Popoli indigeni
500mila persone che vivono nella valle del fiume Omo (Etiopia) e intorno al lago Turkana (Kenya) subiranno gravi conseguenze quando sarà completata la diga Gilgel Gibe III. Sulla politica energetica e agricola del governo di Addis Abeba, un convegno di Survival International a Milano (1-2 ottobre).

Gilgel Gibe III, il grande sbarramento che si sta costruendo sul fiume Omo in Etiopia, metterà a rischio la sopravvivenza delle popolazioni indigene che da secoli vivono nell’area. Survival international, il movimento mondiale dei popoli indigeni, mette in guardia il governo etiope e la comunità internazionale sui rischi connessi alla realizzazione della diga.

Da decenni, secondo i responsabili di Survival International, i popoli della Valle dell’Omo soffrono per la progressiva perdita di controllo e di accesso alle loro terre. Negli anni Sessanta e Settanta, nei loro territori sono stati istituiti due parchi nazionali dalla cui gestione gli indigeni sono esclusi. Negli anni Ottanta, parte delle loro terre sono state trasformate in grandi fattorie irrigate e controllate dallo stato. Successivamente, proprio il governo di Addis Abeba, ha iniziato a sfrattare le tribù per far spazio a piantagioni industriali di canna da zucchero, palma da olio, jatropha, cotone e mais. L’obiettivo è la produzione di biocarburanti destinati all’uso interno e all’esportazione.

Survival denuncia: «Se gli sfratti e la politica di “villagizzazione” – operati dalle autorità etiopi senza il consenso libero, prioritario e informato delle comunità coinvolte – non saranno fermati subito, potrebbe scoppiare una grave crisi umanitaria che tra la bassa valle dell’Omo, in Etiopia, e il lago Turkana, in Kenya, perché si comprometterà la sicurezza alimentare di almeno 500mila persone rimaste fino ad oggi largamente autosufficienti in uno degli ambienti più ostili e fragili del pianeta».

A mettere ulteriormente a rischio le popolazioni locali è Gilgel Gibe III. Questo sbarramento, alto 240 metri e lungo 630 metri, dovrà produrre, una volta realizzato, 6.500 Gwh all’anno. A nove anni dall’inizio dei lavori, è compiuta oltre metà dell’opera. L’impresa costruttrice è l’italiana Salini Impregilo e a finanziare il progetto è l’Industrial and Commercial Bank of China (ICBC – la più grande banca cinese), insieme alla Banca Mondiale che ha deciso di finanziare le linee di trasmissione.

Ambizioni regionali

La diga è un tassello importantissimo della politica energetica nazionale di Addis Abeba. L’obiettivo è di raggiungere, sfruttando risorse rinnovabili come l’idroelettrico, un livello di produzione energetica tale non solo da soddisfare la domanda interna, ma anche di esportare parte dell’energia nei paesi confinanti. Risponde a questa esigenza anche la costruzione della Grande diga del millennio, sbarramento sul Nilo blu che ha portato negli anni scorsi a forti tensioni con l’Egitto, ora in parte rientrate grazie a un’intesa raggiunta la scorsa primavera. L’autosufficienza energetica garantirebbe entrate costanti all’Etiopia e rafforzerebbe il suo ruolo di potenza regionale.

Quali costi sociali impone questa politica? Secondo Survival International i costi sono elevatissimi Per quanto riguarda Gilgel Gibe III si rischia di «distruggere un ambiente ecologicamente fragile e le economie di sussistenza legate al fiume».

«La portata dell’Omo – denuncia la Ong – subirà una drastica riduzione. Il fenomeno interromperà il ciclo naturale delle esondazioni che periodicamente riversano acqua e humus nella valle alimentando le foreste e rendendo possibile l’agricoltura e la pastorizia nei terreni rivivificati dalla acque. Tutte le economie di sussistenza legate direttamente e indirettamente al fiume collasseranno compromettendo la sicurezza alimentare di almeno 200mila persone in Etiopia. Gravissime saranno anche le ripercussioni sul lago Turkana del Kenya, che riceve più del 90% delle sue acque dal fiume Omo. Il drastico abbassamento del livello delle acque potrebbe compromettere irreversibilmente le possibilità di sostentamento di almeno altre 300mila persone».

Di questi temi si parlerà in una due giorni organizzata a Milano da Survival International.

Nella Valle dell’Omo (arteteca.net)