L'intervista

Parla l’uditrice Roselei Bertoldo, una delle 35 donne che partecipano al Sinodo per l'Amazzonia, in prima linea nella lotta contro abuso, sfruttamento, schiavitù, tratta e femminicidio in Brasile.

Ascoltare il “grido di schiavitù” che viene non solo dalla natura ma anche dai suoi popoli, soprattutto dalle donne che sono costantemente minacciate nei loro territori, è parte integrante della missione della Chiesa e in particolare di questo Sinodo che chiama a costruire nuovi cammini per il futuro. Suor Roselei Bertoldo, tra le 35 donne che partecipano ai lavori sinodali, è impegnata in prima linea nella lotta al traffico delle persone attraverso la rete Um grito pela vida (Un grido per la Vita) in Brasile, una delle 44 realtà del network internazionale Talitha Kum.

Il rischio di violenza contro le donne in Amazzonia è aumentato per la presenza dei dipendenti delle compagnie estrattive, commercianti di legname, soldati, tutti per lo più uomini. Cosa sta succedendo?

Per quando riguarda il Brasile, bisogna innanzitutto fare una distinzione tra sfruttamento sessuale e prostituzione perché quest’ultima è legale a partire dai 18 anni. Accade però che molte donne vengono truffate dalle diverse imprese, che le attraggono con false promesse di lavoro, e una volta arrivate nella sede di questi grandi aziende vengono sfruttate sessualmente. Le azioni dello Stato si rivelano spesso inefficaci e c’è ancora troppa impunità. Abbiamo fatto molte denunce che riguardano soprattutto le industrie minerarie e i cercatori d’oro ma, malgrado i nostri sforzi, cadono nel vuoto. Allo stesso tempo, si assiste a un indebolimento delle politiche pubbliche, soprattutto dei comitati che lottano contro la tratta delle persone.

Negli ultimi anni c’è stato il proliferare di un giro oscuro di prostituzione che ha coinvolto soprattutto le adolescenti. Come finiscono in questa rete?

Nella maggior parte dei casi, le ragazze vivono in paesi piccoli o in località disperse e soffrono già situazioni di violenza all’interno delle loro famiglie. Per cui accade che sono le stesse giovani a fuggire per andare nelle grandi città, nella speranza di trovare un futuro migliore. Ma quando arrivano finiscono per entrare in queste reti di sfruttamento e di tratta. Ci sono poi casi di ragazze che si trasferiscono in città per motivi di studio e che vengono accolte da famiglie del posto ma sono proprio queste “nuove famiglie”, che dovrebbero prendersi cura di loro, a sfruttarle a livello lavorativo o sessuale.

Ci sono casi recenti di cui può parlarci?

C’è la storia di una giovane adolescente di São Gabriel da Cachoeira, nello Stato dell’Amazonas, che era andata a studiare a Manaus. L’accordo era che lei vivesse in questa famiglia e che ricevesse un salario per il lavoro che svolgeva presso di loro. Ma dopo due giorni che si trovava lì il capo famiglia l’ha portata a San Paolo, dove ha vissuto in una situazione di schiavitù: non poteva uscire e non riceveva alcun salario. Per fortuna, la ragazza è riuscita a denunciare questi abusi e, grazie al ministero del lavoro brasiliano, ha potuto risolvere la sua situazione. Un altro caso recente riguarda quattro adolescenti tra i 16 e i 17 anni che erano state contattate tramite internet per lavorare come modelle a San Paolo. Avevano già comprato i biglietti e stavano per partire ma una delle famiglie, che era contraria alla partenza, ha denunciato tutto alle forze dell’ordine e si è scoperto che queste persone gestivano una rete criminale e che avevano già reso schiave altre 40 ragazze.

Come interviene Talitha Kum in Brasile contro la tratta?

La maggior parte dei casi che ci sono a Manaus sono legati allo sfruttamento sessuale o domestico e il lavoro di Talitha Kum, e nello specifico della rete Um grito pela vida, è soprattutto sul fronte della prevenzione: tutte le settimane andiamo nelle scuole pubbliche e c’è una collaborazione con i municipi per svolgere delle attività con bambine e adolescenti. È un lavoro che riguarda anche le loro famiglie. Ad esempio, quando c’è una riunione a scuola, i genitori partecipano a questi incontri formativi. Poi svolgiamo un lavoro di dialogo perché si creino delle politiche pubbliche di accompagnamento a favore delle vittime. Un altro lavoro importante viene svolto sul piano delle comunicazione, attraverso le radio e le televisioni locali, per moltiplicare la conoscenza sui rischi che si corrono. Non meno importante è il nostro impegno nelle zone di frontiera. Ad esempio, abbiamo un gruppo specifico che lavora nella città di Tabatinga, al confine tra Peru, Colombia e Brasile, dove si è riusciti a siglare degli accordi specifici con i tre paesi e si sta sviluppando un lavoro interessante nel campo della prevenzione. 

L’Istrumentum Laboris cita più volte il tema della tratta. Cosa vi aspettare da questo sinodo?

Nell’Istrumentum Laboris la voce “tratta” compare ben sette volte e in tutti i gruppi di ascolto e di dialogo con le differenti realtà a cui sto partecipando è molto vivo il tema della tratta e dello sfruttamento sessuale. Una delle proposte che stiamo avanzando al Sinodo è che la Chiesa si faccia carico della lotta contro l’abuso, lo sfruttamento, il femminicidio e la tratta e che la porti avanti in tutte le attività ecclesiali. Chiediamo anche che, attraverso il Dicastero per lo Sviluppo Umano Integrale che si occupa di migranti, si intervenga nei vari paesi della regione Panamazzonica per fare in modo che chi ha firmato i patti sulle migrazioni possa davvero metterli in pratica. Sarebbe importante poi che le Conferenze episcopali coinvolte nella Regione Panamazzonica creino delle commissioni di lavoro specifiche. È molto bello l’esempio del Celam, il Consiglio episcopale latinoamericano, che nel 2017 ha creato una rete che si chiama Clamor. Talitha Kum sta chiedendo a tutte le Conferenze episcopali di entrare in questa rete.

Quello di Papa Francesco è certamente un Pontificato innovatore anche sul fronte dei diritti delle donne. Qual è il ruolo delle donne nella Chiesa, o quale dovrebbe essere?

Noi donne stiamo intervenendo attivamente in tutto il processo sinodale e stiamo chiedendo che si aprano ministeri specifici all’interno della Chiesa. Può darsi che questo succeda, o forse no. In ogni caso stiamo scrivendo la storia. Tutto quello che diciamo viene registrato e servirà soprattutto per il futuro. Stiamo aprendo un cammino e l’aspetto positivo riguarda soprattutto le donne indigene che stanno partecipando al sinodo: il fatto che le donne che vivono lungo i fiumi, in passato spesso dimenticate, ora possano parlare, sta lasciando un segno molto grande. La loro parola ha marcato e marca quello che sta succedendo durante i lavori. Sono davvero ascoltate ed è interessante vedere come i maggiori problemi di distruzione della vita e della natura, siano portati al Sinodo attraverso le parole delle donne.

Nella foto una manifestazione contro la tratta e le violenze sulle donne, in aumento anche in Brasile.