Sudan / Darfur
I risultati del referendum che si è svolto nella regione sudanese del Darfur dal 11 al 12 di aprile non hanno riservato sorprese. Verrà mantenuto l’assetto attuale con 5 stati. Dopo la bassa affluenza, nel paese non sono mancate le polemiche. Le opposizioni che hanno boicottato il voto, adesso ne disconoscono la validità.

Come largamente previsto, in Darfur il referendum ha dato un risultato favorevole all’ipotesi sostenuta dal governo, cioè quella del mantenimento dell’attuale assetto amministrativo sulla base di cinque stati. I risultati sono stati comunicati sabato 23 aprile dal presidente della commissione elettorale, Omar Ali Gama, in una conferenza stampa tenuta alla Friendship Hall, la più prestigiosa tra le sale congressi governative di Khartoum, alla presenza di molti personaggi di rilievo legati al partito di governo del presidente Omar al Bashir, il National Congress Party, Ncp. L’opzione del mantenimento degli attuali cinque stati è stata votata dal 97,72% dei votanti, mentre quella del ritorno ad un’unica entità regionale ha avuto il 2,28 %. In valori assoluti hanno votato per l’attuale assetto amministrativo 3.081.976 votanti; solo 71.920 per l’opzione contraria.

Voto boicottato
Le operazioni di voto sono state monitorate da 102 osservatori interazionali (Russia, Cina, Kenya, Libia, Mozambico, Turchia, Lega araba, Unione africana, Agenzia di soccorso islamico e Unione dei giornalisti africani) e da 1.500 nazionali. Avrebbe comunque votato meno della metà della popolazione adulta del Darfur, che è stimata dall’Onu essere circa 6.200.000 persone. Avevano diritto al voto solo i residenti, tra cui: gruppi provenienti dai paesi limitrofi e insediatisi nei territori lasciati liberi dagli sfollati a partire dall’inizio della crisi, nel 2004 (cui il governo ha concesso prontamente la cittadinanza), ma non i cittadini nativi del Darfur residenti in altre località del paese e all’estero.
Il referendum è stato boicottato dai partiti di opposizione, dalla maggioranza delle organizzazioni della società civile e in particolare da quelle che rappresentano gli oltre 2 milioni di sfollati (da oltre un decennio residenti nei numerosi campi profughi della regione), e dai movimenti di opposizione armata. Anche la comunità internazionale si era dichiarata preoccupata dall’effetto che la consultazione avrebbe potuto avere sull’andamento del dialogo nazionale che da tempo va avanti nel paese. Diverse sono inoltre state le denunce di brogli durante i tre giorni dello svolgimento delle operazioni referendarie (11, 12 e 13 di aprile).

L’opposizione non ci sta
I risultati del referendum sono stati contestati da un vasto coro di forze di opposizione. Ancor prima della loro ufficializzazione si era espresso Sadig El Mahdi, presidente dell’Umma Party, il maggior partito di opposizione in Sudan che ha una notevole parte dei suoi sostenitori proprio in Darfur. Da Parigi, dove stava partecipando ad un meeting del coordinamento dell’opposizione conosciuto come Sudan Call, ha dichiarato che sono da ritenersi falsi, come del resto i risultati delle elezioni del 2015, perché sono basati su procedure che non possono essere considerate legittime. Khalid El Omar, del Sudan Congress Party si è appellato «all’Onu, all’Unione europea, all’Unione africana, alla Lega araba e a tutte le nazioni amiche nel mondo perché non riconoscano i risultati del referendum destinati a raddoppiare l’instabilità in Darfur e nei paesi vicini».
Domenica, l’Omda (titolo del rappresentante di una divisione amministrativa in Sudan) Ahmed Ateem, figura di spicco nell’Associazione degli sfollati e dei rifugiati del Darfur, ha dichiarato a Radio Dabanga che i risultati del referendum «non significano niente per la gente della regione, perché la maggioranza è nella diaspora o è profuga a causa di questo governo (quello di Khartoum) e non ha potuto votare». Come rappresentante della società civile Zahra Abdul Naeim ha dichiarato che «il risultato del referendum era scontato, conosciuto in anticipo, non è riconosciuto e vedrà l’opposizione delle organizzazioni della società civile”.
Anche le opposizioni armate hanno fortemente contestato i risultati referendari. Minni Arko Minawi, capo di un’ala del Sudan Liberation Movemnet, Slm-MM, ha fatto sapere di considerare «i risultati del cosiddetto referendum come una dichiarazione di guerra, che già si combatte in Darfur…»

Un sesto stato in Darfur?
I risultati sono stati invece riconosciuti dal National Liberation and Justice Party (NLJP), di Tijani al-Sissi, che aveva firmato per primo, e tra i pochissimi movimenti darfuriani, l’accordo di pace di Doha e ha finora retto l’autorità regionale che sarà sciolta, stante i risultati del referendum. Il National Liberation and Justice Party aveva sostenuto l’opzione di un’unica entità regionale e aveva denunciato diverse irregolarità durante le operazioni di voto. Ma il suo vicepresidente, Hayder Galokoma, ha dichiarato che, generalmente parlando, le elezioni si sono svolte regolarmente e dunque i risultati devono essere considerati come l’espressione della volontà della popolazione della regione.
Intanto Adam Shogar, capo dei Movimenti per la pace del Darfur, di etnia Zagawa, ha chiesto la creazione di un sesto stato nel nord dell’attuale Darfur del Nord, terra di origine degli Zagawa. E potrebbe non essere l’unica richiesta di un‘ulteriore frammentazione della regione in base ad interessi etnici e/o politici. Durante la campagna referendaria era anche stata ventilata l’ipotesi di rinominare gli stati, cancellando così il nome Darfur dalla carta geografica e dalla storia futura del Sudan.
I fautori della divisione della regione in diversi stati sostengono che così si evita l’egemonia dell’etnia maggioritaria dei Fur. Fanno però anche il gioco del governo centrale, che così accomoda i suoi sostenitori e finisce per controllare più facilmente le ingenti risorse della regione. I sostenitori dell’opzione opposta, e ora perdente, dell’entità regionale unica avevano a cuore l’identità della regione, unita fino al 1994, che, avrebbe così potuto meglio resistere alle interferenze del governo centrale e godere di una certa autonomia.