I COLORI DI EVA – ottobre 2009
Igiaba Sciego

Quest’anno al Festival di Venezia ha soffiato un vento nuovo. Un vento di speranza, che ha rimescolato i cuori e le teste della mostra del cinema. Un vento che viene da un paese lontano geograficamente, ma vicino per storia. Un paese chiamato Somalia e che oggi, forse, è il più instabile del mondo (politicamente, socialmente, sentimentalmente).

Per la prima volta nella storia della mostra, sono stati presentati due film che raccontano storie somale. Per me, somala/italiana, è stata una doppia festa. I due film in questione sono: Desert Flower, di Sherry Horman, un’americana di origine tedesca che ha lavorato molto per la tivù, e Good Morning Aman, opera prima del trentaquattrenne romano Claudio Noce.

Per me i due film sono sostanzialmente i volti giovani di due ragazzi: Soraya Omar Scego e Said Sabrie. Come potete intuire da quel “Scego”, Soraya è la mia nipotina di 13 anni e mezzo. L’hanno pescata a scuola per farle fare il film. Si sono innamorati dei suoi occhi grandi e hanno detto in coro: «È lei la Waris da piccola».

La parte di Soraya è quella della modella somala Waris Dirie (waris significa “fiore del deserto” in somalo) prima che diventasse una super-top-model strapagata e ambasciatrice Onu contro le mutilazioni genitali femminili. Per fare il film, Soraya (che vive a Gibuti con la famiglia) ha dovuto prendere confidenza con dei capretti e adattarsi a indossare tuniche lunghe, che di solito non mette. Della sua esperienza m’ha detto: «È stato facile. Ma ora, ogni tanto, penso ai capretti. Da grande voglio fare la veterinaria».

Nel film, pur vedendo la mia Soraya di sempre, ho scorto anche qualcosa di diverso. A volte, non seguivo più la storia del film, ma mi fermavo su quei colori, sui dromedari, sul sorriso della bambina che abbraccia un capretto. Guardavo Soraya e vedevo la Somalia che ci è stata tolta da una guerra brutale e anacronistica. E mi domandavo: «Perché i somali si stanno combattendo? Perché ancora massacri?».

Guardavo Soraya e la vedevo con quella faccia dubbiosa che ha quando il suo cervello è in movimento e ti parla dei suoi tre cani immaginari (le piacerebbe avere tanti animali intorno). E il mio cuore si stringeva. Sono arrivata alle lacrime quando l’ho vista attraversare da sola il deserto e ho pensato a quanti giovani somali e somale stanno morendo oggi in quel deserto, o sono rinchiusi in un carcere, o vengono respinti dalla fortezza Europa.

Nell’altro film c’è Said, con la sua aria da guascone impenitente. Una Somalia, la sua, che cerca sempre di galleggiare in qualche modo. Good Morning Aman è quasi un romanzo di formazione. Aman è un ragazzo italiano di origine somala che non si sa collocare nell’odierna Italia, che rifiuta ogni differenza. Ma sarà proprio Aman, con la sua rabbia fredda e la sua voglia di futuro, ad aiutare Teodoro (un grande Valerio Mastandrea), un pugile fallito. Faranno insieme un percorso che porterà il ragazzo a crescere e a prendere consapevolezza di sé.

Ho presentato io Said a Claudio. Per lui è stato il colpo di fulmine del regista. In quel momento, lui ha trovato il suo protagonista. In realtà, la storia è più complessa: non è stato solo un colpo di fulmine, ma una ricerca che forse non finirà mai.

Anche Claudio, al pari di me, cercava una “sua” Somalia. Aman, di fatto, esiste nella realtà delle nostre vite: è un ragazzo somalo che il regista ha conosciuto nella zona della stazione Termini a Roma, mentre girava un documentario per il centenario della Cgil. In quel documentario, il vero Aman non era previsto: la storia ruotava intorno a una lavanderia a gettoni. Ma la forza del viso del ragazzo e tutto il suo tormento sono stati una calamita per Claudio. Anni dopo quell’incontro, il film.

Said Sabrie ha saputo, con la sua bravura, dare vita al tormento di un ragazzo, passato come una cometa nella vita di un giovane italiano. Said ha dato il suo viso e la sua voce a quella Somalia che un po’ tutti stanno cercando. Mi chiedo: la troveremo un giorno?