Oggi e domani in Guinea Equatoriale
I capi di stato africani – ospiti in Guinea Equatoriale del dittatore Teodoro Obiang Nguema, presidente di turno, per il XVII vertice – dovranno esprimersi sulla crisi libica. Critiche alla Corte penale internazionale.

Per comprendere il clima nel quale il XVII vertice dell’Unione africana (Ua) – che si tiene il 30 giugno e il primo luglio a Malabo, capitale della Guinea Equatoriale – dovrà produrre una dichiarazione comune sulla situazione in Libia, basta questa dichiarazione del presidente della Commissione Ua, Jean Ping: «Con il suo mandato d’arresto, emesso lunedì scorso contro Muammar Gheddafi per crimini contro l’umanità, la Corte penale internazionale ha gettato benzina sul fuoco. Del resto la Cpi si pronuncia sempre nel momento sbagliato».

Certo, i capi di stato africani sono chiamati ad esaminare temi rilevanti come la situazione in Sudan (il 9 luglio nasce il Sud Sudan, il 55 stato africano, considerando anche il Sahara Occidentale) e la crisi della Somalia, ma è chiaro che i riflettori dei media internazionali sono accesi sulla presa di posizione intorno al conflitto libico. Vedremo quale mediazione salterà fuori, visto che è fuor di dubbio che ci sono posizioni anche molti divergenti: ci sono i sostenitori del raìs, e sono quelli che in ogni occasione ricordano i finanziamenti di Gheddafi all’Ua (e a loro stessi), e ci sono coloro che gli chiedono di andarsene, di porre fine ad un potere durato 42 anni.

Nei giorni scorsi, sempre a Malabo, l’Ua ha incontrato sia una delegazione di Gheddafi, guidata dal ministro degli esteri Abdoul al Obeidi, sia una delegazione del Consiglio nazionale di transizione, organo politico dei ribelli che si battono contro il raìs.

Questo vertice va poi segnalato anche per un’altra nota negativa. Si tiene in Guinea Equatoriale, “regno” del presidente di turno dell’Ua, in carica dall’inizio dell’anno, Teodoro Obiang Nguema: un personaggio, al potere dal 1979 con un colpo di stato, che utilizza il petrolio di cui è ricca la nazione per sé e per la sua “corte” e che soffoca le libertà fondamentali. Human Rights Watch ha definito il suo governo «uno dei più violenti e corrotti del mondo». I 700mila abitanti di questo staterello dell’Africa occidentale potrebbero vivere bene: invece, il 60% combatte con la miseria.

Naturalmente i capi di stato africani sono al corrente di questa situazione, sanno che la comunità internazionale ha messo al bando da tempo il dittatore. Ma non diranno nulla e così daranno a Nguema la possibilità di ripulire la propria immagine. Del resto non sta bene irritare un presidente che, grazie ai suoi petrodollari, ha preparato proprio per il vertice Ua due centri per le conferenze, un albergo di lusso, una spiaggia artificiale, un impianto per il golf e una villa per ciascun capo di stato. (rz)