Questa mattina in un’intervista alla radio sudsudanese Eye Radio News, padre Christian Carlassare (nella foto mentre scende dall’aereo che l’ha portato da Rumbek alla capitale Juba) ha rilasciato la prima intervista dopo l’agguato ad opera di due sicari che gli hanno sparato alle gambe.

Le sue prime parole sono state per la sua gente: «Perdono chi mi ha sparato, dal profondo del cuore e chiedo di pregare per la gente di Rumbek che sicuramente soffre più di me». Sono le parole di un giovane vescovo che ama il suo popolo, martoriato da cinque lunghi anni di guerra intestina (2013-2018), dopo l’indipendenza del 2011 che aveva destato tra la popolazione grande speranza.

Nonostante la firma degli accordi di pace del settembre 2018 gli scontri intercomunitari per terra, bestiame, oro e petrolio sono ripresi con grande violenza, soprattutto negli stati di Jonglei, Alto Nilo, Bahr-al-Ghazal ed Equatoria. Ora la crisi del paese è aggravata anche dal collasso economico, che ha portato ad una situazione di insicurezza alimentare quasi la metà della popolazione, e dal Covid che imperversa.

Raccontava a Nigrizia padre Christian nel febbraio scorso: « Le dinamiche della guerra si sono appropriate delle logiche politiche e il paese è dominato da un’élite militare che ne divora le risorse ed è smembrato attraverso tutto il territorio in molti gruppi etnici costretti a salvaguardare l’accesso alle risorse e alla loro stessa stessa esistenza».

Padre Christian, che è in volo per Nairobi dopo uno scalo nella capitale Juba, ha telefonato ai genitori questa mattina alle 7. « Era sereno – racconta a Nigrizia la mamma Marcellina –, per quanto si può, dopo un agguato del genere. Ci ha tenuto a tranquillizzarci. Ma oltre a quanto accaduto mi chiedo: da dove vengono quelle armi che hanno sparato a mio figlio? Non certo dal Sud Sudan. Vengono dal nostro mondo occidentale. Va benissimo pregare per Christian e per il Sud Sudan e anche organizzare una veglia di preghiera (domani sera a Piovene Rocchette, nel vicentino, alle 20) ma perché non trasformiamo queste fabbriche di armi per costruire la pace nel mondo? Tutte le energie, intelligenze e tecnologie che mettiamo a servizio delle armi e della morte perché non le riconvertiamo in strumenti che invece producano vita e speranza tra gli esseri umani?»