. Sarà capitato anche a voi, percorrendo le dissestate strade africane, di imbattervi in auto perlomeno singolari. Di solito, di seconda mano. Arrivano direttamente dall’Europa, via nave. Ad esempio, le vecchie Mercedes fanno parte del panorama del Nordafrica. Con le stratificazioni di pezzi di ricambio, tessuti e accessori spesso inventati con poco grazie alla creatività dei meccanici locali.

Lo stesso vale per i vecchi bus dismessi e regalati da qualche capitale europea a qualche capitale africana (non un vero atto di carità, più simile a “invece di gettarlo in discarica”). Il panorama africano è disseminato da questi mezzi di trasporto, spesso vecchi e inquinanti. Frutto del “regalo” del ricco Nord.

Adesso le cose stanno, lentamente, cambiando. Da qualche anno si vedono moto e autoveicoli che arrivano da Cina, India o Giappone. Forse è per questo motivo che qualcosa si sta muovendo, o forse è perché le case automobilistiche in crisi di vendite in Occidente cercano nuovi mercati per far aumentare i propri fatturati. Fatto sta che i costruttori di auto, guidati dagli amministratori delegati di Ford e di Renault-Nissan, stanno cercando di sviluppare una industria dell’automobile in Africa. E colloqui si sono già svolti con le autorità politiche di Kenya e Nigeria.

L’Associazione africana dei costruttori di auto, che include grandi gruppi come Toyota, General Motors, Bmw, Volkswagen e, appunto Ford e Renault-Nissan, sta cercando di spingere, con un’azione di lobby, perché i governi nazionali favoriscano lo sviluppo di un’industria manifatturiera africana. Automobili prodotte in terra d’Africa, seppur da grandi gruppi, e non più importate.

Il gruppo di costruttori ha incontrato di recente il presidente nigeriano Muhammadu Buhari. L’idea è quella di spingere i governi nazionali ad adottare una legislazione che limiti le importazioni di veicoli di seconda mano dall’Occidente – economici certo, ma molto inquinanti rispetto alle auto nuove – per favorire appunto lo sviluppo di una vera e propria industria africana dell’automobile. Con capitali e know how che arrivano dalle major occidentali. Ma in stabilimenti africani e con maestranze africane.

«Un’iniziativa che rischia di coinvolgere l’intera catena produttiva e tutto l’ecosistema che gira attorno all’auto e alla moderna mobilità», con un miglioramento in termini di facilità di spostamenti, economicità e minore inquinamento, come ha spiegato Jeff Nemeth, responsabile Africa subsahariana di Ford. Tra le ipotesi in campo, c’è il varo di leggi che vietino l’import di automobili con più di un anno di vita, o che impongano dazi per l’importazione di veicoli usati fino a 5 anni di vita.

Molti costruttori stanno già preparando il loro sbarco in Africa per l’assemblaggio di veicoli su base locale. La prima è Volkswagen che il prossimo 21 dicembre comincerà a produrre in Kenya un’auto economica e resistente, pensata per l’Africa, che si chiamerà Vivo. Obiettivo della casa tedesca è riuscire a produrre in Kenya almeno mille auto Vivo ogni anno. Destinate ai consumatori africani.