Il sogno del profeta della pace Martin Luther King è quanto mai attuale. Quel 28 agosto del 1967 a Washington, alla fine della lunga marcia per il lavoro e la libertà, il pastore King parlò al cuore degli afroamericani per evocare con forza la fine del razzismo e l’inizio di un mondo dove bianchi e neri si sarebbero finalmente seduti insieme al banchetto di un’umanità plurale.

Dal sogno di un uomo oggi passiamo al sogno collettivo. Nigrizia vuole sognare con il movimento Black Lives Matter un mondo radicalmente altro dove la convivenza tra diversi diventa un’opportunità di crescita e una ricchezza e non una minaccia che infiamma la paura.

Sono giorni concitati dove il rigurgito razzista torna prepotentemente alla ribalta. Domenica scorsa a Kenosha, nel Wisconsin, il 29enne afroamericano Jacob Blake é stato colpitto alla schiena da alcuni proiettili dei poliziotti che lo hanno fermato mentre saliva in macchina con i figli. Jacob è rimasto paralizzato ma si è messa di nuovo in moto l’oda di manifestazioni di protesta che aveva avuto il suo apice con la vicenda drammatica dell’uccisione per soffocamento di George Floyd. La reazione è stata così forte che si è fermata per un attimo pure la Nba, il famosissimo campionato di basket.

Nigrizia ha incontrato una testimone speciale le cui parole assumono un valore particolarmente significativo in questa occasione storica: Cecile Kyenghe, italiana, originaria della Repubblica Democratica del Congo, medico, già ministro, deputato ed eurodeputato. Con lei vogliamo approfondire le origini del razzismo.

Le abbiamo chiesto di affrontare le cause profonde del razzismo, il modo di dare continuità e rafforzare il movimento del Black Lives Matter e come affrontare il fenomeno degli attacchi a statue e monumenti di persone responsabili di gravi attentati storici alla libertà e alla dignità di interi popoli e comunità

Cecile, la serie fotografica di Yinka Shonibare, artista britannico-nigeriano, intitolata The Sleep of Reason Produces Monsters (2008), ricrea un’omonima opera di Francisco Goya che fa molto riflettere sulla questione identitaria. Commentando una di queste sue opere l’artista dice: “Credo che le aggressioni irrazionali contro una razza che non si comprende generino un sonno della ‘ragione’ da cui fuoriescono mostri.” La paura e quindi il rifiuto e la violenza nei confronti del diverso da cosa sono originati? E’ solo questione di sonno della ragione o sotto c’è altro? Quanta consapevolezza, personale e comunitaria, c’è in questi atteggiamenti?

Il primo punto di riflessione parte dall’opera dell’artista Yinka Shonibare che tu ci hai descritto molto bene nella tua introduzione e ci parla delle aggressioni irrazionali contro una razza che non si comprende. In genere non é dalla ragione che fuoriescono mostri, paura, rifiuto, violenza nei confronti del diverso.

Ci si chiede: “Da cosa sono originati? E’ solo una questione di sonno della ragione oppure altro? Quanta consapevolezza? Cerchiamo di rispondere a questi quesiti seguendo tre filoni: medico-scientifico, culturale-educativo, politico-democratico.

Il filo comune che legherà questi tre punti sarà la costruzione degli stereotipi, dei luoghi comuni e dei pregiudizi. Noi sappiamo bene che tutto quello che non conosciamo ci fa paura. Lo sperimentiamo ogni giorno. Da diversi secoli possiamo dire che questo punto ha contribuito a generare mostri e di conseguenza ha permesso di parlare del sonno della ragione.

Ecco come. Analizziamolo da diversi punti di vista. Io però da medico posso dire che ho seguito e seguirò in questa intervista, in molti punti e per deformazione professionale, anche un metodo scientifico. Quindi un approccio che vada dall’individuare la causa al parlare della diagnosi, della cura e della prevenzione.

Il primo punto è quello medico-scentifico. La paura è una delle reazioni più radicate negli esseri umani. Il suo scopo è proteggerci dalle minacce esterne e soprattutto da tutto ciò che non conosciamo. Ha un ruolo così importante che è presente sia nella forma di vita più elementare sia in quelle più complesse. Può assumere forme semplicissime. E questo lo vediamo anche in alcuni animali.

Io posso citare il caso della lumaca e della sua antenna che si ritira. Questa è una delle forme più elementari. Ma possiamo passare anche a forme molto più articolate. E in questo caso posso parlare dell’uomo. La paura innesca meccanismi che partono dal cervello esattamente in una parte che si chiama amigdala. Quindi in risposta ad uno stimolo per poi coinvolgere l’intero organismo. Cosa succede? Arriva lo stimolo, che noi non conosciamo, e questo va ad attivare l’amigdala e vengono rilasciati ormoni dello stress.

Si attiva una parte del sistema nervoso che è coinvolta appunto in quelli che sono definiti attacco-fuga. Il cervello entra in uno stato di allerta e quindi in qualche modo reagisce subito. Nello stesso momento in cui vengono rilasciati questo fiume di ormoni, le pupille si dilatano, il respiro accelera, la frequenza cardiaca aumenta. E così la pressione e il flusso sanguigno. Mentre da una parte alcune attività sono accelerate, dall’altra, sempre per il rilascio di questi ormoni, alcune vengono messe in uno stato ridotto. Possiamo parlare per esempio del sistema gastrointestinale oppure dei muscoli.

Quindi la concentrazione è tutta sul pericolo che si sta vivendo in quel momento in cui vengono attivati tutti i meccanismi e tutto viene concentrato sullo stimolo, sul pericolo che arriva mentre tutto il resto viene accantonato. Il corpo si prepara ad affrontarlo e contemporaneamente parte la valutazione di questa minaccia. Questo avviene in un secondo tempo.

L’istinto mi porta prima a tutto quello che ho descritto fino adesso per poi lasciare entrare in campo la parte razionale che cerca di dire alla parte emotiva se quello stimolo è un pericolo oppure no. Questo sistema complesso ha consentito all’uomo di sopravvivere per secoli agli innumerevoli pericoli nel corso della propria storia ed è lo stesso meccanismo che viene attivato di fronte a pericoli che minacciano la sopravvivenza.

Tutto questo, in qualche modo, ci porta più o meno direttamente al sonno della ragione. Perché la prima cosa ad entrare in campo è proprio l’istinto. La parte razionale, all’inizio paralizzata, entra in campo subito dopo.

Come proposta per indicare una soluzione a questo primo livello serve un percorso terapeutico a seconda dello stimolo e che può essere quindi psicologico oppure psicoterapeutico.

Poi abbiamo il secondo punto che è quello culturale-educativo. In questo ambito possiamo parlare di tradizione, usanze. Attorno a tutto quello che non si conosceva nella storia abbiamo costruito falsi miti e leggende. Basti pensare alla caccia delle streghe che ormai fa parte del nostro vocabolario quotidiano dove i giudici, a quei tempi, passavano all’inquisizione, alla carcerazione e spesso anche alla tortura senza prove sufficienti contro gli accusati.

Anche qui possiamo notare lo stesso processo. Non conoscenza, paura, reazione, sonno della ragione e così di seguito. Per passare poi alla parte propriamente culturale-educativa. Una società che non vuole aprirsi al diverso, una società monoculturale che si chiude a riccio e quindi cerca di giustificare il suo comportamento cosa fa? Crea il nemico. Imposta tutta la sua società sulla chiusura e anche qui il passaggio è sempre lo stesso.

Si chiude a riccio cercando di giustificare il proprio comportamento. Comincia a creare gli stereotipi, i luoghi comuni, i pregiudizi e così via. Partendo da questi, si crea appunto il nemico perfetto che porta, il più delle volte, anche a violenze inaudite fin all’interno delle nostre società.

A questo livello abbiamo davvero bisogno di lavorare sull’educazione, la memoria, la scuola, l’educazione civica. E’ importante poter lavorare su alcuni temi che ci aiuteranno a sfatare alcuni miti, a lottare e a combattere gli stereotipi, a conoscere per non aver paura, a conoscere per cominciare anche ad interagire tra di noi attraverso l’arte, il teatro, la musica.

La musica è stato uno strumento di difesa utilizzato per tanto tempo da molte comunità nel periodo della schiavitù dagli afro. Mentre per quello che riguarda il cinema, posso dire che è stato utilizzato anche in una campagna che è partita dagli Stati Uniti; se vi ricordate bene i telefilm I Robbinson, I Jefferson, per cominciare a far vedere anche la presenza degli afroamericani nella società. Furono portati anche in Italia dove, da un punto di vista culturale, hanno contribuito ad un cambiamento.

Ad esempio è molto più accettabile ascoltare qualcuno che dice “sono un nero americano” piuttosto che qualcuno che dice “sono di origine africana”. E questo perché  sono stati proiettati per un bel periodo tutti i telefilm che facevano vedere comunque questa situazione, quindi la vita dei neri americani e ora si ha meno paura di quello che si comincia conoscere. E così anche il cinema, dove ci sono state delle denunce da parte degli afroamericani sulla presenza di pochi attori neri che vincono gli oscar e che ricoprono i ruoli più importanti nel cinema americano. 

Il terzo ambito è quello del modello politico-democratico che cercherò di riassumere cercando di definire anche la politica: quell’insieme delle attività che hanno a che fare con la vita pubblica e quindi gestiscono il potere di alcuni uomini su altri, il governo, il rapporto tra governanti e governati, la condizione di sudditi e cittadini, l’organizzazione dello stato, le lotte dei partiti, le relazioni e i conflitti tra gli stati. Oggi purtroppo la politica viene percepita soprattutto come uno spettacolo, talkshow, dichiarazioni sui social.

Viene percepita come, lo vediamo, sotto forma di slogan, dichiarazioni, interviste oppure liti tra i diversi partiti politici o anche tra leader politici dimenticando la sua funzione primaria. Da qui possiamo notare una diretta relazione tra la democrazia nelle sue diverse forme quindi il potere delegante nella gestione della res publica e l’impatto sulla vita dei cittadini. I diritti civili, politici e sociali, che risentono appunto di questo stravolgimento del ruolo  originario della politica mi portano a parlare della democrazia: quella rappresentativa a suffragio universale e quella diretta attraverso i referendum.

Tutte e due cosa ci dicono? La democrazia rappresentativa delega l’amministrazione dei beni pubblici a una rappresentanza o ad una elite di politici. Mentre la democrazia diretta, attraverso i referendum, è la forma politica di esercitare il potere direttamente da parte del popolo. Purtroppo anche nelle migliori forme di democrazia qualcosa può sempre andare storto. Oggi notiamo che si confonde il mandato politico ottenuto dagli elettori per gestire la res publica nell’interesse di tutti i cittadini con l’assegnazione dei pieni poteri.

Anche il mandato politico confidato dagli elettori ai partiti politici che hanno perso e che quindi sono all’opposizione, dovrebbe esercitare il controllo della democrazia nelle sedi istituzionali. Ma quello che tocchiamo con mano nella realtà è che purtroppo anche questo mandato perde quello che doveva essere il ruolo primario. Quindi una elite di politici di professione, e non, sequestrano la democrazia per far passare il pensiero unico. Viene offuscata la voce del popolo, da parte di chi ha avuto il mandato di rappresentanza, perché si interpreta quell’impegno a proprio uso e consumo esercitando così una vera e propria mercificazione della politica. 

A questo livello come proposta mi sento di dire che serve una formazione politica e un’educazione civica. Dobbiamo riappropriarci del ruolo primario della politica.

Questa prima domanda mi permette di mettere sul tavolo il tema delle disuguaglianze globale e della lotta per ridurle. Diventa, in questo senso, prioritario il rispetto dei diritti civili, politici, sociali, in un mondo dove i diritti di alcuni cittadini vengono sistematicamente violati. Ritorniamo così a mettere l’accento sulla lotta al rafforzamento e al completamento della democrazia per consolidare i valori di libertà, uguaglianza e fraternità. Ma anche sul ruolo delle leadership politiche.

Oggi alcuni leader politici, consapevoli del potere devastante della paura che genera odio e consenso, hanno cominciato ad utilizzare la paura come strumento di lotta politica arrivando a organizzare vere e proprie campagne di odio che sfociano in violenze inaudite. Hate speach, odio in rete, odio anche fuori della rete che arriva addirittura al cosiddetto hate crime, i crimini che conseguono a queste campagne di odio. I populismi oggi basano la loro strategia su questi meccanismi.

Professionisti della fabbrica della paura dove gli strumenti o i rimedi sono ben lontani dall’essere a portata di mano perché i cittadini, che sono stati privati dei loro diritti fondamentali come l’accesso all’istruzione di qualità, non hanno strumenti di difesa, i cosiddetti anticorpi culturali. Inconsapevoli di essere strumentalizzati a beneficio di una elite di politici di professionisti oppure no ma di certo sono professionisti della paura.

I recenti episodi di razzismo negli USA e nel mondo hanno suscitato una forte reazione nel segno del movimento popolare Black Lives Matter che rivendica la dignità della vita di ogni persona di origine africana. Nelle manifestazioni svoltesi in diversi angoli della terra hanno camminato insieme persone di diverse comunità, etnie, religioni. L’appartenenza identitaria si gioca maggiormente sul criterio delle comuni origini, su quello dell’inserzione dentro una particolare cultura di adozione oppure su quello dei sogni comuni di un umanità plurale? Cosa fare per dare continuità ad un movimento che può davvero minare le basi dei sovranismi e nazionalismi che sembrano avanzare nel mondo? 

Parto dal fatto che una società plurale ha bisogno di reggersi su alcuni principi fondamentali che sono stati accettati da tutti e che debbono essere stabiliti e sanciti politicamente. Lo sappiamo bene. Se vogliamo vivere insieme, se vogliamo interagire e parlare, se vogliamo proprio condividere gli spazi, ci dobbiamo dare delle regole. Questa è la base fondamentale della vita. E’ fondamentale darsi delle regole che tutti devono rispettare per poter vivere insieme e quindi anche la società, in questo caso plurale, deve fare altrettanto.

All’interno degli stati democratici questi principi sono stati scritti dentro le costituzioni e quindi proclamati anche dalle convenzioni internazionali come la Convenzione internazionale dei diritti umani e la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Questi testi regolano le fondamenta dei diversi settori sociali, dei governi, degli Stati ma, se scendiamo anche nel particolare, di ogni comunità per quei gruppi che si riconoscono in un particolare stato. Ci sono comunque delle regole che vengono scritte, accettate e sottoscritte da tutti e che diventano la base della convivenza. Ciò che va contro questi principi non può essere accettato.

Partendo da tutto questo capiamo quanto la diversità debba essere un valore per ogni società. La diversità deve essere riconosciuta. Bisogna investire sulla diversità in tutti i settori perché se noi non riconosciamo la diversità, se noi annulliamo le diversità, allora possiamo parlare di una società monoculturale. Ma qui stiamo parlando di una società plurale e ci domandiamo in che cosa si riconosce.

Se ogni diversità è riconosciuta, se ogni gruppo è coeso io credo che a guadagnarne è lo stato stesso. Perché la persona che si riconosce in uno stato, la persona che è fiera e sa che è riconosciuto in quello stato ha anche la possibilità di dialogare molto più facilmente con altri gruppi. A quel punto possiamo parlare di una società plurale e questo ci porta piano piano verso il concetto del meticciato. Una ricchezza culturale enorme.

Mi domando cosa sarebbe la straordinaria ricchezza italiana se gli autoctoni non avessero accolto il nuovo che proveniva dai vari popoli con i quali entravano in contatto . Cosa sarebbe stata la Roma antica senza l’apporto culturale dei greci? Cosa sarebbero state la scienza, la tecnologia senza il contributo della civiltà araba? Cosa sarebbe stata l’Italia se si fosse chiusa all’arrivo di altri popoli o all’arrivo della religione mediorientale che è il cristianesimo?

Cosa sarebbe stata la meravigliosa cucina italiana se non si fossero voluto usare ingredienti un tempo esotici arrivati dall’America come il pomodoro e il mais? Tutti questi elementi erano prima entità diverse dentro uno stato che ha saputo portarli poco alla volta verso una società plurale che ha fatto di tutto questo un valore aggiunto considerandolo parte integrante della sua cultura arrivando fino al meticciato. L’Italia è bella perché ha saputo respirare venti che soffiavano da ogni punto cardinale e quindi il meticciato, così tanto contrastato, è diventato una realtà oggi. Non ha senso chiedersi se si è a favore o contro la società multiculturale perché le civiltà monoculturali non esistono, né sono mai esistite.

Tutti i consorzi umani sono frutto di intrecci e mescolanze di popoli e culture. Chiudersi a riccio verso l’arrivo del nuovo è dunque uno sperpero inutile di buone energie. Tutto questo ragionamento ci porta a dire che ci si riconosce nel paese dove si arriva dopo un lungo percorso. Ognuno e ognuna di no però ha bisogno di rafforzare anche la propria identità. Definirsi é fondamentale per poter dialogare con altri e altre e tutto il resto è un po’ una conseguenza di queste regole che costruiamo insieme per poter formare una società armoniosa.

Credo allora che, per dare continuità a questo movimento Black Lives Matter che in questo periodo ha riempito le nostre piazze e le nostre strade, dobbiamo dargli forza. Riconoscendo e abbracciando la sua causa. Non sentendolo semplicemente come qualcosa che non è nostro ma riconoscendo il tema vero per cui le persone sono scese per strada abbracciando quella causa.

Quel movimento può dare degli input, degli stimoli, delle proposte che la politica può abbracciare per poi darne delle risposte istituzionali rimuovendo gli ostacoli di ordine economico e sociale che di fatto limitano l’eguaglianza dei cittadini in dignità e così non consentono il pieno sviluppo della persona umana come indica bene l’articolo 3 della nostra Costituzione.

Mercoledì 16 luglio a Città del Capo, in Sudafrica, è stata divelta la testa del monumento a Cecil Rhode, imperialista britannico, in linea con diversi altri episodi legati a icone storiche contestate da chi prova a rileggere la propria storia da un’altra prospettiva. Attraverso quali passi concreti si può rileggere la storia con gli occhi di chi ha subito soprusi e ingiustizie? Come poter intraprendere un cammino di riconciliazione con un passato ingiusto in vista della costruzione di una nuova comunità che si pensa e si ridisegna nel solco della convivialità delle differenze?

Rileggere la storia con gli occhi di chi ha subito soprusi e ingiustizie è una battaglia di civiltà che passa dal rispetto delle libertà civili e democratiche, dei diritti civili, politici e sociali. Diventare protagonisti e partecipi nella rilettura della storia per evitare che possa essere interpretata solo da un unico punto di vista. Ribadisco ancora: libertà uguaglianza e fraternità. Per la fratellanza, lo avevo scritto in un libro alcuni anni fa, abbiamo fatto delle lotte delle battaglie per la libertà. Abbiamo fatto delle battaglie anche nel nome dell’uguaglianza. Manca la terza rivoluzione: quella della fratellanza.

Questa intervista è molto impregnata di questa voglia di far capire che la grande risposta è quella della fratellanza, la rivoluzione della fratellanza. Per secoli la storia è stata raccontata solo dalla prospettiva del vincitore. Dalla prospettiva di chi ha schiavizzato un popolo, di chi ha oppresso oppure dalla prospettiva del più forte. Per coronare tutto questo vengono erette statue, monumenti, sculture.

Per non dimenticare, si dice. Dimenticando invece che quelle statue, monumenti e sculture rappresentano il punto di vista di una parte della società ma soprattutto il punto di vista del vincitore, di chi ha schiavizzato un popolo. Mettendo da parte quindi, nella totale incuranza, il sentimento delle vittime e non rappresentando nella nostra società un altro punto di vista: quello delle persone che hanno subito soprusi.

E’ vero, la storia non si può cancellare ma si può raccontare da diverse prospettive. Abbiamo assistito nel corso degli anni che quando cade un regime vengono distrutti o cancellati luoghi, oggetti che ne ricordano l’esistenza. Lo abbiamo visto con Ceaușescu, con Saddam Hussein e lo stiamo vedendo con tanti dittatori in Africa, Sudamerica, in Asia, ovunque.

Però questa volta è diverso. La rivoluzione in atto in questo momento ci offre l’opportunità di mettere in discussione l’architettura culturale delle nostre città. Ma questo sta succedendo nello stesso momento in tutto il pianeta abbracciando la stessa causa: vogliamo rivedere un po’ l’architettura delle nostre città.

La lettura della nostra storia, la sua interpretazione ci porta a dire che non possiamo perdere questa opportunità che diventa una rivoluzione culturale che cambia il significato di statue, monumenti che pullulano i nostri spazi con un passato da schiavisti o colonizzatori che vengono celebrati da eroi.

Agli occhi di sempre più persone questo diventa insopportabile al punto da essere una memoria soffocante e abbattere quelle statue, monumenti, sculture diventa una reazione naturale. Non si può ignorare in tutta la sua drammaticità, perché sempre è un atto violento. E bisogna cercare di governare, di gestire questo fenomeno prima che ci sfugga di mano.

Quando viene eretta una statua le persone che la vedono presumono che sia stato un grande uomo o una grande donna. Ma il più delle volte si sanno soltanto nome e cognome senza conoscere esattamente chi è stato. Si apre così anche una discussione sulla memoria visiva perché andrebbero forniti altri elementi alla gente per capire meglio la persona nel suo contesto.

Nel processo di gestione e di governo di questo fenomeno possiamo cominciare a fare delle proposte come quella di spiegare esattamente, attraverso un cartello, che cosa ha fatto quella persona, la sua storia, il ruolo che ha avuto. Ad esempio il ruolo che ha svolto nella macchina coloniale oppure in un altro periodo della storia, che ha oppresso le persone, se così è stato. Si tratta di un processo di educazione culturale attraverso la memoria, prendendo a cuore le radici storiche.

I luoghi della memoria per esempio sono tanti e non sono semplicemente i posti dove viene celebrato qualcosa di positivo ma ci sono quelli che vengono curati e organizzati per non dimenticare gli orrori del passato. Una memoria per evitare che la storia si ripeta. Ad esempio luoghi come Auschwitz sono quei memoriali del disumano e dei crimini più efferati della storia che feriscono ancora oggi il cuore del mondo e che sono da visitare per non dimenticare e non ripetere mai più.

Ecco noi abbiamo l’obbligo di raccontare esattamente i monumenti che erigiamo per poi prenderne le distanze in alcuni casi. La storia non si cancella però dobbiamo evitare che la storia si possa ripetere due volte e che gli orrori del passato possano ritornare.

Per intraprendere un cammino di riconciliazione con un passato ingiusto in vista della costituzione di nuova comunità che si pensa e si ridisegna nel solco della convivialità delle differenze è fondamentale partire dai diritti che sono un bene comune: conoscenza, arte, pace. Più sono distribuiti, più ciascuno di noi ne gode. C’è bisogno però di una parola: democrazia. La democrazia è una parola che evoca valori di libertà, giustizia, ed uguaglianza.

Completare la democrazia in Europa significa riuscire a garantire a tutti i cittadini eguali diritti nel rispetto delle nostre costituzioni nelle Convenzioni internazionali siglate tra diverse nazioni, tra diverse popoli, tra diverse regioni geografiche. Le forze progressiste devono essere in prima linea nel portare la cultura umanista nelle istituzioni e nella società.

Un cammino di riconciliazione parte dal riconoscere queste atrocità o crimini commessi all’interno delle nostre società. Un processo di revisione dell’interno sistema istituzionale deve portare dignità e giustizia sia alle vittime sia alle istituzioni che ne sono state responsabili. Un percorso di verità e riconciliazione sulla scia del modello sudafricano.

Mandela ha basato gran parte delle sue battaglie sui diritti civili per percorrere un cammino di verità, perdono e giustizia. Ma il passato del Sudafrica, dell’apartheid, che sembrava superata con l’arrivo al potere di Nelson Mandela è ancora lì che ci parla. Sembrano permanere, ancora con più forza devastatrice, i due principali mali che allora affliggevano il paese: la disuguaglianza economica e il razzismo. La disuguaglianza economica è tuttora il pilastro strutturale architettonico del secondo tarlo. La persistenza dei privilegi, allora come oggi, sfocia nella divisione razziale.

La questione del razzismo in Sudafrica è talmente pervasiva che assume persino un valore transrazziale. Se guardiamo il Sudafrica vediamo come oggi abbiamo bisogno di fare dei passi avanti. Abbiamo bisogno di andare oltre. Nelson Mandela ha iniziato un percorso che ancora non è finito e che il Sudafrica deve assumere.

Dobbiamo decostruire queste infrastrutture e istituzioni architettoniche economiche che sono inquinate dalla corruzione e che continuano a perpetuare i privilegi di pochi perché questa disuguaglianza vuol dire proprio la persistenza dei privilegi. I poveri sono terribilmente aumentati. La miseria è alle stelle. Il Sudafrica oggi ha bisogno di andare oltre e quindi lavorare sulla riduzione delle disuguaglianze e sulla decostruzione dell’architettura del razzismo.

Qui concludo perché l’esempio del Sudafrica è uno degli esempi che ci fa vedere che per affrontare questo tema, per vedere come fare un cammino di riconciliazione, non basta semplicemente una parte dei diritti civili ma bisogna decostruire proprio l’architettura del razzismo altrimenti non lo si vince alla radice. Dobbiamo avere un approccio olistico, trasversale senza il quale, in molti settori, si fa fatica e si rischia semplicemente di fare una operazione di mera sostituzione.