La Corte Suprema degli Stati Uniti ha confermato ieri il divieto di ingresso per chi proviene da alcuni paesi a prevalenza musulmana, ordinamento emesso dal presidente Donald Trump, nella sua prima versione, il 27 gennaio 2017, sette giorni dopo il suo insediamento.

I giudici hanno dunque consegnato a Tump un’importante vittoria che mette fine a un anno e mezzo di contestazioni e cause legali, intentate contro il provvedimento in diverse sedi.

La corte ha ritenuto che non vi fossero evidenze che il divieto violi la legge sull’immigrazione degli Stati Uniti o il primo emendamento della Costituzione, privilegiando una religione rispetto ad un’altra. La sentenza ha affermato inoltre un’ampia discrezionalità presidenziale su chi è autorizzato a entrare negli Stati Uniti. L’attuale divieto può dunque rimanere in vigore e Trump potrebbe potenzialmente aggiungere altri paesi.

L’attuale divieto, annunciato a settembre, vieta l’ingresso negli Stati Uniti della maggior parte delle persone provenienti da Iran, Siria, Yemen, Libia, Somalia. Altri paesi inizialmente colpiti dall’ordinanza – come Ciad, Sudan e Corea del Nord -, sono stati in seguito esclusi.

Decisa la reazione di Amnesty International: «Questa politica odiosa è una catastrofe totale, non solo per coloro che vogliono semplicemente viaggiare, lavorare o studiare negli Stati Uniti, ma anche per coloro che cercano protezione dalla violenza», ha dichiarato Ryan Mace, grassroots advocacy & refugee specialist di Amnesty Usa. «Alcune persone oggetto di questo divieto stanno fuggendo da conflitti che gli Usa hanno direttamente creato oppure perpetuato, come nel caso dello Yemen e della Siria. In questi casi, in particolare, stiamo sostanzialmente appiccando il fuoco e chiudendo la via di fuga. Non c’è spazio per questo bando, né per il sentimento anti-musulmano in cui è originato, in un paese che dichiara di dare valore ai diritti umani». (Reuters / Amnesty)

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