Questo articolo è uscito nel numero di Nigrizia di maggio 2026.
«Eccesso di legittima difesa». Questa è la formula scelta dal Consiglio di sicurezza dell’ONU per condannare l’Iran con la mozione approvata il 13 marzo scorso. La risoluzione è stata presentata dai paesi del Golfo dopo gli attacchi iraniani contro le basi americane nella regione. Nessuna condanna analoga è stata rivolta agli Stati Uniti e a Israele, che hanno scatenato il conflitto in aperta violazione del diritto internazionale.
L’Iran è circondato da oltre venti basi militari americane nei paesi del Golfo, con contingenti tra i ventimila e i trentamila soldati. Nel Bahrein è ancorata la Quinta Flotta USA; in Qatar sorge la base di Al Udeid, la più grande del Medioriente. La maggior parte fu edificata dagli anni Novanta, dopo la prima guerra contro l’Iraq, per proteggere le monarchie della regione.
Quando Washington ha usato quelle basi per bombardare l’Iran, Teheran ha risposto colpendo le infrastrutture americane nei paesi ospitanti. L’Iran aveva avvertito Riyad e le altre capitali che, qualora avessero permesso agli USA di usare i loro territori come piattaforma d’attacco, avrebbe reagito.
La beffa è stata amara: gli americani hanno concentrato le forze per intercettare i missili diretti verso Israele, lasciando gli alleati del Golfo ad affrontare da soli quelli puntati contro di loro.
La ragione di questa sudditanza va cercata nelle fondamenta di quei regimi. I governi del Golfo dipendono da Washington per la propria sopravvivenza. Nel 1975 il re saudita Faysal fu assassinato, secondo ricostruzioni mai smentite, su pressione americana, per le sue simpatie filopalestinesi.
Trump ha chiarito il rapporto con brutalità insolita, dichiarando che Mohammed bin Salman Al Saud, principe ereditario e primo ministro dell’Arabia Saudita, gli deve «baciare il sedere», perché il suo futuro dipende dalla Casa Bianca. Il controllo americano affonda le radici nel sistema finanziario globale.
Nel 1974 Washington ottenne da Riyad l’impegno a vendere il petrolio in dollari, dando vita al petrodollaro, che da mezzo secolo obbliga ogni paese a rifornirsi di valuta americana per il commercio internazionale. L’Iran ruppe questo schema nel 1979, avvicinandosi a Russia e Cina. Da allora sanzioni ed embargo si sono succeduti nel tentativo, vano, di ricondurlo nell’orbita occidentale.
Su questo sfondo si è innestato il progetto espansionistico israeliano, che nell’Iran ha sempre trovato il principale ostacolo. Da decenni Israele premeva sugli Stati Uniti affinché agissero contro Teheran. Con Trump, quella pressione ha trovato ascolto. Joe Kent, già responsabile dell’antiterrorismo nell’amministrazione Trump, lo ha ammesso: «L’Iran non era una minaccia. La guerra è nata da pressioni israeliane».
Tel Aviv ha consolidato la propria presenza nella penisola arabica, con ambasciate negli Emirati e nel Bahrein, dove operano agenti del Mossad. Alcuni impianti sauditi sono stati colpiti da droni in circostanze mai chiarite: l’Iran ha respinto ogni responsabilità e diversi analisti indicano nel Mossad il possibile autore di quegli attacchi sotto falsa bandiera, orchestrati per trascinare Riyad in guerra contro Teheran.
Le monarchie del Golfo sono ora di fronte a un bivio: continuare a subire un’alleanza che le espone e le umilia, oppure cercare nuovi interlocutori. La risposta ridisegnerà la geopolitica mediorientale.
Al Udeid
La più grande installazione militare statunitense in Medioriente (in Qatar) è stata costruita nel 1996 con un costo di oltre 1 miliardo di dollari. È quartier generale avanzato del Centcom e ospita circa 10mila soldati statunitensi e forze alleate (tra cui la Royal Air Force britannica), risultando centrale per le operazioni aeree in Iraq, Afghanistan, Siria e per il supporto logistico a Israele. È stata colpita da attacchi missilistici iraniani il 23 giugno 2025 e poi a febbraio e marzo 2026, in rappresaglia per raid statunitensi contro siti nucleari iraniani.