ECONOMIA IN BIANCO&NERO – febbraio 2010
Riccardo Barlaam

Yé l’africano lascia la Cina a 17 anni, nel 1989, poco prima della rivolta di Tien an Men. La meta del suo viaggio da clandestino è Parigi. Il primo lavoro sono le borse cucite in uno dei tanti laboratori cinesi nel quartiere di Belleville. Dalle borse, dopo un percorso lungo e tortuoso come la Grande muraglia, è arrivato oggi a gestire la più grande concessione forestale del Congo-Brazzaville: 800mila ettari. 800mila ettari di alberi, boschi. Legname prezioso da esportare nella sua Cina, affamata di materie prime.

A Pointe-Noire lo conoscono per la sua auto di lusso dalla strana targa 888 – ripetizione di un numero che i cinesi pensano porti fortuna – e per la sua passione per le belle ragazze africane. Un uomo d’affari che somiglia più a un avventuriero: una sorta di Corto Maltese con gli occhi a mandorla. Senza scrupoli, però. Quando gli chiedono del suo patrimonio, si ritrae, e con falsa modestia dice di sé che non è ancora davvero ricco. «Ho solo qualche milione da parte».

Prima di arrivare alla filiera del legno, ha fatto mille lavori, come tutti i cinesi: sarto, cameriere, artigiano. È passato attraverso la Legione straniera. Ha fatto la prima guerra in Iraq con i francesi. Poi ha aperto un bar karaoke a Gibuti per i militari. È stato due anni in prigione per una strana storia di un rapimento tra cinesi. A Brazzaville è cominciata la sua fortuna. Prima con un ristorante, poi con una fiorente attività di export di paccottiglia e di cemento cinese. Fino agli alberi. Il suo tesoro.

La concessione governativa di 800mila ettari l’ha ottenuta grazie ai buoni uffici di un lontano parente ritrovato, uno zio che vive nel Gabon: Jean Ping, uno degli uomini più vicini al presidente Omar Bongo, già ministro degli esteri dal 1999 al 2008, ora presidente della Commissione dell’Unione africana.

«Per capire come far andare avanti questo business – racconta al settimanale francese Le Point – sono andato a vivere dentro la foresta con gli operai». In qualche mese la produzione è arrivata a pieno regime. E oggi procede con una tabella di marcia che prevede il taglio di 335mila alberi l’anno. Più di 900 alberi da tagliare ogni giorno. Domeniche comprese. Una vera e propria macchina da guerra.

Il lavoro è ormai avviato. Presto Yé l’africano si butterà in un altro business e lascerà la gestione operativa a suo cognato, un giornalista in pensione dell’agenzia cinese Xinuaa, capace di gestire come lui le relazioni con le autorità congolesi, vale a dire il ministro dell’economia forestale, Henri Djombo.

Yé l’africano torna sempre in Cina quando ha un’idea nuova da realizzare. L’ultima volta che ci è stato ha passato una settimana ad accompagnare il figlio del ministro Djombo in vacanza. Dopo le pubbliche relazioni, il business. Nella seconda settimana ha concluso tre affari: ha siglato un contratto di importazione di pezzi di ricambio per i fuoristrada Toyota e ha comprato una fabbrica di minuteria metallica e una fabbrica di sigarette, ambedue smontate pezzo per pezzo e spedite con i container a Pointe-Noire.

Tuttavia, la storia di Philippe Yé non è un’eccezione. I cinesi che vivono in Africa sono ormai 500mila. La maggior parte sono operai che lavorano nei grossi cantieri o nell’industria petrolifera e mineraria. Ma ci sono anche una decina di migliaia di uomini d’affari come lui.

Negli ultimi anni, gli scambi commerciali tra Cina e Africa sono passati da 5 a quasi 106,8 miliardi di dollari nel 2008 (con una crescita del 45,1% rispetto al 2007). La Cina ha esportato merci per 50,8 miliardi di dollari: prodotti a basso costo, elettronica di consumo, motociclette, auto, macchinari per l’industria, riso… E ha importato dall’Africa materie prime per le sue industrie per 56 miliardi di dollari: petrolio, metalli, cotone e legnami. Una grossa fetta di questi tronchi sono proprio quelli che provengono dalle foreste congolesi in mano a Yé l’africano.

 

Copyright 2021 © Nigrizia - Tutti i diritti sono riservati