Sud Sudan
Nella capitale sud sudanese i civili sono terrorizzati. Dopo gli scontri a fuoco di luglio arrivano una serie di denuncie di violenze su base etnica, perpetrate dai soldati governativi: centinaia di stupri e un assalto ad un albergo che ospitava cittadini stranieri, con l’uccisione a sangue freddo di un giornalista sudanese. Atti brutali, avvenuti sotto gli occhi degli uomini della missione di pace dell’Onu. Che non è intervenuta.

A poco più di un mese dagli scontri tra l’esercito governativo fedele al presidente del Sud Sudan, Salva Kiir e gli armati dell’opposizione fedeli a Rieck Machar nel pieno centro della capitale Juba, vengono confermati i più brutali episodi di cui erano circolate voci che non era stato possibile finora provare. Viene anche confermato che la missione di pace (Unmiss), presente in città con molte centinaia di uomini, non è intervenuta per difendere i civili, come prevede in modo specifico il suo mandato nel paese.

Il pesantissimo quadro dell’inqualificabile operato dei militari delle due fazioni – ma soprattutto delle truppe governative, come già anticipato anche da comunicati dell’Onu e delle forze dell’Unmiss -, emerge da un comunicato di Human Rights Watch (Hrw, l’organizzazione internazionale specializzata nella denuncia delle violazioni dei diritti umani), diffuso il 15 agosto da Nairobi e da testimonianze raccolte dall’agenzia di stampa Associated Press.

Il comunicato di Hrw, frutto di ricerche fatte sul campo fin dove è stato possibile arrivare, in una città dove diverse zone sono ancora irraggiungibili per disposizioni governative, chiarisce senza ombra di dubbio dinamiche riconoscibili anche in altri momenti della guerra civile sud sudanese. La più preoccupante è certamente la discriminazione delle vittime su base etnica: i soldati governativi hanno attaccato civili non dinka, dice il rapporto. Le donne e le ragazze nuer sono state particolarmente abusate, molto spesso nelle vicinanze dei campi per la protezione dei civili difesi dall’Onu, da cui si erano allontanate in cerca di cibo, molto spesso sotto gli occhi dei caschi blu che non sono mai intervenuti. Sono più di 200 le denunce di stupro, anche di gruppo, raccolte finora.

Assalto ad un albergo

L’Associated Press si concentra nella descrizione di un gravissimo episodio avvenuto l’11 luglio, quando ormai i combattimenti erano finiti e le truppe dell’opposizione avevano lasciato la città: l’assalto ad un albergo in cui erano ospitati una cinquantina di operatori umanitari, la maggioranza dei quali stranieri. L’albergo, che era ritenuto particolarmente sicuro, è stato attaccato da un centinaio di militari governativi. Durante l’operazione, assolutamente ingiustificata, è stato trucidato un giornalista locale, coordinatore dei programmi di Internews, una ong internazionale specializzata nella formazione di giornalisti e nel sostegno all’informazione libera nei paesi del sud del mondo. Il giornalista è stato riconosciuto come nuer dalle scarificazioni tipiche del suo gruppo etnico ed è stato ucciso a sangue freddo davanti agli avventori. I militari hanno poi fatto irruzione nella parte residenziale, demolendo a colpi di arma da fuoco tutte le protezioni. Hanno saccheggiato gli spazi comuni e le camere, poi si sono accaniti contro le donne residenti nella struttura che sono state ripetutamente e brutalmente violentate, e contro gli uomini stranieri, in particolare americani, a testimonianza che nel paese sta crescendo l’astio contro la comunità internazionale in genere, l’Onu e gli Usa in particolare.

L’assalto è durato diverse ore, durante le quali molti ospiti, che si erano barricati nella parte residenziale, hanno inviato ripetute richieste di aiuto alle vicine forze dell’Unmiss e alle ambasciate straniere, in particolare a quella americana, che hanno ritenuto di non intervenire per varie, e in definitiva risibili, considerazioni. Il portavoce dell’esercito governativo non nega l’episodio; si limita ad osservare che le divise militari potrebbero anche essere state rubate. Il segretario generale dell’Onu, Ban Ki Moon, ha annunciato un’inchiesta sul comportamento dei caschi blu, accusati di negligenza e non solo in questa occasione, ma anche in altri gravi episodi avvenuti in altre zone del paese.

I responsabili paghino

Hrw conclude il suo rapporto ripetendo richieste che molte organizzazioni e osservatori indipendenti  avanzano da tempo. La prima è che si metta fine all’impunità, organizzando un tribunale specifico per indagare sulle violazioni dei diritti umani e delle convenzioni internazionali. Il tribunale, previsto dagli accordi di pace, avrebbe dovuto entrare in funzione nel prossimo ottobre, ma per ora non è stato fatto niente per la sua organizzazione. Hrw chiede anche che si rafforzino e si estendano le sanzioni verso i responsabili, seguendo la catena di comando che porta direttamente al presidente Kiir, al suo capo di stato maggiore Paul Malong Awan e, per l’opposizione, al vicepresidente Machar. Chiede infine l’embargo sulle armi, su cui il Consiglio di sicurezza Onu non ha mai trovato l’accordo, neppure nell’ultima seduta, in cui è stato invece approvato l’invio di una forza regionale di 4.000 uomini, a protezione dei civili e delle strutture strategiche a Juba.