UNHCR: il libro della vergogna - Nigrizia
Libia Migrazioni Niger Pace e Diritti Tunisia
Refugees in Libya, Tunisia e Niger pubblicano un testo in cui denunciano le pratiche dell’Alto commissariato delle Nazione Unite per i rifugiati
UNHCR: il libro della vergogna
12 Settembre 2025
Articolo di Redazione
Tempo di lettura 4 minuti
Funzionari dell'UNHCR in un centro di detenzione per migranti in Libia (Credit: UNHCR Libya account X)

Book of shame. Il libro della vergogna. Non poteva avere titolo più esplicito il primo testo messo insieme da persone rifugiate facenti parte dei tre collettivi Refugees in Libya, Tunisia e Niger. Un dossier di oltre 260 pagine di testimonianze e fotografie che ha per sottotitolo: “Come l’UNHCR viene meno alla protezione delle persone rifugiate in Libia, Tunisia e Niger”.

La pubblicazione, unica nel suo genere, è stata presentata stamattina fuori dalla sede centrale dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati a Ginevra. Un centinaio le testimonianze raccolte, che mostrano come l’organizzazione internazionale venga meno al proprio mandato, collaborando di fatto con le politiche migratorie europee, quelle che hanno come obiettivo il contenimento del diritto al movimento delle persone africane.

Nel comunicato di lancio del Libro della vergogna si racconta come il progetto sia nato durante la campagna Unfair (UN Refusal Agency), quella sorta in seguito al sit-in di protesta che Refugees in Libya aveva portato avanti per 100 giorni di fronte all’ufficio dell’UNHCR di Tripoli, nel 2022.

Allora, le persone africane fuori dalla sede accusavano le lentezze delle procedure di riconoscimento dello status di rifugiato. Senza, di fatto, dare alcun tipo di sostegno o protezione a quelle persone che spesso venivano sgomberate con la violenza o sottoposte a violazioni quotidiane nei vari paesi di transito.

Sono passati tre anni e niente è cambiato in Libia. E cosa sia accaduto e ancora accade durante il viaggio è messo nero su bianco nelle pagine di Book of shame, in cui si racconta dei centri di detenzione libici, così come dei campi isolati nel deserto del Niger o delle lunghe proteste e rastrellamenti avvenuti in Tunisia. Testimonianze raccolte da aprile del 2024 fino a settembre del 2025 e ora pubblicate.

Nella parte Refugees in Niger ci si sofferma in particolar modo nel campo profughi di Agadez, inaugurato nel 2017 con fondi europei erogati tramite il nostro ministero dell’Interno. Il sito, per le carte un “centro di transito” dove confluiscono le persone fatte uscire dalla Libia o intercettate in cammino in Niger, è nei racconti ma soprattutto nei fatti “un campo di confinamento nel deserto”, dove vengono trattenute le persone a migliaia. Eccola la politica di contenimento europea travestita in politica del diritto.

Non diversa da quella che si legge in Tunisia, il paese della caccia al nero, dove, denuncia il collettivo delle persone rifugiate, la situazione in termini di accoglienza da parte di UNHCR non è più la stessa. Sempre per i finanziamenti europei che hanno come obiettivo contenere le persone e che in qualche modo fanno il gioco di chi in quel paese già reprime i non autoctoni, spesso deportandoli.

Quel che accade in Libia, tra centri di detenzione governativi che di fatto gestiscono il business delle migrazioni, è forse la realtà più conosciuta. Qui, nell’aprile 2025, le autorità libiche avevano dichiarato guerra a dieci ong che di fatto aiutavano le persone e che venivano accusate di essere coinvolte in un “progetto per alterare la composizione demografica del paese attraverso l’insediamento di migranti africani”.

Proprio Refugees in Libya allora aveva fatto notare il silenzio dell’UNHCRr, che non si era espressa a difesa di quelle realtà, ma al contrario aveva praticamente sostenuto una migliore gestione della protezione.

E sì che le proteste e le denunce dei tre collettivi nel tempo non sono mancate. I report in cui si denunciano le carenze di cibo e di medicine, di sostegno psicologico come di quello scolastico, visto che proprio lì in Niger, ad esempio, oltre il 40% delle persone rifugiate sono bambini e bambine.

Ma questo libro, scrivono i tre gruppi “è più di un catalogo di fallimenti. È un atto di resistenza collettivo, un intervento politico da parte dei difensori dei diritti umani dei rifugiati che si rifiutano di essere messi a tacere. Non si tratta di un rapporto di una organizzazione non governativa: è una dichiarazione di un testimone, una richiesta di responsabilità e un resoconto di una lotta in corso”.

Le persone si vogliono esprimere con una voce unica che non vuole essere quella delle vittime passive ma delle comunità che si organizzano per raccontare, in prima persona, quel che subiscono nei contesti in cui l’UNHCR dovrebbe essere al loro fianco, in loro difesa.

Copyright © Nigrizia - Per la riproduzione integrale o parziale di questo articolo contattare previamente la redazione: redazione@nigrizia.it
Africae 2026