Dak’Art 2016 / I propositi di Simon Njami
Qualità, respiro globale e rapporto stretto con la città di Dakar. Così il direttore artistico della 12ª edizione della Biennale (3 maggio-3 giugno) intende orchestrare la manifestazione. Settanta gli artisti dell’esposizione internazionale.

Con la scelta di affidare a Simon Njami la direzione artistica della sua dodicesima edizione, la più longeva biennale africana, Dak’Art (dal 3 maggio al 3 giugno, www.dakart.net), sembra confermare la volontà di procedere nella direzione che l’edizione precedente aveva cominciato ad indicare, quella di un inserimento sempre più deciso nel circuito mondiale e nella dimensione globalizzata dell’arte contemporanea.

Nato a Losanna nel 1962, camerunese, Njami è infatti un curatore dalla personalità pronunciata e di consistente esperienza, con un capitale di notevole prestigio a livello internazionale. Tra gli animatori di Revue Noire, rivista che è stata cruciale nel lanciare l’arte contemporanea africana, curatore di una pietra miliare come l’esposizione Africa Remix, a più riprese curatore per la Biennale di fotografia di Bamako, più recentemente ideatore di una mostra di successo come The Divine Comedy (Nigrizia, maggio 2014), in cui ha fatto dialogare artisti africani con Dante, Njami è un protagonista di alto livello della scena artistica contemporanea, che però non ha abbandonato né la responsabilità diretta dell’educazione delle giovani generazioni né il contatto con l’Africa: il che fa di lui l’uomo adatto anche per affrontare un problema “storico” di Dak’Art, e cioè il legame fra la Biennale e Dakar.

«Faccio regolarmente degli atelier un po’ dappertutto in Africa – ci racconta – con lo scopo di aprire la sensibilità dei giovani a uno sguardo critico, prima che la pesantezza della società la soffochi magari irreparabilmente. Per esempio, delle masterclass di fotografia che girano in diversi paesi africani e che permettono di imparare due-tre cose sulla fotografia ma anche sull’Africa, perché viaggiare costa e molti dei partecipanti conoscono a volte solo il loro paese. Oppure un workshop che si chiama ArtWork, il cui concetto è che la teoria va bene, ma bisogna metterla anche in pratica; ArtWork nel senso di “bisogna mettersi al lavoro” e di stimolare i giovani a fare arte rompendo i luoghi comuni: è un modulo che portiamo in Africa e altrove». Come a Modena, dove abbiamo raggiunto Simon Njami ai primi di marzo.

Come tema della Biennale ha dato alcune parole da un verso di Senghor, “la cité dans le jour bleu”…

Sono prese da Au Guélowar, una poesia contenuta in Hosties noires, una raccolta che Senghor ha cominciato a comporre quando era prigioniero durante la seconda guerra mondiale, e che appare come un programma poetico per il dopo colonizzazione. La frase rinvia a un’Africa liberata, in cui i popoli sono fratelli, e i paesi vivono nella pace e nell’armonia: un’utopia che vorrei riattivare, pur in un contesto odierno in cui i cieli sono più grigi che azzurri. Ho voluto mettere del blu e ricordare che l’avvenire dell’umanità appartiene ancora agli esseri umani, che hanno il potere di cambiare le cose. E su questa linea ho scelto di chiamare l’esposizione internazionale Réenchantement, per dire che si può ancora ri-incantare il mondo, che ci sono ancora dei luoghi in cui gli uomini possono ricreare un incantesimo, e che il luogo privilegiato di questa fabbrica di speranza è l’arte.

Come è stata fatta la selezione per l’esposizione internazionale?

Intanto come la si fa tradizionalmente a Dakar, cioè con un appello a presentare candidature, che poi vengono vagliate da una giuria. Ma in una cosa del genere preferisco non essere del tutto democratico, perché non mi pare sicuro affidarsi unicamente a quello che si riceve, e quindi ho anche invitato direttamente degli artisti. Ma attraverso le candidature ho avuto delle belle sorprese, artisti che non conoscevo. In totale gli artisti esposti sono una settantina.

Qualche nome fra quelli invitati direttamente?

Tra i più conosciuti, Ouattara Watts, ivoriano che vive negli Stati Uniti, Bili Bidjocka, camerunese che vive a Parigi, Theo Eshetu, etiopico che vive a Berlino, Kader Attia, algerino.

E poi, come si articolerà la Biennale?

Due i paesi invitati, il Qatar e la Nigeria. E sei commissari invitati, perché vorrei che attraverso Dak’Art si potesse avere uno sguardo su quello che si fa in diverse parti del mondo e che non è necessariamente nei giornali d’arte occidentali: quindi Sumesh Sharma (India), Sujong Song (Corea), Solange Farkas (Brasile), Nadine Aimé Bilong (Camerun), Valentina Gioia Levy, italiana ma che si occupa di Asia, e Orlando Britto, delle Canarie, che non si considera spagnolo ma appunto canario. C’è poi la sezione Hommages dedicata ad artisti che non ci sono più, alcuni partiti per cause naturali, altri no, come una giovane con cui ho lavorato e che seguivo da molto tempo, Leila Alaoui, che è stata uccisa a Ouagadougou mentre prendeva un caffè (nel corso dell’attacco jihadista in gennaio, ndr).

C’è poi tutto un dispositivo urbano concepito in modo che gli abitanti di Dakar conoscano meglio questa Biennale, e anche per evitare il fenomeno a cui si assiste spesso, che la prima settimana c’è il mondo intero e in quelle successive nelle sale c’è il vuoto: mi pare che un evento di questo genere fondi la sua legittimità sul rapporto con la gente, e quindi ci sarà una quantità di contenitori che costelleranno la città presentando l’arte e funzionando allo stesso tempo da punti di informazione. Infine, intitolato Bandung (riferimento alla città indonesiana che nel ’55 ospitò la storica conferenza afroasiatica dei paesi non allineati, ndr), un programma di seminari e dibattiti, con eminenti pensatori, per riflettere su come si potrebbe creare un mondo dell’arte non allineato

Nell’edizione 2014, la libertà di espressione ha avuto alcuni intralci, in particolare rispetto al tema dell’omofobia. Che cosa ci possiamo attendere?

Mi hanno scelto come direttore artistico ed è noto che non sono uno a cui si impedisce di parlare. Ho spiegato a tutti che lasciar fare agli artisti il loro lavoro, sempre che non sia pura provocazione, non è solo una questione di immagine ma anche di filosofia e di morale. Però viviamo in un mondo strano, accennavo a quello che è successo a Ouagadougou giusto due settimane dopo la Biennale di Bamako, e ci sono dei ragazzi che sono andati al Bataclan di Parigi a vedere un gruppo rock e sono stati massacrati: mi pare si debba fare attenzione e non buttare benzina sul fuoco, non offrire pretesti a gente stupida.

Nella foto in alto Simon Njami