Immigrazione / L'esempio
Tredici comuni nel varesotto hanno costituito la “Rete civica dei sindaci per l’accoglienza” per dare un’ospitalità più decente ai profughi, garantire una più equa distribuzione sul territorio e favorire la loro integrazione. Il tutto coinvolgendo in primis le prefetture.

Nella super-leghista provincia di Varese nasce un’iniziativa che potrebbe fare scuola a livello nazionale in tema di ospitalità agli stranieri. Un gruppo di primi cittadini, infatti, ha deciso di mettere in piedi una “Rete civica dei sindaci per l’accoglienza” con l’obiettivo di «offrire sostegno alle amministrazioni che stanno ospitando i rifugiati e di creare una rete di buone pratiche in modo tale che i Comuni possano aiutarsi reciprocamente nella realizzazione dei vari progetti», come ha spiegato un comunicato diffuso recentemente.

L’idea è nata da una sollecitazione del forum Immigrazione provinciale del Pd ed è stata accolta per adesso da tredici enti locali guidati da giunte civiche o di centro sinistra: Albizzate, Besozzo, Biandronno, Comerio, Fagnano Olona, Gallarate, Gorla Minore, Induno Olona, Lavena Ponte Tresa, Maccagno, Malnate, Somma Lombardo, Tradate.

Nel Varesotto esistono diverse amministrazioni impegnate, spesso insieme alla Chiesa locale, nel garantire percorsi di accoglienza. Sul territorio sono ospitati oltre 1.100 profughi, dei quali un migliaio in strutture di emergenza della prefettura e una novantina attraverso il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati (Sprar), curato a livello municipale in convenzione con il ministero dell’Interno (stime aggiornate al 12 gennaio scorso).

Oltre a volersi aiutare l’un l’altro, i sindaci sono intenzionati a fare pressioni sulle istituzioni prefettizie, regionali e ministeriali «per una decisa modifica dell’attuale preoccupante situazione di improvvisazione e lacune gravi, che caratterizzano l’accoglienza d’emergenza dei profughi che, tramite le prefetture, dipende direttamente dal ministero dell’Interno». La prima iniziativa del neonato organo, dunque, è stata quella di rivolgersi al prefetto di Varese, Giorgio Zanzi, e all’Associazione nazionale dei comuni italiani della Lombardia, per presentare precise richieste.

Sono diversi i temi su cui la Rete darà battaglia. In particolare, ritiene importante promuovere il consenso, distribuire equamente i profughi e ospitarli decentemente, favorendo così l’integrazione sul territorio. I sindaci sono convinti di poter favorire la sensibilità popolare all’ospitalità delle persone in fuga e in stato di bisogno, ma per farlo chiedono di essere coinvolti e consultati preventivamente. Como possono riuscirci, si chiedono, «se le scelte di collocazione dei profughi vengono effettuate dal ministero dell’Interno – e, a cascata, dal braccio operativo delle prefetture – mettendo loro e i rispettivi cittadini di fronte al fatto compiuto, succubi di diktat esterni?».

Altro punto debole dell’attuale organizzazione è la concentrazione degli arrivi in poche località. Al momento, infatti, nella provincia sono interessati dall’arrivo di profughi solo 32 municipi su 139, con una ripartizione che non è certo proporzionale agli abitanti. Un piccolo paese come Gorla Minore, per esempio, ospita lo stesso numero di persone del capoluogo Varese (80), che ha una popolazione dieci volte maggiore. La proposta alternativa dei primi cittadini, invece, è quella della “accoglienza diffusa”.

Infine, la Rete sottolinea l’importanza di ospitare “decentemente e proficuamente” i profughi. Anche perché, ricordano i sindaci, i tempi di attesa dello status di rifugiato sono molto lunghi e la permanenza sul territorio si allunga sempre di più (almeno 12-18 mesi). Secondo i primi cittadini, la qualità dell’accoglienza di emergenza della prefettura è inferiore a quella del sistema Sprar, nonostante costi 35 euro pro capite al giorno, contro i 27 euro spesi dai Comuni.