Corpi civili di pace
Anche se sperimentalmente, i Corpi civili di pace fanno ora parte del Servizio civile nazionale e posso agire in zone di conflitto con i metodi della difesa non armata e nonviolenta. Soddisfatte le associazioni: «Partano concretamente i progetti». Presentate oggi alla Camera le firme per la proposta di legge d’iniziativa popolare per istituire il Dipartimento della difesa civile.

Dopo una lunga attesa i Corpi civili di pace entrano, in via sperimentale, all’interno del Servizio civile nazionale. È stato infatti pubblicato sulla Gazzetta ufficiale il decreto che, accogliendo un emendamento dell’on. Giulio Marcon (Sel), può consentire a giovani volontari di attuare azioni di pace non governative in aree di conflitto o con forti criticità ambientali.

Si tratta di una storica proposta del mondo del pacifismo italiano, che trova finalmente attuazione. E infatti la Conferenza nazionale enti di servizio civile (Cnesc), il Tavolo interventi civili di pace (Icp) e la Rete italiana disarmo ritengono si tratti di «un passo fondamentale per l’implementazione di un sistema di difesa civile non armata e nonviolenta, funzione che già spetta al Servizio civile nazionale».

A questo riguardo va ricordato che oggi vengono consegnate alla Camera le firme, raccolte a partire dallo scorso novembre (ne servivano 50mila), per la proposta di legge di iniziativa popolare “Un’altra difesa è possibile” per l’istituzione del Dipartimento della difesa civile non armata e nonviolenta. Un’iniziativa, sostenuta dalla manifestazione del 25 aprile 2014 a Verona – l’Arena di pace e disarmo, che punta a realizzare un meccanismo di difesa alternativo a quello militare e dotato di risorse economiche proprie.

Tornando a i Corpi civili di pace, secondo Cnesc, Tavolo Icp e Rete disarmo «questa sperimentazione può essere una rampa di lancio di interventi più ampi per la prevenzione e trasformazione nonviolenta dei conflitti, che si colleghino ad esempio con le esperienze della cooperazione internazionale del Corpo europeo di intervento umanitario». E dunque le organizzazioni pacifiste chiedono che passi rapidamente alla fase operativa e che si possa svolgere comunque la sperimentazione in un arco di tre anni. Anche perché sono «numerose già le proposte emerse tra gli Enti interessati, sia sulle aree territoriali in cui realizzare la sperimentazione sia sulle tipologie di conflitto su cui intervenire».

«Pensiamo che questa sperimentazione sia quanto mai attuale considerando lo scenario di violenza, intolleranza e di guerra che sempre più attraversa interi paesi ed aree della nostra terra – afferma Licio Palazzini, presidente della Cnesc. Tutte situazioni critiche che non si possono più risolvere con l’uso delle armi e della forza, ma che necessitano dell’approccio della nonviolenza, di strumenti di prevenzione, di interposizione, di ricostruzione, di educazione e formazione».

Martina Pignatti Morano, referente per il Tavolo Icp, ricorda che «associazioni e volontari italiani già svolgono da decenni interventi di peacebuilding in aree di conflitto, con pochi mezzi ma producendo risultati importanti: dai Balcani alla Palestina, dal Congo all’Iraq. Finalmente anche le istituzioni sono giunte a riconoscere la dignità e importanza strategica di questo tipo di azione, e sanciscono che la pace vada costruita partendo dal punto di vista della società civile e della popolazione in zona di conflitto, non dalle prerogative di militari e gruppi di potere».

Per Francesco Vignarca, coordinatore di Rete disarmo, «è importante che finalmente si sia giunti alla realizzazione di un pezzo fondamentale della Difesa civile non armata e nonviolenta che noi vogliamo realizzare nella pratica e in maniera sistemica. La nostra attenzione a questo percorso sarà quindi incentrata sulle lezioni che si potranno trarre per una politica più ampia di difesa civile, la stessa che chiediamo con la proposta di legge di iniziativa popolare».

Un momento dell’Arena di pace e disarmo. Verona, 25 aprile 2014.