Burundi / Le "presidenziali"
Confermate al 21 luglio le elezioni burundesi, nonostante le “raccomandazioni” della Comunità dell’Africa orientale a spostare la data. L’opposizione confida nella mediazione ugandese: ma che credibilità ha Museveni nel chiedere al suo collega burundese Nkurunziza di non ricandidarsi, quando lui stesso è al potere a Kampala da 30 anni?

Sarebbe da seppellire tutto sotto una grande sarcastica risata, se non fosse che la questione è terribilmente seria e tutto avviene sulla pelle di milioni di barundi, donne e uomini, che solo chiedono di poter vivere serenamente le loro laboriose giornate.

A 4 giorni dalle elezioni presidenziali, fissate dopo plurimi riporti, a martedì 21 luglio, la mediazione ugandese continua. Per la mediazione tra il potere e le opposizioni in Burundi, l’ultimo vertice della Comunità dell’Africa orientale a Dar es Salaam il 6 luglio aveva nominato il presidente ugandese Yoweri Museveni. Quel vertice aveva anche “raccomandato” al governo burundese di spostare le elezioni al 30 luglio: il governo ha fissato la data del 21.

L’opposizione (i cui membri sono ancora oggetto di violenza nel paese) conta molto sulla mediazione ugandese, anche se il 16 luglio alcuni suoi manifestanti sono stati feriti. Il presidente Museveni, infatti, è considerato il garante degli Accordi di Arusha, che sono alla base della Costituzione burundese. Nel 2000, al momento della firma degli accordi, Museveni era presidente dell’iniziativa regionali per quei negoziati. Al termine della sua visita di 24 ore a Bujumbura, il presidente ugandese se n’è tornato mercoledì in Uganda e ha inviato, per la continuazione dei “negoziati” (è la prima volta che viene usato il termine dall’inizio della crisi, prima si parlava solo di “dialogo”) il suo ministro della difesa, Crispus Kiyonga.

Nessun tabù

Museveni aveva ottenuto che tutte le parti si sedessero intorno allo stesso tavolo e che nessun soggetto fosse tabù: il 3° mandato del presidente Nkurunziza, il calendario elettorale, il governo di unione nazionale, il disarmo delle popolazioni, i media, i prigionieri, ecc. Ma da subito tutti sono stati riportati alla realtà: mentre si pensa che i “negoziati” vedano i protagonisti seduti attorno allo stesso tavolo, il governo del Burundi rende pubblico un appello ad andare a votare massicciamente martedì prossimo. Per il governo, naturalmente, «nessun dialogo può permettere di violare la Costituzione», che, sempre secondo l’interpretazione del governo, pone come data limite per le presidenziali il 21 luglio, anche perché tre giorni dopo ci saranno le elezioni senatoriali. Andare oltre il 21 sarebbe «violare la Costituzione e cadere in un vuoto costituzionale».

 A che serve dunque continuare a negoziare? Perché il vero problema politico del Burundi oggi, e non finiremo di ripeterlo, è che il presidente Pierre Nkurunziza si è intestardito a ripresentarsi, e questo per la terza volta, candidato alle presidenziali, contro tutto e contro tutti, soprattutto contro la Costituzione così come compresa da tanti protagonisti.

Crispus Kiyonga, che nessuno a Bujumbura conosce, e che già da ieri è al lavoro a Bujumbura, è comunque quello che ha condotto i negoziati in Uganda tra l’M23, la ribellione ugandese e il governo congolese, lo scorso anno. L’opposizione, questo il nostro parere, si illude molto. Museveni è pur sempre un presidente al potere da 30 anni. Difficile immaginare che la mediazione ugandese dica a Nkurunziza, al potere da… soli 10 anni, di mettersi da parte. Impossibile rimettere in discussione la candidatura al 3° mandato di Nkurunziza, all’origine dell’attuale momento difficile che il Burundi sta vivendo. E che ha già provocato più di 70 morti in Burundi e decine e decine di migliaia di profughi nei paesi vicini. E allora? Solo un miracolo potrebbe…ma non sono tempi da miracoli! 

Nella foto (da destra), il presidente ugandese Yoweri Museveni e il suo collega burundese, Pierre Nkurunziza