«Non ci sono scuse, i cittadini devono uscire per andare a lavorare». L’ordine dato dal presidente della Tanzania John Mafuguli ci fa sobbalzare dalla sedia. Ci fa subito pensare che la persona alla guida del paese dell’Africa orientale non sia all’altezza del suo compito e che a dir poco stia sottovalutando l’emergenza sanitaria che coinvolge la Tanzania e sta investendo velocemente anche il continente africano.

Da un altra prospettiva

Ma la nostra valutazione parte dalla prospettiva della realtà italiana e da quella europea che non è quella dell’Africa, di quella subsahariana specialmente. Perché là la maggioranza della popolazione non può permettersi il lusso del “lavoro da casa” (smart working), riservato a una ridotta minoranza di colletti bianchi. La maggior parte di chi vive nelle baraccopoli africane, dove si stima abiti oltre mezzo miliardo di persone, è costretta ogni mattina a lasciare la propria baracca e recarsi in città per il lavoro se vogliono mangiare e dare da mangiare alle loro famiglie.

I più non hanno un lavoro fisso con stipendio e si devono arrangiare con attività informali, come i venditori di strada che dispongono sui marciapiedi le loro mercanzie, o i braccianti che agli incroci delle strade si offrono per qualche lavoretto, o i lavoratori occasionali o ancora la schiera di lavoratrici e lavoratori domestici che privi di ammortizzatori sociali devono continuare a recarsi ogni giorno nei sobborghi benestanti delle città per svolgere il loro servizio.

Alla luce di queste considerazioni, la disposizione del presidente della Tanzania appare tutt’altro che folle, riflette piuttosto la triste realtà della società. È un invito alla gente a continuare a darsi da fare per scongiurare l’unica certezza: quella di morire di fame, contro la probabilità di soccombere per contagio da coronavirus.

Misure restrittive. Come rispettarle?

Per evitare di ammalarsi si raccomanda con insistenza di mantenere la distanza tra le persone e la quarantena a chi è contagiato. Come è possibile attuare queste precauzioni nelle baraccopoli delle metropoli africane dove famiglie di sei, otto persone sono costrette a vivere gomito a gomito nello spazio condiviso di pochi metri quadrati? Solo una minoranza in Africa può permettersi il lusso di mantenersi a distanza. Così come la raccomandazione di lavarsi spesso le mani non è alla portata di quanti, e sono ancora la maggioranza, non hanno l’acqua in casa e devono servirsi dell’acqua da rubinetti pubblici o percorrere distanze a piedi per approvvigionarsi della preziosa e scarsa risorsa.     

Il presidente tanzaniano John Magufuli ha ordinato la chiusura di tutte le scuole e università nel paese. Bene ha fatto perché riduce i contatti tra le persone limitando la possibilità di diffusione della pandemia. Ma la maggioranza degli studenti, specialmente nelle scuole primarie e secondarie, rischia di perdere l’anno. Non ha il privilegio – appannaggio invece della maggior parte degli studenti in Occidente – di proseguire l’anno scolastico seguendo le lezioni online. Chi può disporre di questa alternativa è solo una piccolissima fetta della popolazione africana che si può permettere risorse e accesso a internet. 

Tornando al presidente Magufuli, sorprende invece che nonostante la diffusione del coronavirus non abbia bandito i raduni nelle chiese e nelle mosche, dove è lì – sostiene lui – «che avviene la vera guarigione». Ci vorrebbe qualcuno che gli spiegasse che la fede non sostituisce né supera le regole sanitarie, ma le presuppone e che si può, quello sì, continuare a pregare da casa, in attesa che ritorni il tempo in cui si potrà celebrare la propria fede in comunità.