Cresce il traffico di rifiuti elettronici
Arrivano in Africa, per lo più dall’Europa sottoforma di beni di seconda mano, sono i rifiuti elettroni prodotti nei paesi ricchi. Il materiale viene trattato in discariche illegali dove bambini/operai tentano di estrarre le materie prime dalle componenti, con danni gravissimi per la loro salute.

Bruciati all’aperto rilasciano nel suolo metalli tossici come il piombo, oppure ftalati, sostanze conosciute per interferire con il sistema riproduttivo. È quanto accade ai vecchi computer, monitor e TV di varie marche come Philips, Sony, Microsoft, Nokia, Dell, Canon e Siemens, che arrivano in Ghana da Germania, Corea, Svizzera, Olanda e Italia sotto la falsa veste di “beni di seconda mano”. Il mondo ricco produce dalle 20 alle 50 tonnellate all’anno di rifiuti elettronici, anche se il peso cresce con un tasso del 3-5% annuo.

La Convenzione di Basilea del 1992 ha tentato di stabilire alcune regole, attraverso un’intesa per il controllo dei movimenti di rifiuti tossici e per il loro trattamento. Tuttavia il 75% dei rifiuti elettronici prodotti in Europa, l’80% per gli Stati Uniti e l’85% per l’Italia, continua a svanire nel nulla. Un traffico che frutta alle multinazionali come alle organizzazioni che si occupano di smistarli e riciclarli illegalmente in Africa. Nigeria e Ghana, soprattutto.

«Il riciclo dei materiali potrebbe essere una risorsa se attuato come dovrebbe» spiega Vittoria Polidori, responsabile della campagna inquinamento per Greenpeace Italia. «Si tratta però, nella maggior parte dei casi, di esporre bambini molto piccoli, dell’età di cinque anni, che spesso si trovano a lavorare in queste discariche per estrarre le materie prime contenute nei rifiuti. I materiali tossici contenuti nelle componenti elettroniche possono causare danni soprattutto nel medio e lungo termine, alterando in il sistema nervoso». Obiettivo di questo “riciclo” è quello di estrarre parti metalliche, principalmente alluminio e rame, che poi vengono rivendute per circa 2 dollari ogni 5 chili.

Da alcuni anni le maggiori organizzazioni internazionali che tutelano l’ambiente denunciano il fenomeno. Il team scientifico di Greenpeace ha pubblicato in un rapporto dal titolo “Ghana contamination – Pericolo chimico nei siti di riciclo e smaltimento dei rifiuti elettronici”, pubblicato nel 2008, i dati relativi alla contaminazione di due importanti aree di smantellamento e lavorazione illegale dei rifiuti elettronici in Ghana: la prima nella capitale, Accra, principale centro di riciclaggio di rifiuti elettronici nel paese; l’altra nella città di Korforidua. I campioni, prelevati hanno mostrato, tra le altre cose, alte concentrazioni di diossine clorurate, noti composti cancerogeni.

(L’intervista, realizzata da Michela Trevisan, è tratta dal programma radiofonico Focus)