Raggiungiamo il responsabile dei Missionari Comboniani in Ciad, padre Fidele Katsan, nella capitale N’Djamena, dove è rientrato un mese fa dall’Italia.

Come hai vissuto il tuo ritorno in Ciad?

Quando sono rientrato dall’Italia, il 3 marzo scorso, le autorità mi hanno messo in quarantena per 14 giorni e mi hanno controllato durante i successivi cinque giorni. Sono dovuto restare in casa senza spostarmi e senza visitare le comunità. Sto facendo l’esperienza sulla pelle di sentirmi piccolo e fragile. È un promemoria quotidiano per riscoprire la missione nella sua semplicità e fragilità.

Il missionario non è migliore degli altri. Come tutti, sperimento paura, ansia, incertezza di fronte alla situazione attuale. Ma con la presenza di Dio che mi accompagna, posso dire con l’apostolo Paolo “stiamo lottando, ma non siamo schiacciati; non sapendo cosa sperare ma non disperati; schiacciati ma non abbandonati; abbattuti ma non vinti”(2Cor 4,9). Secondo le parole dell’apostolo, il missionario porta il tesoro dell’annuncio in vasi di creta in modo che la forza possa essere attribuita a Dio e non a lui (2Cor 4,7). Consapevole di tutto ciò, l’atteggiamento del missionario deve essere quello adottato da Paolo quando arrivò a Corinto: “Mi sono presentato debole, pauroso e tremante” (1Cor 2,3).

Cosa fanno le istituzioni di fronte alla minaccia coronavirus?

“Di fronte all’emergenza lo Stato, la Chiesa cattolica e le autorità musulmane hanno adottato le misure appropriate per prevenire la diffusione del virus. La parola d’ordine è confinamento: nessuna celebrazione nelle parrocchie, nessuna preghiera nelle moschee, nessuna riunione di più di 50 persone, chiusura di ristoranti e bar. Gli unici servizi che rimangono aperti devono rispettare le misure indicate: lavarsi le mani, mantenere la distanza di un metro, etc. Il problema maggiore è il rispetto di queste misure da parte delle persone. Non è raro vedere i musulmani pregare in gruppo sul ciglio della strada e persino in alcune moschee, nonostante il ripetuto appello del Consiglio superiore degli affari islamici di pregare in famiglia.

E la gente della capitale come vive questa novità?

La grande sfida che le persone devono affrontare in questo periodo di confinamento è la sopravvivenza. Qui la prima cosa che la gente si chiede è come può vivere in isolamento quando tutto dipende dal commercio informale per la sopravvivenza quotidiana e soprattutto senza alcun aiuto da parte dello Stato. La gente deve uscire in cerca del pane quotidiano.

Un altro elemento che costituisce una sfida per le misure restrittive è la questione culturale. Qui le persone sono abituate a stare insieme sullo stesso tappeto, prendere il té in compagnia o mangiare dallo stesso piatto. Per far rispettare queste istruzioni, il governo ha schierato la polizia e i militari per le strade. Domenica scorsa i soldati sono stati messi di fronte a tutte le chiese cattoliche per impedire possibili celebrazioni della messa. Le istruzioni della Conferenza Episcopale sono chiare: nessuna celebrazione nelle parrocchie con la presenza dei fedeli; rivalutare la chiesa domestica, che è la famiglia pregando il rosario e leggendo la Parola di Dio.

Le notizie provenienti da Italia, Spagna, Stati Uniti, tra gli altri, mostrano l’aumento del numero di infetti e di morti. È una situazione di grande tristezza e desolazione, specialmente quando si tratta della morte delle persone che conosciamo. Nelle nostre comunità, continuiamo a elevare le nostre preghiere a Dio per aiutare noi, le nostre famiglie e comunità e il personale medico e i ricercatori al fine di trovare un vaccino o una cura per il coronavirus.

L’impressione che abbiamo qui a N’Djamena è che parte della popolazione vive ancora spensierata pensando che il virus non possa infettare i ciadiani. Questo modo di pensare ha preso piede soprattutto quando è risultato evidente che le prime persone infette erano tutte straniere: un marocchino, un francese, un indiano, un camerunese. Attualmente tra i sette casi riconosciuti dal Ciad, due sono autoctoni. Anche con questi dati alcune persone si ostinano a dire che sì, sono ciadiani, ma contaminati altrove, non qui.

Cosa senti allora in cuor tuo?

Ogni volta che assisto a questi gesti spensierati, ricordo queste parole del Vangelo di Matteo “Come furono i giorni di Noè, così sarà la venuta del Figlio dell’uomo. Infatti come nei giorni che precedettero il diluvio mangiavano e  bevevano, prendevano moglie e prendevano marito, fino al giorno in cui Noè entrò nell’arca e non si accorsero di nulla finché venne il diluvio e travolse tutti “(Mt 24,37-39). Allo stesso tempo, prego nel mio cuore con queste parole: “Signore, se la nostra protezione dal coronavirus dovesse dipendere dall’osservanza delle istruzioni impartite, saremmo davvero messi male. Tu soltanto aiutaci”.