Repubblica Centrafricana
In Centrafrica ci si sta preparando per il referendum costituzionale di domenica. Il "si" alla nuova carta è scontato. In realtà si tratta di una prova generale per il primo turno delle elezioni presidenziali e legislative del prossimo 27 dicembre. Instabilità e violenze continuano. Andare alle urne non sarebbe prioritario, ma i "tutori" internazionali vogliono il voto a tutti i costi.

Domenica 13 il popolo centrafricano è chiamato al referendum sulla nuova Costituzione che dovrebbe reggere il paese nei prossimi anni. Il sì è dato per scontato. Dunque si tratta semplicemente del preludio di ciò che avverrà domenica 27 dicembre quando gli elettori centrafricani saranno chiamati alle urne per eleggere il loro presidente della repubblica.
Un voto che rappresenterà il termine di una transizione, guidata dalla presidente Catherine Samba-Panza, che ha visto perdurare un clima di insicurezza e di violenze su tutto il territorio nazionale, in particolare nella capitale Bangui.
La nazione ancora lungi dall’essere pacificata non è evidentemente pronta per le elezioni, ma le potenze “protettrici”, in primis la Francia, hanno esercitato tutto il loro potere affinché si andasse a votare prima della fine dell’anno in corso.

Le candidature
Dei 44 dossier di candidatura presentati per le presidenziali, solo 30 sono stati validati dalla Corte costituzionale. Appaiono ancora troppi per un paese che ha sì una superficie due volte superiore a quella dell’Italia, ma che è abitato da soli 5 milioni di persone.
Il respingimento delle 14 candidature è avvenuto per via di condanne, non versamento della cauzione di 5milioni di franchi Cfa (8mila euro circa) o per informazioni incomplete. Due i dossier respinti che hanno avuto più risalto: quelle dell’ex presidente François Bozizé, cacciato dall’arrivo a Bangui dei Seleka, a fine marzo 2013, e di Patrice Edouard Ngaissona, ex leader degli anti-Balaka. La Corte ha spiegato il rifiuto del dossier di Bozizé con la sua non-iscrizione nelle liste elettorali (attualmente gli è impedito di viaggiare, non ha potuto di certo iscriversi nelle liste) e con l’articolo primo dell’accordo firmato a Libreville (Gabon) nel gennaio 2013 che gli impediva di ripresentarsi per un altro mandato presidenziale.  Ngaissona, per parte sua, ha una fedina penale non immacolata e debiti nei confronti delle casse dello stato di più di 500milioni di franchi Cfa (80mila euro circa).
Tra i trenta candidati ritenuti, ci sono tre ex primi-ministri, una dozzina di ex ministri, diplomatici, ma anche un difensore dei diritti dell’uomo, Mathias Morouba, e una sola donna, l’ex ministro Regina Konzi.

Altre le vere priorità
A noi osservatori imparziali, ma attenti a quanto avviene in Centrafrica, l’urgenza non sono le elezioni (che dovrebbero essere rimandate ancora di diversi mesi), ma di allentare la morsa dei gruppi armati che accerchiano la capitale. È vero che le forze internazionali il 10 e 11 ottobre a 150 km da Bangui hanno fermato la progressione dei miliziani di Nourredine Adam, capofila del Fronte popolare per la rinascita del Centrafrica (Fprc), l’ala più dura della coalizione degli ex-Seleka, ma nessuno può escludere altri tentativi di assalto alla capitale a breve.
In questo contesto, l’organizzazione precipitosa di elezioni preconizzate dai partner internazionali sembra più una fuga in avanti che vuol celare instabilità, che una strategia vera di soluzione del conflitto centrafricano.
Le violenze scoppiate a Bangui a fine settembre, infatti (il cui bilancio è di 70 morti, centinaia di feriti e 40mila sfollati), potrebbero non essere che l’annuncio di un conflitto che si eternizza. La capitale non è certo mantenuta in sicurezza e i miliziani controllano ancora troppi quartieri
Le raccomandazioni adottate durante il forum nazionale di riconciliazione di Bangui il maggio scorso, non sono ancora state realizzate per mancanza di mezzi, di volontà politica e di consenso in seno ai gruppi armati e della classe politica. L’accordo di disarmo, smobilitazione e reinserimento firmato durante il forum è rimasto lettera morta e rinviato al dopo elezioni. Le tensioni intercomunitarie tra musulmani e non musulmani sono ancora molto vive nella capitale e nell’ovest e centro del paese.

Forze internazionali deboli
Le violenze di Bangui rivelano inoltre molta insoddisfazione nei confronti delle forze internazionali che, a due anni dall’inizio dell’operazione francese Sangaris e nonostante il dispiegamento di 10mila caschi blu della Minusca, non sono ancora riuscite a riportare sicurezza nella capitale e nemmeno a mettere in sicurezza l’asse principale del paese, la strada Garoua-Boulai/Bangui ad ovest che rimane sotto la minaccia dei miliziani e di diverse bande armate e da dove provengono i rifornimenti di cui la nazione e la sua poverissima popolazione necessitano.
Che fare allora? Il discorso è sempre lo stesso: prima disarmare realmente i gruppi in conflitto, intensificare gli sforzi di riconciliazione tra comunità, far ritornare i giovani a scuola…e, non meno importante, chiedere alle autorità centrafricane di ribadire l’appartenenza alla nazione centrafricana delle centinaia di migliaia di musulmani che si sono rifugiati nei paesi vicini e che si sentono spogliati della loro nazionalità.

Nella foto sopra l’ex-presidente centrafricano François Bozizé.