TATALITA – MARZO 2017
Elianna Baldi

Piccola, costituzione robusta, jeans e t-shirt bianca, seduta di fianco ai carri armati della missione Onu in Centrafrica (Minusca), braccia incrociate e faccia arrabbiata in quanto consigliere nazionale dell’assemblea della transizione e attivista della società civile. Elegante in un completo di tessuto tradizionale a sfondo rosa, con la mano destra tesa verso un religioso anziano, mentre fa l’inchino, come usano le donne e i bambini in segno di rispetto: antropologa e docente universitaria.

Sono due istantanee della stessa persona, Valéri-Blandine Tanga, 53 anni, una donna che ha fatto della lotta e del coraggio il suo stile di vita, senza perdere la tenerezza.

Anche sua nonna era un’attivista e sua mamma presidente di un’associazione di donne. Valéri è cresciuta nei movimenti ecclesiali cattolici, che le hanno fatto sentire l’impellente richiamo della vita che soffre e vuole fiorire, ed è presidente della Rete delle donne credenti mediatrici di pace. La rete è nata nel 1996 sotto il regime di Ange-Félix Patassé per spingere il presidente a scegliere una via d’uscita pacifica dalla crisi di allora. Oggi è una rete di informazione, formazione e azione molto efficace: si occupa in particolare di formare i cittadini alla politica e di aiutare la gente a uscire dalla condizione di povertà, con attività che vanno dallo studio della Costituzione alle coltivazioni comunitarie.

Da piccola, ha portato nel suo corpo le conseguenze dell’anemia cronica materna. Essendo gracile, ha cominciato in ritardo la scuola elementare, imparando nel frattempo a sbarcare il lunario vendendo arachidi. Dopo aver rifatto due volte la quinta elementare a causa della salute, la sua marcia si arresta perché non riesce a superare il concorso per entrare in prima media. Un anno dopo scopre che solo il ministro dell’educazione può riaprirle le porte della scuola. Così si fa spiegare dove trovarlo e lo aspetta per ore davanti al ministero, riesce a parlargli e ottiene il documento per l’iscrizione.

Alle medie e superiori, brilla in tutte le materie ma, ricorda anche oggi, è vittima della sua intelligenza. Rifiutandosi di cedere alle molestia sessuali di alcuni professori, si vede modificare i voti e si vede negata la promozione. Eccola quindi costretta più volte a cambiare di scuola. E ripete quattro volte l’esame di licenza, perché della commissione faceva parte qualche professore che era stato respinto e aveva giurato di vendicarsi. S’iscrive alla facoltà di sociologia dove, per gli stessi motivi, cercano di impedirle di arrivare alla discussione della tesi. La situazione si sblocca per l’intervento di autorità che riconoscono i torti che sta subendo. E ottiene giustizia.

Dopo la laurea, diventa membro dell’Associazione antropologi centrafricani, punta al dottorato e nel frattempo decide di impegnarsi nella realizzazione di progetti agricoli. Alla fine ottiene una borsa di studio per il dottorato in antropologia. La ribellione dei miliziani Seleka la obbliga ad aspettare due anni prima di discutere la tesi, cosa avvenuta nel 2015.

Alla fine del nostro incontro, le chiedo quale valore caratterizza fortemente la cultura centrafricana. Dopo tutto ciò che ho ascoltato di lei e conoscendo i problemi di tante ragazze qui a Bangui, sento di poter rispondere: «Il rispetto della donna». Di fronte al mio stupore, mi spiega che lei è stata solo la vittima dell’assenza di donne nell’ambito educativo.

È forse per questo che ha fatto della solidarietà femminile uno dei suoi principali cavalli di battaglia…

Foto: donne in attesa ad un centro medico