Uno sconosciuto, con il pettorale numero 11, che poco prima dell’inizio della gara decide di togliersi le scarpe e di correre a piedi nudi come ha sempre fatto. Lo decide anche a rischio di litigare con il suo allenatore che gli fa un po’ da padre e che gli ha suggerito, cioè imposto, una corsa di attesa, di correre senza darlo a vedere per poi compiere un’accelerazione finale delle sue. Un copione che lui ha rispettato. Lui è Abebe Bikila: 28 anni, di etnia oromo, caporale della guardia del negus neghesti (re dei re) Hailé Selassié (1892-1975), l’ultimo imperatore d’Etiopia.

Non era facile scrivere sulla vittoria dello sconosciuto maratoneta etiopico alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Era sempre dietro l’angolo il rischio di essere risucchiati nella retorica e di non scostarsi dai soliti temi: Bikila simbolo dell’Africa che si scrolla di dosso i colonialismi europei (il 1960 è l’anno delle indipendenze di 17 paesi) oppure l’impresa come rivincita della occupazione di Addis Abeba nel 1936 da parte delle truppe di Benito Mussolini, l’uso dell’iprite (il mortale “gas mostarda”) e i massacri compiuti da Rodolfo Graziani.

Rischio evitato perché l’autore – scrittore francese che ha vissuto un periodo in Italia – si è immedesimato nei pensieri del maratoneta lungo i 42 chilometri e 195 metri e ha raccontato “da dentro” non le tattiche di gara, le insidie del gesto atletico e l’ascolto del corpo, ma anche Roma, l’Etiopia e il fascismo, la famiglia di Bikila, l’allenatore, il duello con il maratoneta marocchino Rhadi, poi finito secondo, che riesce meglio del protagonista a occultarsi fino quasi a scomparire.

Indovinata anche l’idea di scandire i capitoli con il numero dei chilometri percorsi, così da invitare il lettore ad adeguarsi a un certo ritmo agonistico. «Niskanen (l’allenatore) mi raccontava la strada come si spiega un libro. Passerai di qui e poi di qua, mi diceva. Qui ci sarà da spingere per via del falsopiano che gli altri non vedranno, e più avanti dovresti recuperare qualche posizione».

A intervalli irregolari – altra trovata divertente – il testo del romanzo è interrotto dalle frasi sconnesse di un reporter radiofonico che, in una gracchiante diretta con il suo studio, fa dei commenti inappropriati e non ne indovina una: metafora, fin troppo scoperta, di un mondo impreparato all’irruzione di Bikila nell’atletica e delle Afriche sulla scena internazionale.

Al trentasettesimo chilometro, si compie la rivincita dell’Etiopia. Come stabilito, all’altezza dell’obelisco di Axum – «bottino dei saccheggiatori fascisti che il Duce fece piazzare nel 1937 di fronte al ministro dell’Africa italiana» (la stele è stata restituita all’Etiopia nel 2008) – Bikila alza il ritmo e se ne va. In amarico, Abebe Bikila significa “fiore che cresce”.