Sudafrica / I migranti zimbabweani
Nel 2014, solo 245 mila zimbabweani hanno potuto richiedere il permesso speciale per il Sudafrica. Sono milioni, però, quelli presenti nel paese, che vivono in condizioni precarie e sottoposti ai raid periodici della polizia. I racconti di alcuni di loro.

Error Street. Chissà se Mary o Christine hanno mai pensato a quanto beffardo suona quel nome. Chissà se qualcuno, tra le centinaia di persone come loro, che vivono nella strada poco lontana dallo stadio del rugby di Ellis Park, a Johannesburg, si sia mai chiesto se è stato un errore scegliere di lasciare lo Zimbabwe e arrivare in Sudafrica. Un paese per cui Mary, Christine e gli altri sono manodopera a basso costo, ma anche individui sgraditi e ufficialmente fuorilegge. E, quindi, impossibilitati a difendersi da qualsiasi abuso.

Difficile dire quanti cittadini dello Zimbabwe vivano in Sudafrica: le stime oscillano tra un milione e mezzo e tre milioni, cioè tra il 3% e il 6% della popolazione sudafricana. Numeri esagerati, quasi certamente, ma lo è anche, in negativo, la cifra di 245mila: gli unici che, secondo le nuove e severe leggi sudafricane sull’immigrazione, avrebbero potuto fare domanda, entro fine 2014, per i cosiddetti “permessi speciali” (ZSP) della durata di 3 anni. Per la maggior parte degli altri, qualunque ne sia il numero, l’ostacolo è semplice quanto insormontabile: hanno oltrepassato il confine clandestinamente, senza documenti. È anche per questo che chiedono di non essere citati con il loro vero nome.

«Per me è più conveniente entrare senza permessi – spiega, ad esempio, Mary – perché un passaporto sarebbe troppo costoso». È in Sudafrica «per fame, per trovare un posto migliore e dar da mangiare alla mia famiglia», cioè ai suoi due figli e a quelli della sorella, che ha in custodia. Per tornare a trovarli la soluzione più economica è pagare gli smugglers, i trafficanti di persone, che permettono di passare la frontiera a Beitbridge, attraversando il fiume Limpopo. Ogni viaggio costa 1.000 rand, poco più di settanta euro.

Beitbridge è il principale punto di accesso per chi vuole raggiungere il Sudafrica dallo Zimbabwe, che si affidi agli smugglers, o che usi altri mezzi. Come Walter, che ha dovuto lasciare il suo paese di origine nel 2007, per sfuggire alla polizia del regime. Fu un camionista a nasconderlo sotto il telone del suo mezzo e a lasciarlo a pochi chilometri da Johannesburg. «Non chiese soldi, non mi disse il suo nome né domandò il mio, semplicemente si offrì di aiutarmi», ricorda Walter, che oggi ha un lavoro regolare ed è riuscito, quanto meno, a vivere in condizioni migliori di quelle che si trovano nei palazzi di Error Street. Edifici di proprietà di compagnie o di privati che, in passato, hanno smesso di pagare le bollette, la pulizia o la manutenzione. Dopo il taglio dell’acqua, dell’elettricità e degli altri servizi da parte della municipalità, a occupare gli spazi abbandonati, accanto ad alcuni dei vecchi inquilini, sono stati anche i migranti.

All’interno delle camere vengono costruite altre pareti, fatte di assi di legno, pannelli di compensato, vecchie porte: nascono stanzini in cui c’è spazio per un materasso buttato direttamente sul pavimento e poco altro. Uno di questi cubicoli è quello che Mary chiama “casa”: «È comoda», dice. «L’unico problema è quando arriva la polizia». I raid alla ricerca di migranti senza documenti avvengono, secondo la donna, ogni due o tre mesi, per lo più nelle ore che precedono l’alba. Le due estremità di Error Street vengono bloccate, e ottanta o cento agenti scendono da macchine e furgoni.

Quel che succede dopo lo racconta un’altra ragazza, Christine. «L’ultima volta che sono arrivati sono venuti a bussare alle porte e hanno chiesto a tutti i documenti, dicendo che chi non li aveva sarebbe dovuto tornare in Zimbabwe». Circa trequarti degli occupanti del palazzo sono stati condotti via. Ma, sostiene Christine, «li hanno presi a caso, persino alcuni di quelli che avevano il passaporto sono stati fatti salire sulle macchine: li hanno portati alla stazione di polizia ed espulsi, non ho più visto nessuno di loro».

In altri casi a intervenire sono compagnie di sicurezza private come le Red Ants, le “formiche rosse”, chiamate così per il colore dei caschi e delle tute che indossano i componenti di queste squadre. Sono loro a effettuare gli sgomberi quando i padroni di casa lo richiedono, se nessun magistrato ferma le operazioni. I metodi usati sono spicci: Mary ricorda bene il giorno in cui un ragazzo, di forse 14 anni, fu colpito da un proiettile di gomma. Del resto, la violenza sembra una reazione comune davanti a queste persone senza documenti, che non possono far valere facilmente i loro diritti.

Certo non esitano a usarla gli smugglers, magari per rapinare del poco che hanno persone come il ragazzo dal volto gonfio ospitato nella Central methodist church, una chiesa protestante del centro di Johannesburg.

Molti migranti per sfuggire ai rischi delle notti passate in stazione, della vita in strada o nelle case occupate, hanno cercato, negli anni, riparo in questo edificio religioso: quando ha dovuto chiudere, lo scorso 31 dicembre, se ne contavano ancora più di 400. A dare il via all’esperienza fu, nel 2000, il vescovo metodista Paul Verryn, che ora si sofferma sul probabile futuro delle persone rimaste senza protezione: «Molti si sentono completamente persi e ho l’impressione che non riusciranno a ottenere i permessi ZSP», spiega. La conseguenza più probabile, continua, «è che li deportino, nonostante molti di loro siano stati costretti a fuggire dallo Zimbabwe per paura di violenze politiche».

Né il futuro incerto né l’ostilità di molti sudafricani, che accusano gli stranieri di sottrarre loro lavoro accettando salari più bassi, hanno però fermato persone come George. Sulla terrazza di un palazzo occupato, intaglia manici di scopa. È a Johannesburg da appena due settimane e c’è arrivato regolarmente, con il passaporto. Vuole seguire l’esempio del fratello, che lavora da tempo qui. «Anche io – annuncia convinto – troverò presto un mestiere. Questo è temporaneo, come la mia sistemazione». Per lui Error Street è solo l’inizio di una speranza.

 

Articolo estratto dal numero di Nigrizia di febbraio 2015.

Nella foto in alto un ragazzo zimbabwano in Sudafrica. (Foto estratta dal numero di Nigrizia di febbraio 2015, fonte: blogs.ft.com)