Togo, reagisce mons. Kpodzro
Non ci sta l’arcivescovo emerito di Lomé Philippe Fanoko Kpodzro, storico oppositore del regime al potere da oltre cinquant’anni, e invita i togolesi a mobilitarsi e a rifiutare il risultato manipolato delle presidenziali del 22 febbraio. Una fonte togolese di Nigrizia racconta in che trappola è finito il paese dell’Africa occidentale

Una dichiarazione appassionata, quella fatta lunedì sera 24 febbraio, dall’arcivescovo emerito di Lomé, il novantenne Philippe Fanoko Kpodzro, e letta da lui stesso. Un prelato della Chiesa cattolica, che si indigna dei risultati (“provvisori”, ma poi si sa come va a finire) delle elezioni presidenziali in Togo che si sono tenute sabato 22 febbraio, proclamati dalla Ceni (la Commissione elettorale nazionale indipendente).

«Ho seguito con grande indignazione e viva costernazione lo scherzo di cattivo gusto che ci è stato servito la notte scorsa da una Ceni agli ordini, che ha proclamato i cosiddetti risultati dello scrutinio che ha dichiarato vincente il capo di stato uscente, manifestamente rigettato dalla popolazione».

E perché «questo 2020 rappresenti il fine carriera di Faure Gnassingbe», rieletto per la quarta volta con più del 72% dei voti, l’arcivescovo, molto determinato, lancia un appello a tutti i togolesi «innamorati di verità e libertà, dell’interno come della diaspora, a mobilitarsi in maniera operativa e decisiva per far fallire questa manovra grottesca e ripugnante, di tempi che credevo passati, che mira una volta ancora a privare della propria vittoria il popolo togolese, dopo 54 anni di dittatura».

«Denuncio – continua Kpodzro – di essere stato tenuto in ostaggio e assediato per 48 ore in casa mia, da militari pesantemente armati, segno evidente della sconfitta elettorale del presidente proclamato». Il prelato, che conosce a fondo il sistema di governo togolese fin dalla sua ordinazione a vescovo di Atakpame, avvenuta a Lomé prima dell’alba per sfuggire all’assalto dei militari che la volevano impedire agli inizi degli anni ’90, era stato chiamato a presiedere la Conferenza nazionale sovrana che avrebbe dovuto traghettare il paese dalla dittatura del partito unico alla democrazia e poi presidente dell’Alto consiglio della repubblica (l’assemblea costituente).

Kpodzro si rivolge quindi direttamente a papa Francesco, «mio superiore gerarchico», dice, perché «si lasci coinvolgere e intervenga, con la sua autorità, nel dossier Togo». Infine rivolge un invito a tutti gli anziani, persone della terza età, a unirsi a lui in «una marcia pacifica di rivendicazione della vittoria delle forze del bene su quelle del male, questo venerdì 28 febbraio sull’intero territorio nazionale».

Ceni ammaestrata

In Togo, secondo i risultati proclamati dalla Ceni, il presidente uscente è stato rieletto per un quarto mandato con il 72,36% dei voti. In seconda posizione, ma molto distanziato, arriva il candidato dell’opposizione Agbeyome Kodjo – sostenuto dall’arcivescovo emerito che con lui ha battuto in campagna elettorale l’intero paese compromettendosi nei comizi, percorrendo «anche piste in stato pietoso, segno evidente del fallimento della politica del governo», come dice nel messaggio – con solo il 18,37%, mentre il candidato arrivato terzo, Jean-Pierre Fabre, storico oppositore, raccoglie un miserabile e vergognoso (per lui, oppositore storico di papà Eyadema) 4,35% dei voti.

La sera delle elezioni, a urne chiuse, Agbeyome si dichiarava vincitore con un risultato oscillante dal 57 al 62 %. E Fabre confermava questa vittoria.

Dal governo, intanto, si alzava il portavoce per invitare i candidati a non pronunciarsi, annunciando risultati fantasiosi. Si doveva attendere l’ufficialità che la Ceni avrebbe dato in tempi rapidissimi che avrebbero sorpreso tutti. Cosa che, secondo il portavoce, metteva in risalto l’efficacia del governo… e minchiate del genere. Non passavano, infatti, 24 ore, che verso mezzanotte di domenica, la Ceni proclamava i risultati, dichiarando la vittoria del presidente uscente, con il 72 e fischia per cento!!!

Agbeyome continua ancora oggi, giovedì 27 febbraio, a dichiararsi vincitore, basandosi sui dati di cui è in possesso. La sera dello scrutinio, si rivolgeva alla popolazione invitandola a sostenerlo e a schierarsi con il voto del popolo togolese… Aggiungeva addirittura che a breve avrebbe pubblicato la lista dei membri del suo governo. Poi in un video di 14 minuti si rivolgeva alle forze armate togolesi (vere detentrici del potere in Togo) invitandole ad accettare la nuova situazione venutasi a creare con la sua vittoria e a essere coscienti del loro importante ruolo per il bene della democrazia nel paese.

Tutti gli osservatori, non di parte, si sono dichiarati sorpresi dalla velocità nel proclamare i risultati. Sono in molti a ritenere che i risultati siano stati anticipatamente programmati da qualche esperto in informatica, tramite un’applicazione particolare. Un lavoro realizzato già mentre era in corso la campagna elettorale. Nelle precedenti elezioni (2005-20102015) c’erano sempre voluti tre o quattro giorni prima di una qualunque proclamazione ufficiale dei risultati, benché “provvisoria”. Com’è dunque possibile che questa volta i dati siano stati trasmessi tutti alla Commissione centrale in un tempo così breve?

Oppositori nel mirino

E ancora martedì, in una conferenza stampa a Lomé, mons. Philippe Kpodzro ha nuovamente rigettato i risultati della presidenziale. Ma nei suoi confronti, non solo non si sono schierati i suoi confratelli vescovi (che lunedì sera aveva invitato a farlo), ma si sono moltiplicati gli avvertimenti e le messe in guardia delle autorità.

Dopo il ministro della sicurezza e della protezione civile – guarda caso un militare, il generale Yark Damehame che ha minacciato Agbeyome Kodjo lunedì sera, definendo la sua contestazione dei risultati «metodo canaglia», mentre le missioni di osservazione dell’Unione africana e della Cedeao presentavano i loro rapporti sostanzialmente favorevoli all’operato del governo – ci si è messo anche Gilbert Bawara, ministro della funzione pubblica, della riforma amministrativa e della protezione sociale, a minacciare e Agbeyome e Kpodzro.

Per lui la legge va applicata in maniera ferma, che si tratti dell’ex primo ministro Kodjo o di un prelato emerito: «Se continuano a fare cose contrarie all’ordine pubblico e alla legge, la reazione delle autorità competenti sarà ferma». Quindi massima minaccia a chi vorrà creare disordini! Perché mai e poi mai si sono celebrate elezioni in maniera tanto tranquilla.

Le varie associazioni della diaspora togolese da Washinton a Parigi a Berlino hanno alzato la voce per condannare il broglio elettorale in Togo. Hanno anche invitato anche il popolo a ribellarsi e a non lasciarsi rubare la vittoria. «Qui vedo che la gente non si sta movendo, forse anch’essa sorpresa dalla velocità della proclamazione dei risultati – ci racconta da Lomé un testimone – e non ha avuto tempo per organizzarsi e programmare. Va riconosciuto che questo scenario di vittorie elettorali sempre truccato ha finito per scoraggiare la gente. Che se la prende anche con alcuni candidati dell’opposizione, che veri oppositori non sono, e che fanno invece figura di “fantocci” messi lì dal governo per dare un tocco di democrazia ma favorire in pratica i brogli. Quasi avessero agito per facilitare la vittoria di Faure…».

«I risultati hanno talmente sorpreso la popolazione da renderla incredula e muta. Perché questa volta erano in tanti a pensare che sarebbe stata la volta buona per l’alternanza, anche perché era sceso in campo lo stesso mons. Kopdjro, figura storica di oppositore. E invece…eccoci di fronte al fallimento dell’opposizione, ingigantito dallo scandaloso miserabile risultato di Fabre, già candidato contro Eyadema, e al fallimento dell’alternanza. Il che diventa preludio di un futuro senza speranza in cui il candidato Faure sempre si ricandiderà e sempre sarà rieletto. Una candidatura che non conosce i limiti del tempo…Chi mai potrà contrastarlo?».

Tutto programmato

Continua il nostro testimone: «Per tutti è stata una pagliacciata elettorale. E nessuno, se ha un minimo di buon senso, la può definire altrimenti. Le cancellerie internazionali, Francia, Usa e Germania in primis, sanno benissimo che la Ceni, unica abilitata a proclamare i risultati, è tutta dalla parte del partito al potere. E che la Corte costituzionale chiamata a pronunciarsi su eventuali contestazioni e differends è tutta acquisita al potere. Con istituzioni statali tutte unidirezionali, come sognare elezioni libere, oneste e trasparenti L’hold up è assicurato e programmato da lunga data».

«D’altra parte – sottolinea il nostro testimone – Faure non può abbandonare il potere: l’alternativa è finire di davanti alla Corte penale internazionale per i vari crimini commessi o lasciati commettere contro il suo popolo. Va riconosciuta la furbesca abilità del governo nell’aver saputo resistere ai movimenti di piazza scoppiati a partire dal 2017, grazie all’oppositore Salifou Tikpi Atchadam. Per un momento si era creduto al crollo di Faure Gnassingbe che, forse, aveva addirittura pensato a fuggire, come altri capi di stato avevano fatto. Scaltro, ha fatto appello a capi di stato importanti come quello del vicino Ghana e altri più simili a lui, che sono al potere grazie a brogli elettori…E si è lasciato andare a promesse importanti che hanno deposto in suo favore di fronte alla mediazione della Cedeao, l’ente politico dei paesi dell’Africa occidentale (la revisione delle liste elettori, la liberazione di prigionieri politici…), promesse però mai mantenute. A dicembre erano stati dati due giorni perché la gente potesse iscriversi sulle liste elettorali e ottenere la scheda elettorale».

«Sono vari i miei studenti – continua il testimone – che privi di scheda si erano presentati al seggio aperto nella scuola cattolica qui vicino. Ma erano stati gentilmente invitati a ritirarsi perché… non era più possibile iscriversi, ecc. ecc. Certo è che pochi avevano potuto ottenere la propria carta di elettore».

Militari garanti del sistema

Il testimone apre anche il capitolo della diaspora togolese. «È valutata a più di un milione di persone sparse in tutti i paesi del mondo. Quante di loro hanno potuto iscriversi per ottenere la carta elettorale e votare, come previsto da una legge votata lo scorso anno? Se non erro, solo 348!. Possibile? E il voto agli emigrati togolesi all’estero era una delle condizioni dell’opposizione per partecipare al dialogo con i mediatori africani. 348, dunque. Ma tutti sanno che la difficoltà ad accordare il voto a chi risiede all’estero è legata al fatto che tanti della diaspora sono rifugiati politici, gente che è stata costretta a scappare dal paese. Evidentemente questi non sono elettori di Faure Gnassingbe!

Era stata richiesta la riforma della Ceni per inserirvi persone dell’opposizione. Nulla è cambiato. Lo stesso per la Corte costituzionale, che si compone di 9 membri, ma ne conta ora solo 7. Ricordo che sono numerosi quelli che hanno scritto che in Togo la democrazia, o se si preferisce l’alternance come qui la chiamano, non uscirà mai dalle urne. Solo movimenti di piazza potranno provarci, come fatto nel 2017 e 2018, soprattutto. Ma la gente è stanca e ha paura di quel grande “orco” che sono le forze militari togolesi. Un orco quanto mai avvinghiato al potere e sempre determinato a usare mezzi violenti e di terrore. Che si riassumono in una parola: più morti.

E infine, una domanda, sempre sospesa come spada di Damocle: qualora il presidente fosse battuto nelle urne, i militari accetterebbero il nuovo governo? Nulla è meno sicuro».

Nella foto: Philippe Fanoko Kpodzro, arcivescovo emerito di Lomé, capitale del Togo