Pesticidi vietati nell’UE venduti in Africa da aziende europee
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"Veleno per profitto". Uno studio evidenzia il doppio standard applicato dall’Unione Europea sulla salute, l’ambiente e i diritti umani, invocando drastiche riforme normative
Pesticidi vietati nell’UE venduti in Africa da aziende europee
L’Europa ha bandito il 34% dei principi attivi ritenuti tossici. Eppure ogni anno centinaia di migliaia di tonnellate di pesticidi altamente nocivi lasciano l'UE per raggiungere i mercati esteri, in particolare quelli africani. L’Italia al secondo posto per quantità esportate
11 Dicembre 2025
Articolo di Antonella Sinopoli (da Accra)
Tempo di lettura 5 minuti

Veleno per profitto. È quello che avviene con l’esportazione di pesticidi dannosi in Africa. Ma la cosa più ignobile è che si tratta di pesticidi vietati dall’Unione Europea ma che da lì arrivano.

Primo paese in assoluto ad aver esportato tali prodotti nocivi è il Regno Unito (32,187 tonnellate). Al secondo posto c’è l’Italia con 9.499 tonnellate, seguita dalla Germania (8,078 tonnellate). L’anno di riferimento è il 2018.

Sembra lontano nel tempo ma le cose non sono cambiate e a raccontarlo, tra gli altri, è un recente studio della ONG svedese Swedwatch. Il titolo del lavoro non lascia adito a dubbi: “Veleno per profitto: il costo dei doppi standard dell’UE su biodiversità, salute umana e mezzi di sussistenza“.

Il “caso” del Kenya

Il documento presenta, in particolare, un caso studio che riguarda il Kenya e vi ha collaborato il Kenya Organic Agriculture Network (KOAN). Il paese dell’Africa orientale nel giugno scorso ha vietato 77 pesticidi altamente pericolosi e si vedrà cosa accadrà.

Intanto, le importazioni annuali di queste sostanze chimiche – quasi un terzo delle quali proviene dall’UE – sono più che raddoppiate tra il 2015 e il 2018. L’analisi evidenzia gli effetti diffusi di questi pesticidi sugli agricoltori e sull’ambiente locale. I lavoratori intervistati descrivono come i pesticidi causino gravi irritazioni agli occhi e alla pelle e problemi respiratori.

Alcuni raccontano casi di lavoratori che sono addirittura collassati nei campi e, in alcuni casi, sono morti. Gli operatori sanitari, dal canto loro, segnalano un aumento dei tassi di cancro nelle regioni agricole, mentre gli agricoltori sottolineano gli impatti ambientali come la scomparsa delle api e la contaminazione delle fonti d’acqua.

E poi ci sono gli utenti finali, i consumatori, ormai quasi rassegnati – e tutti consapevoli del perché e cosa sta avvenendo – a mangiare frutta e verdure senza il sapore originario o peggio con sapore alterato e chimico. Ma tali pesticidi continuano ad arrivare in Africa.

Il doppio standard

L’Europa ha bandito il 34% dei principi attivi di questi prodotti, ritenuti appunto tossici. Eppure, ogni anno, centinaia di migliaia di tonnellate di pesticidi lasciano l’UE – che ne consente ancora la fabbricazione e l’esportazione – per raggiungere i mercati esteri, in particolare quelli africani.

Eccolo il doppio standard applicato sulla salute, l’ambiente e i diritti umani. E pochi giorni fa ad agire è stata la End Toxic Pesticide Trade Coalition con la sua campagna Return to sender (Rispedire al mittente). Gli attivisti hanno consegnato alla Commissione europea 75 scatole “che simbolicamente rappresentano 75 pesticidi vietati in Europa e regolarmente esportati in paesi con regolamentazioni più deboli e comunità più esposte”.

Nel 2024 ne sono state esportate circa 122mila tonnellate e un’indagine di Public Eye aveva giù messo in evidenza un notevole incremento del 50% rispetto al 2018. I pesticidi altamente pericolosi (HHP) sono quelli che hanno livelli particolarmente elevati di tossicità acuta o cronica. Il loro utilizzo può causare danni gravi o irreversibili alla salute umana e all’ambiente. 

Esiste un sistema di classificazione, elaborato dall’Organizzazione mondiale della sanità e accettato a livello internazionale, che distingue tra quelli più pericolosi e quelli meno pericolosi. Però, come si legge nel rapporto dell’ONG svedese, nonostante l’UE abbia vietato o limitato molti pesticidi pericolosi a livello nazionale, le aziende europee esportano quantità considerevoli di queste sostanze chimiche in paesi con normative più deboli.

Nel 2022, l’UE ha esportato 714.000 tonnellate di pesticidi, per un valore di 6,6 miliardi di euro e una parte di questi sono vietati nelle aziende agricole europee proprio a causa dei pericoli che rappresentano.

Manifestazione delle Women on Farms Project, in Sudafrica nel 2024, per la messa al bando dei pesticidi europei

Danni all’export e agli agricoltori africani

Il paradosso è che gran parte del cibo coltivato utilizzando questi pesticidi viene successivamente reimportato nell’UE. Non tutti i prodotti però riescono a passare i controlli alle frontiere europee dove le spedizioni contenenti livelli eccessivi di queste sostanze vietate vengono spesso bloccate.  

Quando i prodotti intercettati vengono distrutti – sottolinea ancora il report di Swedwatch – i costi ricadono in genere sugli agricoltori locali, quelli già economicamente più vulnerabili.

Ad esempio, nel 2022, le esportazioni agricole kenyane verso l’UE hanno subito 31 intercettazioni con conseguenti perdite di oltre 118mila tonnellate di ortaggi, rispetto alle 79mila tonnellate del 2016.

C’è poi l’agricoltura locale, quella per il sostentamento delle famiglie. Qui l’uso dei pesticidi è incontrollato e, in molti casi, abusato. Nonostante la questione sia ben nota a livello locale né i produttori di pesticidi né i rivenditori di prodotti alimentari hanno affrontato efficacemente questi impatti nella pratica.

Il risultato – scrivono i relatori dell’indagine – è un persistente divario di responsabilità in cui gli agricoltori locali sostengono i costi delle esportazioni non sicure, mentre le aziende a monte e a valle della filiera alimentare globale continuano a trarne profitto.

Regolamenti “etici” per le esportazioni dall’UE

La totale mancanza di etica e noncuranza nei confronti degli agricoltori e consumatori africani viene giustificata dai produttori ed esportatori di pesticidi dell’UE che affermano di non andare contro legge ma semplicemente di aderire alle leggi locali.

Leggi che, evidentemente, necessitano di consistenti adeguamenti, visto che molti paesi non dispongono di una regolamentazione adeguata in materia.

In ogni caso la ONG svedese ricorda che bisognerebbe comunque fare riferimento a standard internazionali come le Linee Guida OCSE-FAO per filiere agricole responsabili e il Codice di condotta internazionale per la gestione dei pesticidi. In base a tali normative le aziende devono tenere conto dei diritti umani e dell’impatto ambientale lungo l’intera catena di produzione ed esportazione.

Va ricordato che in Africa l’agricoltura impiega oltre la metà della popolazione del continente e contribuisce a circa il 35% del suo PIL. Nel giugno scorso la 6a Conferenza ministeriale Unione Europea – Unione Africana sull’agricoltura alla sede FAO a Roma aveva insistito anche sulla questione dei pesticidi.

Ora, Veleno per profitto offre un quadro allarmante della situazione. E una dimensione morale della questione.

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