Repubblica Centrafricana
Per chiudere la fase di transizione e arrivare al voto in un clima di riconciliazione è necessario che tutte le componenti della società concordino sui passi da fare. A questo scopo, si riuniranno a Bangui, entro aprile, 500 delegati espressione della politica, della società, delle Chiese.

Dialogo, verità, giustizia, riparazione e riconciliazione, ecco tra gli altri i punti all’ordine del giorno del Forum di Bangui che dovrebbe tenersi prima della fine di aprile. Il rapporto finale delle consultazioni popolari che si sono svolte a gennaio e febbraio, è stato consegnato alla presidente della transizione il 7 aprile. Non vi appaiono però tutte le preoccupazioni manifestate dalla gente.

Le autorità centrafricane hanno gli occhi rivolti alle elezioni presidenziali previste per la fine di quest’anno. Non mancano i candidati per questo importante appuntamento (c’è chi parla di 60!) che porrà fine alla transizione presieduta da Catherine Samba-Panza (foto).

Il Centrafrica si trova a dover affrontare sfide grandiose, a cominciare dalla riconciliazione. Tra una quindicina di giorni, a Bangui, la capitale, dovrebbe svolgersi dunque un Forum che riunirà i rappresentanti della società civile, dei gruppi armati, delle Chiese e dei partiti politici per discutere del futuro del paese.

Perché questa assise possa svolgersi in tutta sicurezza, la presidenza della repubblica si augura che l’operazione Sangaris sia mantenuta. L’operazione, lanciata il 5 dicembre 2013, avrebbe dovuto durare solo 6 mesi. È invece sono 16 mesi che i soldati francesi della Sangaris sono in Repubblica Centrafricana (Rca), perché la crisi si è rivelata molto più grave di quanto ritenuto.

È vero che il Centrafrica sta vivendo, queste ultime settimane, una certa diminuzione della tensione, ma il fuoco continua a bruciare sotto la cenere, il paese è esangue e c’è più che mai bisogno di sicurezza, sempre che si voglia portare a buon fine la transizione. Il presidente francese François Hollande prevede che Sangaris resti in Rca fino all’autunno.

Il paese ha estremo bisogno di aiuto finanziario. Normale che lo sguardo si rivolga a Parigi, ex potenza coloniale, e nella speranza che la Francia sappia coinvolgere altri finanziatori pubblici e privati. All’appello del bilancio statale mancano ben 10 miliardi di franchi Cfa (un euro= 660 franchi Cfa) e senza calcolare le spese per le elezioni presidenziali e per il Forum di Bangui.

Dialogo
A partire dal 19 gennaio si erano tenute “consultazioni” popolari in tutto il paese in vista della tenuta del Forum. Vi hanno partecipato tutte le componenti della società, compresi i gruppi politico- militari, dialogando e scambiando opinioni.

È la prima volta che ciò avviene nel paese. Ogni regione ha potuto esprimere le proprie priorità, i propri bisogni, le proprie paure e preoccupazioni. Dalla sicurezza alla scolarizzazione dei giovani, tutto è stato preso in considerazione e ora si analizzano i resoconti per stabilire i grandi temi che saranno trattati durante il Forum. I delegati saranno 500, cioè 15 per regione, ma non mancheranno i leader della diaspora e dei partiti politici così come i responsabili delle Chiese.

La riconciliazione nazionale deve assolutamente precedere l’elezione del presidente. Ma saprà il Centrafrica organizzare queste elezioni? La scommessa è enorme. Dopo il Forum comincerà la vera e propria fase di preparazione del voto. Secondo l’Agenzia nazionale delle elezioni ci vorranno almeno tre mesi per fare il censimento che servirà a fissare le liste elettorali. Anche perché centinaia di migliaia di centrafricani sono sfollati e non sarà facile identificare tutti. Il lavoro comunque è cominciato e si vuole che ogni elettore ottenga il suo certificato elettorale.

Se poi però si dovesse attendere la pacificazione nell’intero paese (due volte l’Italia la sua superficie) e che tutto il territorio sia effettivamente sotto il controllo dell’autorità centrale, le elezioni non si potrebbero mai tenere. Quindi l’elezione sarà necessariamente “parziale”. Ma in ogni città delle 16 prefetture ci saranno seggi elettorali sicuri. L’importante è garantire che tutti i candidati possano svolgere la loro campagna elettorale nella tranquillità e che il potere passi a un presidente eletto, e quindi legittimato dalle urne.

Sfide
Il Centrafrica non ha più un esercito né gendarmeria né polizia. Ci sono circa 3500 gendarmi a Bnagui e 2800 poliziotti. Ma il problema è che non tutti sono armati. Tutti gli stock di armi lasciate dall’ex regime sono stati rubati dai gruppi armati. Succede così che uomini in uniforme abbiano armi che loro stessi hanno ricuperato sui mercati! Il governo chiede insistentemente che l’embargo sia tolto, almeno per poter formare militari e poliziotti.

Un’altra sfida è rappresentata dal numero crescente di “predicatori” radicali che vengono dai paesi vicini. Anche perché nessuno sa realmente che cosa succede alle frontiere con il Sudan e il Ciad, sotto il controllo dell’ex-Seleka. Il numero 2 dell’ex-Seleka, Noureddine Adam, è o è stato in contatto con elementi di Boko haram e al-Qaida. La tanta gioventù senza lavoro è facile preda dei movimenti jihadisti. C’è dunque di che preoccuparsi.

Intanto le autorità della transizione presieduta da Catherine Samba-Panza collaborano con l’ufficio del procuratore capo della Corte penale internazionale, che vorrebbe poter fare il suo mestiere e quindi portare avanti le inchieste su persone accusate di violazione dei diritti umani e crimini contro l’umanità. Si arriverà mai a qualcosa di concreto?

A Nairobi, qualche settimana fa, si è svolto un incontro tra l’ex-presidente Bozizé (cacciato a Pasqua del 2013) e Djotodia, suo successore, grazie alla mediazione del presidente congolese Denis Sassou Nguesso. Il governo centrafricano è stato tenuto all’oscuro di tutto. Vi avrebbe però preso parte volentieri. Anche perché l’accordo di Brazzaville, che a luglio dello scorso anno aveva previsto una cessazione delle ostilità, era stato ben accolto dalla comunità internazionale, che condanna invece questo incontro tra i due ex-presidenti a Nairobi.

Dalla presa di potere, nel marzo del 2013, da parte della coalizione ribelle Seleka – cacciata a sua volta nel gennaio 2014 – la Repubblica Centrafricana è precipitata in una crisi di insicurezza e politica senza precedenti. Gli scontri hanno fatto più di tremila morti dal dicembre 2012 (inizio degli attacchi di Seleka contro il potere di Bozizé).

Mesi di violenze intercomunitarie e scontri tra gruppi armati hanno finito per rovinare il paese, già in preda ad anni di abbandono e di scontri a ripetizione, e costretto i civili musulmani (molti di origine ciadiana) a fuggire da regioni intere. Più di 850.000 persone, cioè un quinto della popolazione, avevano dovuto scappare di fronte alle violenze, secondo l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Queste agitazioni e la scarsa consistenza dello stato centrale centrafricano hanno permesso alle bande armate di prosperare in tante regioni, taglieggiando e violentando le popolazioni, senza risparmiare neanche le organizzazioni umanitarie.

Un lavoro immenso attende il Centrafrica per poter tornare alla normalità.