Nigeria / Ambiente
Solo nel 2014 Amnesty International ha contato 553 perdite di greggio negli impianti delle due maggiori compagnie petrolifere Shell e Eni che operano nel Delta del Niger. L'equivalente di uno sversamento e mezzo al giorno. Si parla di perdite pari a cinque milioni di litri di greggio. Cifra probabilmente sottostimata.

Continua lo sversamento di olio nero nel Delta del Niger, in Nigeria. Nel solo 2014 sono state contate 553 perdite di greggio negli impianti delle due maggiori compagnie petrolifere che operano nella regione, Shell ed Eni. In totale quindi fanno uno sversamento e mezzo al giorno. Sono i risultati allarmanti pubblicati da Amnesty International la settimana scorsa, frutto dell’analisi degli ultimi dati rilasciati dalle due multinazionali.

In particolare, secondo quanto raccolto dall’ong, lo scorso anno l’anglo-olandese Shell ha riportato 204 perdite, mentre l’italiana Eni 349. Le compagnie petrolifere dichiarano che le fuoriuscite del 2014 hanno causato la perdita di 30.000 barili (equivalenti a cinque milioni di litri). Tuttavia, sostiene Amnesty, a causa di un sistema di reportistica assai carente, ci sono alte probabilità che quella cifra sia di gran lunga sottostimata.

Anche se le due multinazionali e il governo nigeriano trattano quello che è a tutti gli effetti un disastro ambientale, come se fosse normale routine, per dare un’idea di ciò che sta avvenendo realmente basta fare il confronto con l’Europa, dove dal 1971 al 2011 sono state registrate solo 10 fuoriuscite all’anno (dati riportati da Amnesty).  «In qualsiasi altro paese, saremmo di fronte a un’emergenza nazionale» afferma Audrey Gaughran, direttrice del Programma Temi globali di Amnesty International, «qui in Nigeria invece si tratta di procedure operative standard e il costo umano è terribile: la popolazione del Delta vive in mezzo all’inquinamento ogni giorno della sua vita».

Le compagnie petrolifere hanno sempre dato la colpa degli sversamenti ai sabotaggi e ai tentativi di furto del prezioso oro nero da parte di singoli o di bande armate.  Queste giustificazioni sono state contestate dalle comunità locali e dalle organizzazioni della società civile che invece ritengono che la causa principale resti quella legata all’inadeguatezza degli impianti delle compagnie. In particolare, come riporta Amnesty, delle tubature, che sarebbero molto vecchie e non riceverebbero la manutenzione necessaria.

Risarcimento a Bono, vittoria vana
Tutto ciò non fa che rendere futili e insignificanti i risultati ottenuti prima nel novembre del 2014 quando la Shell è stata costretta in un processo a Londra – dopo averlo negato per anni – ad ammettere di aver sottostimato la dimensione di due grandi fuoriuscite avvenute nel 2008/2009 nel Delta del Niger. E poi, alla fine di questa vicenda, nel gennaio scorso, sempre nel Regno Unito, quando – all’interno dello stesso procedimento giudiziario – la Shell ha finalmente accettato di compensare i circa quindicimila contadini e pescatori della città di Bodo e della comunità Ogoni, con un risarcimento pari a 55 milioni di sterline (70 milioni di euro) per l’inquinamento delle acque e dei terreni causati da dei sversamenti avvenuti nel 2008 e nel 2009, dopo aver inizialmente offerto la risibile cifra di 4000 sterline.  Non si tratta che di gocce in un mare ormai inquinato, se si guarda alla devastazione ambientale causata nei decenni e ancora in corso, visti i dati di Amnesty.
«Il caso di Bodo ha mostrato chiaramente cosa ci vuole per far dire la verità a questa compagnia: sei anni e un procedimento giudiziario nel Regno Unito. E le altre centinaia di comunità locali che potrebbero essere state imbrogliate?» si è chiesta Audrey Gaughran.

Noncuranza dell’Eni
Comunque con 349 riversamenti (uno al giorno) nel 2014, è l’Eni a inquinare maggiormente il Delta.  E non è stato nemmeno l’anno peggiore, sempre secondo Amnesty, nel 2013 le perdite Eni erano state 500, e nel 2012 quasi lo stesso, con 474 perdite secondo i dati governativi nigeriani. 

La Nigerian Agip Oil Company, che appartiene all’Eni, ha un’attività meno importante rispetto alla Shell nella regione, eppure i disastri che produce con i suoi sversamenti sono più numerosi. Il fatto che di fronte a numeri così alti non si sia fatto nulla per un arco di tempo così lungo è chiaramente segno di negligenza da parte della compagnia. «L’Eni ha evidentemente perso il controllo delle sue attività nel Delta del Niger», ha infatti denunciato Audrey Gaughran.

«Il governo italiano deve indagare su cosa accade nelle sue operazioni – ha affermato sempre la Gaughran -. Tutte le compagnie petrolifere che operano in Nigeria devono rivelare l’età e le condizioni delle loro infrastrutture, avviare una revisione delle loro procedure operative e rendere note le conclusioni, in modo che le comunità locali sappiano cosa sta succedendo».
Un appello di Amnesty al quale l’Eni avrebbe il dovere di rispondere, se non altro per mostrare un minimo di rispetto alla popolazione del Delta che continua a subire gli effetti di decenni d’inquinamento, ma finora non l’ha fatto. E Claudio Descalzi, Amministratore Delegato di Eni, vuole dirci qualcosa?

Nell’ultimo numero di aprile 2015, Nigrizia ha toccato questi temi attraverso la presentazione del fumetto-inchiesta intitolato “Soldi Sporchi” al quale ha dedicato la copertina. Un progetto nato dalla collaborazione tra l’ong Re:Common e la casa editrice Round Robin, in cui si racconta un’inquietante e opaca vicenda di corruzione e riciclaggio sull’asse Nigeria-Europa e di come sia possibile inceppare il meccanismo.

Il numero di Nigrizia del mese di aprile è acquistabile qui.

Nella foto in alto un giovane ragazzo aspira con una pompa il petrolio dalle acque del Delta del Niger in Nigeria sulla sua piccola imbarcazione. (Fonte: guerrecontro.altervista.org). Sopra una cartina del Delta del Niger con in evidenza le zone con perdite di petrolio risalente al 2012.