BLOCCHI ETNICI, POLITICA A BRANDELLI – DOSSIER LUGLIO 2017

Due le principali coalizioni guidate dagli stessi sfidanti del 2013: Uhuru Kenyatta e Raila Odinga. I programmi non si differenziano sostanzialmente. Il timore è che l’8 agosto gli elettori scelgano ancora in base all’appartenenza etnica.

Il Kenya si prepara al voto dell’8 agosto, il secondo appuntamento elettorale dopo l’entrata in vigore della nuova Costituzione, approvata con un referendum nel 2010. La nuova Carta fondamentale prevede il decentramento delle competenze amministrative e della gestione di gran parte del budget nazionale e delle risorse locali a livello di contea. Di fatto, è il primo voto dopo l’effettiva entrata in vigore del nuovo ordinamento statale, avvenuto con le elezioni del 2013, e che ha fortemente cambiato le dinamiche politiche del paese. I centri di potere si sono moltiplicati e, di conseguenza, sono diventate più agguerrite le competizioni per aggiudicarsi un posto dove poterlo esercitare. 

Chi corre?

Due le coalizioni in corsa. Il partito del giubileo – che nel 2013 ha portato alla vittoria il presidente in carica, Uhuru Kenyatta, e il suo vicepresidente, William Ruto – si presenta con gli stessi candidati, forte del fatto di aver gestito il potere questi ultimi 5 anni. È percorso però anche da nervosismi e polemiche, proiettate addirittura alle elezioni del 2022, nelle quali Ruto vorrebbe vedersi garantita la candidatura a presidente, con Kenyatta, invece, che non si sbilancia.

L’opposizione è riuscita a formare un cartello che riunisce gran parte delle forze politiche più significative del paese. Non a caso si è denominata Super alleanza nazionale (Nasa, nell’acronimo inglese). Faticando però a trovare gli equilibri interni tra i suoi pezzi da novanta, ma presentando alla fine una formazione di tutto rispetto. Raila Odinga, capo del Movimento democratico arancione (Odm), sfiderà Kenyatta alla carica di presidente. Suo vice sarà Kalonzo Musyoka, del Partito Wiper. Musalia Mudawadi, del partito Amani, sarà primo ministro e avrà due vice, Moses Wetang’ula, del Partito Kenya Ford, e Isaac Ruto, del Chama cha mashinani, finora schierato con il partito del giubileo, influente nella Rift Valley centrale.

Anche in queste elezioni i due schieramenti si basano e si battono più in base a zone e blocchi etnici che a programmi. Quelli presentati dalle due coalizioni non differiscono granché nelle priorità e, certamente, non presentano una visione del paese differente, che possa orientare le scelte. Ancora una volta, quindi, gli elettori sceglieranno in maggioranza sulla base dell’appartenenza etnica, che garantisce di partecipare ai dividendi del potere.

La formazione di un cartello di opposizione forte e solido, almeno sulla carta, ha rimesso in discussione le previsioni d’inizio anno, che davano il partito del giubileo in testa con un grande distacco. A fine maggio, secondo i sondaggi diffusi dai mass media, i giochi sarebbero invece ancora tutti aperti: il 47% dei votanti sarebbe per Kenyatta, mentre il 42% opterebbe per Odinga. Un 5% di differenza a più di due mesi dal voto è davvero poca cosa e fa prevedere una competizione molto combattuta.

A livello locale, e dunque per i posti di governatore, per quelli nei due rami del parlamento e nelle assemblee di contea, sono in lizza anche diversi partiti con una base elettorale radicata localmente. Nella Rift Valley, per esempio, è forte il Kanu, il partito di Daniel arap Moi. Suo figlio Gideon, che ne è ora il presidente, rappresenta la contea di Baringo, al senato dal 2013, e si prepara, senza ansia, alla rielezione. 

Dibattito infuocato

La campagna elettorale ufficiale è iniziata il 28 maggio; ma il tormentato percorso verso le elezioni era cominciato molti mesi fa, con la battaglia dell’opposizione per la sostituzione della commissione elettorale in carica (Iebc), un’istituzione statale voluta dalla nuova Costituzione, ma accusata di non aver saputo condurre in modo credibile le elezioni del 2013. Ogni lunedì, per settimane, il centro di Nairobi è stato bloccato da cortei di manifestanti, affrontati dalla polizia con un uso eccessivo della forza, secondo il giudizio di molti osservatori ed esponenti della società civile. Era il preludio dei lunghi mesi in cui il dibattito politico nel paese si sarebbe fatto sempre più polarizzato, infuocato e anche violento.

Alla fine l’opposizione ha ottenuto la nomina di una nuova commissione, di cui è presidente l’avvocato Wafula Chebukati che ha ottenuto l’approvazione del parlamento dopo un acceso dibattito. Era gennaio e cominciava la corsa contro il tempo per mettere in moto la complessa macchina che, il secondo martedì di agosto, porterà all’elezione del presidente, dell’assemblea nazionale e del senato a livello centrale, oltre che dei governatori e delle assemblee delle 47 contee in cui è diviso il paese. Tutto in un solo giorno. Sei schede, tra cui i circa 19 milioni di elettori dovranno cercare di orientarsi.

La Iebc, in effetti, è un’istituzione davvero cruciale per l’ordinato e credibile svolgimento delle elezioni, e si capisce perché la battaglia tra governo e opposizione sia cominciata proprio dalla sua composizione. Dalla commissione dipende, infatti, l’interpretazione della legge elettorale, in alcuni punti controversa, e la sua applicazione. Grande dibattito, ad esempio, si è scatenato su come e dove dovranno essere proclamati i risultati delle elezioni del presidente. Secondo la Iebc la competenza spetta al capo della commissione. Secondo l’opposizione, supportata da una sentenza dell’Alta corte di giustizia, spetta invece ai diversi collegi elettorali. In ballo c’è il rischio di brogli, e la sentenza vi accenna chiaramente. Il timore è tanto fondato che la coalizione di opposizione, di fronte al ricorso presentato dall’Iebc, ha minacciato di impedire lo svolgersi stesso delle elezioni, se la decisione venisse modificata in favore dell’interpretazione della commissione. Altro nodo cruciale è il funzionamento del sistema informatico di votazione, che nel 2013 collassò, provocando ritardi nella proclamazione dei risultati e non pochi sospetti. E anche questa volta, a quanto pare, i problemi non mancano. Alla fine di maggio il capo del dipartimento informatico e della comunicazione dell’Iebc, James Muhati, è stato mandato in ferie forzate per un mese, di fatto sospeso dall’ufficio, perché avrebbe rifiutato di collaborare con una commissione incaricata dell’audit delle certificazioni dell’hardware e del software; circostanza che ha sollevato non poche perplessità sull’affidabilità e la credibilità della gestione dell’intero apparato.  

Dalla commissione passano anche tutte le verifiche burocratiche e, perfino, le valutazioni sull’idoneità etica – competenza, questa, piuttosto contestata – che aprono o chiudono le porte della corsa al seggio per gli aspiranti candidati. Il lavoro da svolgere è enorme. I candidati che formeranno le diverse liste elettorali sono parecchie migliaia e tutti dovranno essere passati al vaglio della commissione e ricevere un certificato di ammissibilità, scremati tra molti altri che non avranno potuto soddisfare le richieste previste dalla legge. I candidati alla presidenza, ad esempio, erano 18; ne sono rimasti in lizza 8. E parecchi degli esclusi hanno creato problemi. 

I problemi restano

In Kenya il periodo elettorale è sempre stato particolarmente delicato, e anche quest’anno il 70% dei kenyani, secondo sondaggi dei mass media, teme che la situazione possa diventare difficilmente controllabile in diverse zone del paese. Infatti, al di là delle parole dei leader, che da mesi sottolineano l’importanza che le elezioni si svolgano pacificamente, non è stato fatto abbastanza per risolvere i problemi che furono alla base delle violenze del 2007-2008, mentre la retorica infuocata di molti candidati e dei mass media non contribuisce a calmare gli animi. Così come non aiuta l’impunità di cui hanno goduto i colpevoli dei disordini post-elettorali, in cui morirono diverse centinaia di persone, sia perché ha contribuito a diffondere un sentimento di sfiducia nelle istituzioni, sia perché ha consolidato l’idea che i potenti, e chi con loro si allea, possono facilmente sfuggire alla giustizia.

Interessante, a questo proposito, quanto avvenuto durante la Carovana per la pace, organizzata dalla piattaforma Hello Kenyan – coordinata dall’amministrazione della polizia con la partecipazione di diversi partner, anche della società civile – con l’obiettivo di rompere il ciclo di violenze di cui il paese è spesso teatro. A Kibera, lo slum più grande e più popoloso di Nairobi, dove nel 2007-2008 le violenze furono particolarmente prolungate e drammatiche, la parola pace sarebbe diventata sinonimo di impunità. La circostanza sottolinea la necessità di intensificare l’intervento per garantire fin da ora un ordinato e pacifico svolgimento delle prossime elezioni e poi il consolidarsi dell’idea che una società coesa e pacifica è basata sulla legalità. 

Il test delle primarie

Le primarie dell’aprile scorso sono state un test decisamente preoccupante di quello che potrebbero essere le elezioni generali di agosto. In molte zone del paese i candidati sono stati scelti nel caos e tra gravi episodi di violenza, in cui diverse persone hanno perso la vita. Hanno dunque segnalato che la competizione sarà durissima, soprattutto a livello locale. Ma hanno anche messo in luce altri elementi interessanti e preoccupanti. Il primo è un certo scollamento tra i leader in carica e la popolazione: in entrambi gli schieramenti parecchi dei governatori e dei parlamentari non sono stati prescelti come candidati per le prossime elezioni. Probabilmente il decentramento ha portato il potere più vicino ai cittadini, che, più o meno coscientemente e liberamente, hanno esercitato il proprio diritto di giudizio e di scelta. Il secondo è il fatto che molte centinaia dei candidati, bocciati alle primarie, hanno deciso di correre come indipendenti, affermando che la corsa per il potere predomina sulla fedeltà ai leader in carica. È la prima volta che i candidati ufficiali dei partiti saranno sfidati da un numero così consistente di indipendenti, e questo potrebbe avere un peso al momento della conta dei voti. 

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