Oggi alle urne
Quasi certa la vittoria alle legislative dell’Mpla, che nominerà presidente, ancora una volta, José Eduardo Dos Santos, l’uomo che guida il paese da 33 anni. Ma questa campagna elettorale ha mostrato le prime gravi fratture nel monolite angolano: società civile insofferente e un presidente che ha voglia di mollare.

Il risultato delle elezioni angolane di oggi, 31 agosto, è già noto. José Eduardo Dos Santos, l’uomo che guida il paese da 33 anni, vincerà le elezioni con il suo partito, il Movimento popolare per la liberazione dell’Angola (Mpla). Resterà probabilmente ancora ai margini dell’agone politico, invece, l’Unita (l’Unione nazionale per l’indipendenza totale dell’Angola) rivale storico dell’Mpla prima in una sanguinosa guerra civile (1975-2002) e poi nelle competizioni elettorali.

Buona l’affluenza, secondo le prime indiscrezioni. Oggi gli angolani eleggono un nuovo parlamento che, sulla base di una Costituzione in vigore dal 2010, nominerà presidente il capolista del partito più votato.

Negli ultimi dieci anni, il paese è diventato un attore regionale di primo piano. La sua abbondanza di diamanti e soprattutto di petrolio gli hanno fruttato una crescita economica portentosa, con il Prodotto interno loro (Pil) che saliva a una media annua dell’ 11%.
L’Angola è il secondo produttore di petrolio del continente. Con i suoi 1,8 milioni di barili al giorno minaccia la leadership della Nigeria, che estrae 2,1 milioni barili. Il sorpasso avverrà di certo se i nuovi giacimenti scoperti nel bacino del Kwanza daranno i frutti sperati. In questo caso, le previsioni parlano di 3,5 milioni di barili al giorno.

Alla crescita economica, si è associata anche una certa stabilità politica. Quelle di oggi sono le seconde elezioni democratiche. Le prime furono nel 2008: l’MPLA ottenne l’82% dei consensi e Unita, con a capo Isaías Samakuva, solo il 10%.
All’orizzonte non sembrano esserci grandi cambiamenti. Bisognerà solo verificare cosa comporta la scissione interna all’Unita, con la nascita di Casa-Ce guidata dal carismatico Abel Chivukuvuku.

L’Mpla non si è comunque seduto sugli allori per queste elezioni. Determinato a superare di nuovo l’80% dei consensi, ha dato fondo alle sue energie, lasciando ampiamente da parte il fair play politico.

La campagna elettorale è stata segnata dai continui appelli al rispetto della trasparenza elettorale da parte dell’opposizione. Unita è riuscita a far rimuovere dalla carica di presidente della Commissione elettorale nazionale Suzana Ingles, nota per essere molto vicina all’Mpla ma che era priva dei requisiti giuridici per assumere tal ruolo.

Per il resto, la sostanza delle critiche al governo è rimasta inscalfita. L’Unita ha tenuto una manifestazione lo scorso sabato chiedendo il rinvio delle elezioni fino a quando standard accettabili di trasparenza elettorale non fossero stati assicurati. Appello chiaramente caduto nel vuoto.

La presenza di brogli e corruzione è un fenomeno endemico in Angola, un paese che Transparency International, colloca al 168° posto su 187 nazioni censite.
Una collocazione figlia del clientelismo, nepotismo, e di un’amministrazione pubblica inquinata. È ancora aperta con il Fondo monetario internazionale (Fmi) la questione del buco nel bilancio statale di 32 milioni di dollari. La discrepanza nei conti è perlopiù attribuita a opache operazioni finanziarie gestite dalla azienda petrolifera di stato Sonangol, il vero motore dell’economia angolana.

Un potere non granitico
Ma il potere di Dos Santos non è così monolitico come sembra, e altrettanto dicasi per la stabilità del regime tanto cara agli investitori stranieri.
I pericoli provengono, perlopiù, da due parti. La prima sfida proviene dalla piazza. Per la prima volta in decenni, un nucleo di società civile, ispirato dagli eventi della “Primavera Araba” ha iniziato a organizzare manifestazioni contro la corruzione. Si tratta di un movimento spontaneo formato da giovani sotto i 35 anni e capeggiato da musicisti rap.
Temendo il dilagare delle proteste, il governo ha agito duramente contro le manifestazioni, attraverso arresti indiscriminati e pestaggi, come riportato anche da un accurato report di Human Rights Watch.

Per quanto poco organizzato e limitato, questo movimento rappresenta una spia rossa per la legittimità dell’Mpla. Le fasce più giovani del paese si stanno dimostrando sempre più insofferenti nell’accettare una così sfacciata assenza di distribuzione equa della ricchezza.

L’altra linea di tensione è interna al partito. Dos Santos festeggia le 70 primavere quest’anno, e sembra che voglia mollare le redini del potere. A lasciarlo pensare è la promozione di Manuel Vicente da dirigente della Sonangol – che ha diretto per gli ultimi dodici anni – a ministro per la Coordinazione economica. In queste elezioni Vicente è stato indicato come secondo della lista del partito, il che gli varrà a breve il titolo di vice presidente.

Purtroppo i passaggi di consegne in questi casi sono raramente facili. Si può sperare in una transizione pacifica, ma quel che pare certo è che l’attuale assetto di potere è destinato a cambiare nei prossimi cinque anni.