USA: deportazioni "segrete" di migranti in Camerun - Nigrizia
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Sull’espulsione di nove persone non risultano accordi resi pubblici tra i due paesi
USA: deportazioni “segrete” di migranti in Camerun
Un rapporto della Commissione per le relazioni estere del Senato stima che più di 40 milioni di dollari siano stati sborsati dal governo degli Stati Uniti per accordi di espulsione in paesi terzi
16 Febbraio 2026
Articolo di Redazione
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(Credit: US Department of Homeland Security)

Prosegue senza soste, e con contorni sempre più foschi, il programma di deportazioni di persone immigrate negli Stati Uniti verso paesi terzi, molti dei quali in Africa.

La più recente di queste espulsioni – e anche quella che sta sollevando più polemiche – riguarderebbe l’invio di nove persone in Camerun, paese con il quale Washington non risulterebbe avere firmato accordi in questo senso.

Secondo il New York Times i deportati non sarebbero cittadini camerunesi e quasi tutti avrebbero ottenuto la protezione dei tribunali statunitensi contro l’espulsione, avvenuta lo scorso 14 gennaio, tra l’altro senza che venissero preventivamente informati sulla loro destinazione. Secondo i loro avvocati, inoltre, nessuno aveva precedenti penali per crimini violenti.

Il NYT parla di una deportazione segreta e illegale. Sempre secondo il quotidiano, i migranti sarebbero “trattenuti in un complesso statale” nella capitale del Camerun Yaoundé, struttura che non possono lasciare “a meno che non accettino di tornare nei loro paesi d’origine, da cui sono fuggiti per scappare dalla guerra o dalla persecuzione”.

Queste deportazioni, scrive il NYT, “evidenziano la straordinaria segretezza che circonda l’impegno globale di espulsione del presidente Trump. Attraverso accordi poco chiari stipulati con governi disponibili – spesso in cambio di denaro – gli Stati Uniti hanno deportato centinaia di persone in paesi stranieri che potrebbero non rispettare le protezioni di espulsione loro concesse dai tribunali statunitensi, riportandole ai pericoli da cui erano fuggite”.

Protezione temporanea revocata

Le deportazioni sono facilitate dalla politica di rimozione del sistema di protezione temporanea per i rifugiati di molti paesi, tra cui, appunto, il Camerun.

Una prassi in alcuni casi sospesa dall’intervento della magistratura, spesso su ricorso di gruppi della diaspora sostenuti da organizzazioni per la tutela dei diritti umani, come accaduto di recente con una sentenza di una giudice federale di Boston che ha impedito all’amministrazione Trump di porre fine alle protezioni temporanee e all’espulsione di centinaia di cittadini sudsudanesi.

Accordi con paesi africani

Il Sud Sudan è stato il primo di una serie di paesi africani a stipulare accordi con Washington per accogliere persone espulse dagli Stati Uniti. La maggior parte, come il governo di Juba, quello di Eswatini e quelli di Uganda e Rwanda, hanno dato disponibilità a ricevere anche cittadini di paesi terzi, anche non africani, mentre altri, come il Ghana solo persone originarie del continente.

Tra i paesi africani che risultano aver siglato accordi di questo tipo con gli USA anche la Guinea Equatoriale, regime al quale l’amministrazione Trump avrebbe pagato 7,5 milioni di dollari per accogliere 29 persone – una cifra superiore all’ammontare di tutti gli aiuti statunitensi forniti al paese negli ultimi otto anni -, con una spesa stimata per i contribuenti americani di oltre 282mila dollari a persona.

Oltre 40 milioni di dollari in costo delle deportazioni

A fare i conti di quanto costi allo stato il programma di deportazioni di immigrati, fiore all’occhiello della destra sovranista trumpiana assieme agli ormai tristemente famosi rastrellamenti dell’ICE (‘Immigration and Customs Enforcement), entrambi incrementati in vista delle elezioni novembrine di midterm, un rapporto della Commissione per le relazioni estere del Senato, diffuso lo scorso 12 febbraio.

Il report stima che più di 40 milioni di dollari siano stati sborsati dal governo degli Stati Uniti per accordi di espulsione in paesi terzi.

Di questi, 7,5 milioni di dollari sarebbero andati al Rwanda per l’accoglienza di sole sette persone, con una spesa di circa 1,1 milioni di dollari a persona, più una stima di quasi 602mila dollari di costi di volo.

Altri 5,1 milioni di dollari sarebbero stati invece pagati a Eswatini per la deportazione di 15 persone, per uno dei quali, un cittadino giamaicano, l’amministrazione Trump ha poi dovuto sborsare altri oltre 181mila dollari per il suo trasferimento dal piccolo regno dell’Africa australe al suo paese di origine.

L’indagine rivela inoltre che questi accordi riguardano paesi ad alto tasso di corruzione e di violazioni dei diritti umani e sono stati perseguiti attraverso negoziati poco trasparenti che prevedevano concessioni politiche, commerciali o tattiche di pressione estorsive.

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