Etiopia / Caso Gibe III
Un rapporto europeo rivela il devastante impatto che sta provocando il progetto della diga Gibe III in Etiopia. Circa 200.000 persone di minoranze etniche isolate come i Bodi, i Kwegu e i Mursi sono a rischio. La popolazione non è stata né consultata né informata sulle conseguenze del progetto e del loro reinsediamento.

Il gravissimo impatto della diga Gibe III sulla popolazione della bassa valle dell’Omo, Etiopia, da sempre denunciato dalle organizzazioni per la protezione dei popoli nativi e da quelle per il rispetto dei diritti umani, è stato confermato dal rapporto recentemente pubblicato di una delegazione di diplomatici europei in visita nella zona l’anno scorso. Ne hanno fatto parte funzionari delle ambasciate finlandese, svedese, tedesca, olandese, dell’Unione Europea oltre che della cooperazione inglese e americana. Da notare l’assenza dell’ambasciata italiana, che invece dovrebbe essere interessata, se non altro perché la ditta costruttrice è la Salini, sempre vincitrice di appalti per la costruzione di grandi opere in Etiopia.
Infatti l’azienda sta costruendo anche la Grande diga della rinascita, Altro progetto idroelettrico faraonico, il cui impatto socio-ambientale non è chiaro; mentre è invece chiara la sua complessità e il suo potenziale conflittuale sul piano politico. In particolare sulle relazioni regionali in quanto va a incidere direttamente sull’uso delle acque del Nilo.

La diga Gibe III, del valore approssimativo di 5 miliardi di dollari è stata pagata in gran parte da una delle più grandi banche cinesi, la Industrial and Commercial Bank of China, mentre la Banca Mondiale ha finanziato la rete di distribuzione dell’elettricità prodotta dall’impianto collegato (1870 megawatt). Fin dal 2010 la valutazione del devastante impatto socio ambientale ha invece provocato il ritiro dal pool di investitori dell’European Investment Bank e dell’African Development Bank.

La denuncia
La missione della sopracitata delegazione di diplomatici europei, da cui è derivato il rapporto, doveva valutare l’impatto del progetto governativo Kuraz Sugar Project, che produrrà zucchero su almeno 175.000 ettari, irrigati grazie all’invaso formato dalla diga. Dovrebbe nascerne una delle più grandi piantagioni di canna da zucchero del mondo. Si stima che vi dovranno lavorare 500.000 persone, molte delle quali vi saranno trasferite da altre parti del paese. La sterminata estensione di terreno interessata dal progetto è sempre stata terra di pascolo dei popoli nativi della regione la cui economia è basata sull’allevamento brado, di competenza degli uomini, e sull’agricoltura di sussistenza attorno ai villaggi stanziali, di cui si curano le donne.  Si tratta di circa 200.000 persone di minoranze etniche isolate ed emarginate, come i Bodi, Kwegu e i Mursi, tra gli altri, come sostenuto anche dall’ong Survival International.
La loro vita, dice il rapporto, è già stata cambiata in modo irreversibile dai cambiamenti ambientali collegati alla costruzione della diga, che hanno comportato non solo la nascita dell’invaso ma anche la costruzione di una fitta rete di canali di irrigazione, che rende di fatto molto difficili gli spostamenti del bestiame.

Popolazione mal informata
Il documento sottolinea, innanzitutto, che i popoli originari della zona non sono stati consultati, e neppure informati, sulla costruzione della diga e sui cambiamenti nella loro vita che questo avrebbe comportato.
In particolare è stato esaminato il programma di reinsediamento, che interessa un gruppo di almeno 20.000 persone. Il reinsediamento è stato ritenuto necessario dal governo etiope per liberare la terra per la piantagione, ma, è stato dichiarato, anche per fornire facilmente i servizi di base e promuovere la modernizzazione della popolazione “beneficiata”.
Buone intenzioni di facciata, si può dire, che erano propagandate fin dai progetti di villagizzazione degli anni ottanta, allora decisi in realtà per controllare la popolazione oromo e tigrina in rivolta contro il regime del Dergue. Si potrebbe dire con qualche ragione che il governo di Addis Abeba “ha cambiato il pelo, ma non il vizio”; stessa foglia di fico per coprire interessi diversi.
Il rapporto mette in luce come sul reinsediamento, seppur non forzato (anche se più avanti sottolinea che la delegazione non ha potuto incontrare i beneficiari se non accompagnati da funzionari governativi che, svogliatamente, facevano da traduttori e che non è sicuro che le traduzioni fossero accurate e veritiere) non sono state fatte consultazioni, ritenute necessarie dai trattati che tutelano i diritti dei popoli indigeni.

Un deplorevole imbroglio
Quanto ai nuovi villaggi, vi si dice che quello su cui è stato possibile raccogliere testimonianze dirette dagli abitanti, «è stato costruito in una zona fangosa e isolata, con capanne di infima qualità. La loro situazione era deplorevole e per l’assenza di latrine c’è una grande diffusione di malattie come diarrea emorragica e malaria. I servizi di base non sono disponibili; ci vogliono due ore di cammino per trovare acqua da bere di pessima qualità e il presidio sanitario più vicino è a otto ore di marcia. I residenti dicono che il governo non gli permette di spostarsi».
Altre testimonianze parlano di corruzione, cattiva gestione dei fondi messi a disposizione per il programma, land grabbing e di conflitti inter etnici scatenati dal programma stesso.
In sintesi, la missione diplomatica, decisa nel febbraio dell’anno scorso, dopo la diffusione di un preoccupante rapporto su questo tema di Human Rights Watch e di International Rivers intitolato Ethiopia: Land, Water Grabs Devastate Communities”, ha di fatto confermato quanto denunciato dalle due organizzazioni. La popolazione è stata ingannata.
Non a caso la cooperazione inglese, il maggior donatore del programma di reinsediamento, chiamato ufficialmente “Promoting Basic Services”, pur negando di aver finanziato il resettlement nella bassa valle dell’Omo, si è ritirata dai gruppo dei finanziatori all’inizio di quest’anno.

Nella foto in alto popolazioni indigene della valle dell’Omo in Etiopia (Fonte: Ingetje Tadros/ingetjetadros.com). Nella foto sopra la diga Gibe III in costruzione.