AL-NUQTA – APRILE 2019
Elena Balatti

In una frase divenuta famosa, Paolo VI affermava che il mondo «ascolta più volentieri i testimoni che i maestri», ovvero coloro che fanno scuola di vita e non solo discorsi teorici. Di questi testimoni, grazie a Dio, non ne mancano. Fa al caso nostro l’esempio di Veronica, una delle migliaia di donne sfollate presso la base delle Nazioni Unite a Malakal, una città del Sud Sudan semidistrutta dalla guerra civile iniziata nel 2013.

Ho incrociato Veronica e sono rimasta colpita dalla sua storia durante una visita, nel marzo 2016, al campo Onu che non era stato risparmiato dall’odio distruttivo del conflitto. Il mese prima, un terzo della sua superficie era stato raso al suolo da un incendio, nel corso di sanguinosi scontri interetnici che avevano causato una quarantina di vittime, molti feriti e ustionati e la distruzione di tende che ospitavano più di 20mila persone.

La gente continuava a ritornare con la mente a quella terribile notte di scontri in cui i proiettili, colpendo le tende di materiale sintetico, causarono l’incendio. Il terrore e i tentativi di sfuggire al fuoco e ai proiettili potevano essere facilmente immaginati guardando ciò che restava della parte sudest del campo, una distesa incenerita dove qua e là affioravano spuntoni di metallo.

È là che incontrai Veronica che mi invitò subito a vedere ciò che era rimasto della sua abitazione. La donna mi spiegò che quando la gente del campo si rese conto che la situazione andava degenerando, cercò di portare in salvo le povere cose che aveva nelle tende. Lo stesso fece lei che nella sua tenda, su mandato della comunità cristiana e del missionario incaricato della cura pastorale del campo, custodiva i pochi arredi sacri e anche il Santissimo Sacramento.

Veronica si rese conto che, se voleva salva la vita, doveva muoversi in fretta e abbandonare la propria abitazione. Nella concitazione del momento, non dimenticò di portare con sé le due borse dove custodiva il Santissimo e gli arredi sacri. Per lei quelle borse venivano prima di tutto. Avrebbe pensato successivamente al resto, alle sue poche proprietà di sfollata. Ma quella possibilità non ci fu perché l’incendio distrusse completamente la sua tenda.

Mentre parlava, sorrideva e mostrava una grande soddisfazione per essere riuscita a salvare ciò che apparteneva alla Chiesa, particolarmente il Santissimo. Senza parole di recriminazione per aver perso i suoi poveri averi.

Conosco Veronica da tre anni e l’ho sempre vista serena. Il suo sorriso è rimasto intatto nelle traversie e nelle difficoltà. La considero uno dei tanti testimoni che non fanno notizia, ma sostengono i destini delle nazioni. Nello sconvolgimento portato dalle guerre sembra che distruzione e violenza prevalgano e invece un paese, in questo caso il Sud Sudan, va avanti grazie a tanti anonimi eroi. Il loro eroismo sta nel fatto che nonostante le difficoltà e la lotta per la sopravvivenza riescono a pensare agli altri e danno priorità agli altri, nello specifico di Veronica alla Chiesa e alle sue necessità.

La fede e la testimonianza di donne come Veronica sono la speranza concreta che il Sud Sudan uscirà dal tunnel.

Malakal
È la capitale dello stato sudsudanese dell’Alto Nilo, adagiata sulle rive del Nilo Bianco. Nel corso della seconda guerra civile sudanese (1983-2005) è stata a lungo il quartier generale delle forze armate del governo di Khartoum. Nel 2011, all’indomani del referendum che sanciva la nascita del Sud Sudan, è entrata a far parte del nuovo stato africano indipendente. Nella città convivono tre principali gruppi etnici: i denka, i nuer e gli shilluk.