Uganda
Le elezioni presidenziali in Uganda hanno riconfermato al potere per un altro quinquennio il presidente Yoweri Museveni, in carica già da 30 anni. Un suffragio che si è svolto in un clima intimidatorio e repressivo. Nonostante la popolazione abbia dimostrato forte partecipazione, siamo ben lontani dalla libertà democratica.

Come largamente previsto, Yoweri Museveni, con oltre il 60% dei voti, è stato rieletto presidente dell’Uganda, prolungando così di altri cinque anni un trentennio ininterrotto di potere. Ha vinto usando le armi che hanno contraddistinto la sua lunghissima presidenza, il paternalismo, ma soprattutto l’intimidazione. Il maggior candidato dell’opposizione, Kizza Besigye (che ha ottenuto il 35% dei voti), è stato arrestato e rilasciato più volte nei giorni precedenti e durante le operazioni di voto mentre nel corso dello spoglio delle urne il quartier generale del suo partito, il Forum for Democratic Change (Fdc) è stato assaltato dalle forze di polizia, che hanno usato i lacrimogeni e arrestato tutti i dirigenti. L’atmosfera tesa e il clima intimidatorio era evidente anche nelle strade della capitale, Kampala, al momento della proclamazione dei risultati: un pesante dispiegamento di forze dell’ordine per scoraggiare qualsiasi dissenso e pochissimi segni di entusiasmo per il vincitore.

Conteggio sospetto
Ancora prima della proclamazione del vincitore, l’Fdc ha dichiarato di non accettare i risultati di queste elezioni, a suo parere chiaramente truccate. I numerosi interventi della polizia sul maggior partito e sul più forte candidato dell’opposizione erano infatti chiaramente volti a impedire l’evidenza dei brogli. Cosa che sarebbe sicuramente emersa dal conteggio parallelo dei voti che era stato permesso dalla commissione elettorale anche all’opposizione.
Al momento dell’irruzione della polizia negli uffici del Fdc era infatti in corso lo spoglio parallelo, con dati che affluivano dagli osservatori del partito dislocati su tutto il territorio nazionale. E i risultati che cominciavano ad emergere erano diversi da quelli ufficiali.
Molti gruppi della società civile locale, e in particolare Chapter Four, Foundation For Human Rights Initiative, Action Aid e Citizens Election Observer Network – Uganda, hanno non a caso dichiarato che si appelleranno contro i risultati elettorali.

Disparità e repressione
Queste elezioni sono state giudicate ben lontane dall’essere state libere e credibili anche dagli osservatori internazionali, fin dal momento della campagna elettorale.
Molto critica è stata la dichiarazione degli osservatori europei, che hanno stigmatizzato l’atmosfera di tensione e intimidazione in cui si è svolto il suffragio. Segnalando in particolare le minacce, il fermo e l’arresto del maggior candidato di opposizione, la chiusura dei social media per impedire una comunicazione difforme da quella ufficiale e la limitazione dello spazio d’informazione sui mass media ufficiali per i rappresentanti dell’opposizione.
La delegazione del Commonwealth, poi, guidata dall’ex presidente nigeriano Olusegun Obasanjo ha osservato che non c’erano state pari opportunità tra il presidente in carica e gli altri candidati durante la campagna elettorale, citando in particolare l’assoluta sproporzione dei fondi impiegati. Secondo un rapporto di Alliance for Election Campaign Finance Monitoring, una rete di gruppi e attivisti della società civile ugandese, alla fine di dicembre Museveni aveva già speso l’equivalente di 7,8 milioni di dollari, 12 volte più dei due concorrenti più accreditati insieme. In quel momento Besigye era terzo, con 282.000 dollari, e Mbabazi secondo, con 375.200 dollari. Obasanjo citava anche l’uso e l’abuso delle risorse del paese, che avevano permesso al presidente di percorrere il territorio a tappeto, e dei mezzi di comunicazione, che avevano dato una copertura informativa assolutamente predominante al presidente in carica.

Disorganizzazione voluta
Infine l’ex-leader nigeriano si interrogava sulle capacità della commissione elettorale di gestire in modo adeguato l’intero processo. Infatti numerosi sono stati i problemi nella consegna del materiale elettorale, nella puntualità nell’apertura dei seggi, nella congruità della documentazione consegnata alle sezioni elettorali. Questo ha portato al prolungamento delle operazioni di voto di un giorno, ricorrendo per la prima volta nella storia del paese ad una deroga della legge vigente che prevede che i seggi debbano rimanere aperti dalle 7 del mattino alle 16, improrogabilmente.
Martin Mwondha, coordinatore del consorzio Citizens Election Observer Network – Uganda, formato da 41 organizzazioni della società civile, ha dichiarato di credere che la commissione elettorale abbia agito in modo inaccettabilmente inefficiente di proposito, dal momento che i problemi maggiori si sono verificati nelle zone urbane, e in particolare in alcuni quartieri di Kampala, notoriamente bacino di voti per l’opposizione.
Mwondhla sostiene che, in questo modo, si sia tentato di scoraggiare i votanti, nella convinzione che una bassa affluenza alle urne, soprattutto in certe zone del paese, avrebbe favorito il partito del presidente.

Ugandesi responsabili
Invece gli ugandesi hanno dimostrato una grande determinazione e aspettando in lunghe code ore e ore per poter esprimere il loro voto. Tutti gli osservatori internazionali hanno sottolineato la partecipazione ordinata e determinata dei cittadini alle operazioni di voto. Gli osservatori dell’Igad, l’organizzazione regionale per lo sviluppo, hanno apprezzato lo svolgimento pacifico delle elezioni ma non si sono pronunciati sul resto. Si può pensare che il peso di Museveni in una regione decisamente instabile abbia consigliato un’estrema prudenza nell’esprimere giudizi.

Non tutto secondo i piani
Nonostante tutto, le urne hanno riservato anche diverse sorprese negative per il partito del presidente. Diversi ministri del suo governo non sono stati rieletti. Tra gli altri, il ministro della difesa, Crispus Kiyonga, il ministro della giusizia, Kahinda Otafiire, il ministro dell’informazione, Jim Muhewezi, il ministro dell’educazione, Jessica Alupo. Risultati imprevisti anche nella caserma di Makindye, quella da cui partono i contingenti per contenere e reprimere le dimostrazioni nella capitale: Museveni ha avuto 198 voti; Besigye 437. A conferma che le cose avrebbero potuto andare diversamente.
Il giudizio complessivo sulle elezioni può essere ben riassunto in una frase di Obasanjo ai giornalisti: «Ancora una volta queste elezioni non sono state all’altezza degli standard democratici di base».

Nella foto in alto il presidente ugandese Yoweri Museveni acclamato dai suoi sostenitori durante un comizio elettorale.