Quattrocento milioni di dollari di risarcimenti di emergenza e oltre 90 miliardi di dollari per interventi a lungo termine di bonifica e ripristino dell’ecosistema: è quanto richiesto a una società statale cinese operante in Zambia dalle comunità colpite da un incidente che si è verificato lo scorso febbraio nei pressi di una miniera di rame nel nord del paese, di proprietà dell’impresa di Pechino.
Dopo il collasso di una diga di contenimento dei materiali di scarto circa 50mila tonnellate di fanghi acidi si sono riversate nel fiume Mwambashi, un affluente del più grande Kafue, causando la morte di pesci e animali selvatici, la distruzione di campi coltivati e costringendo le autorità a lasciare centinaia di migliaia di persone senza accesso all’acqua potabile per il timore della contaminazione.
Secondo un’altra stima inoltre, la quantità di rifiuti tossici dispersi in acqua potrebbe essere fino a 30 volte superiore a quanto dichiarato finora dalla Sino-Metals Leach Zambia, questo il nome della società cinese proprietaria della miniera. L’impresa è una sussidiaria della China Nonferrous Metal Mining Group, gigante del settore minerario di Pechino.
Già ora il disastro è ritenuto uno dei peggiori nella storia dello Zambia, che pure non è nuovo a episodi del genere. Ma la magnitudine dell’incidente è tale da smuovere alcuni capisaldi dell’economia zambiana, delle sue prospettive di sviluppo e della sua capacità di regolare l’attività mineraria.
A partire da un possibile peggioramento dei rapporti con Pechino, importante partner economico e primo influente creditore del paese. Il disastro ambientale è poi divenuto terreno di scontro fra la Cina e gli Stati Uniti. Lo Zambia è uno dei principali campi di battaglia della competizione economica fra i due giganti in Africa.
Ma dubbi vengono sollevati anche sul modello industriale zambiano, già segnato da altri disastri ambientali e fortemente dipendente dal rame, di cui è il secondo esportatore in Africa e uno fra i primi dieci al mondo. Il conflitto fra profitto e tutela dell’ambiente rischia di degenerare ora che Lusaka vuole sfruttare il crescente prezzo del minerale sul mercato e triplicarne la produzione entro il 2035, facendo aumentare i rischi di severi danni all’ambiente e alle comunità.
Cronaca di un disastro
Per capire cosa è avvenuto, è meglio andare per ordine. I rifiuti tossici sversati nel fiume Mwambashi contengono decine di metalli pesanti come piombo, cianuro, rame e zinco e rischiano di produrre effetti devastanti sulla salute delle persone e della fauna per decenni.
Gli elementi citati non sono biodegradabili e devono essere eliminati dall’acqua per azzerarne l’impatto, per questo nelle prime settimane dopo il disastro lo stato zambiano e la Sino-Metals hanno buttato nel fiume tonnellate di calce nel tentativo di arginare l’espansione dei liquami.
L’impianto cinese si trova nel distretto di Kalulushi, nella provincia settentrionale del Copperbelt, la “cintura del rame”. Come indica il suo nome, quest’area è l’epicentro delle attività di estrazione del minerale nel paese. Il corso d’acqua colpito è invece un affluente del Kafue, un fiume lungo oltre 1.500 chilometri che attraversa cinque province dello Zambia e fornisce acqua potabile a cinque milioni di persone, compresi gli abitanti della capitale Lusaka.
Nel bacino di questo fiume vive il 60% dei 20 milioni di abitanti dello Zambia, che dal Kafue traggono importanti risorse per il loro sostentamento. Il grande corso d’acqua è a sua volta un affluente dello Zambesi, quarto fiume più lungo dell’Africa.
Questi è il contesto in cui è avvenuto il disastro. Gli effetti sulla fauna acquatica e sui campi coltivati sono stati visibili da subito. Secondo ricostruzioni della società civile locale, i rifiuti acidi avrebbero raggiunto aree distanti anche 400 chilometri dal luogo del disastro.
Pesci morenti sono stati ritrovati anche a 250 chilometri di distanza dalla miniera, come segnala in un suo reportage il media panafricano The Continent. Immediati sono stati anche gli effetti sui campi coltivati lungo il fiume mentre l’inquinamento delle fonti d’acqua ha spinto le autorità zambiane a tagliare la fornitura idrica della città di Kitwe, la terza città più grande del paese, lasciando fino a 700mila persone senza accesso all’acqua per diverso tempo.
Le richieste delle comunità colpite
A fronte di tutto questo, in settimana due studi legali zambiani hanno presentato la richiesta di risarcimenti di due diversi gruppi di abitanti della zona colpita dal disastro.
Un primo gruppo di 47 famiglie ha chiesto 220 milioni di dollari di risarcimenti temporanei per finanziare trasferimenti di persone, esami e cure mediche e ripristino dei mezzi di sussistenza. Lo stesso collettivo ha chiesto di versare 9,7 miliardi di dollari in un fondo per il risarcimento e la riabilitazione delle vittime e dell’ambiente.
Altri 200 abitanti della comunità hanno invece chiesto 200 milioni di dollari di risarcimento e l’istituzione di un fondo di deposito gestito dal governo da 80 miliardi di dollari da impiegare per bonifica, risarcimenti e ripristino dell’ecosistema.
L’azienda cinese ha reso noto di aver ricevuto le istanze delle comunità. I gruppi che hanno presentato le richieste si preparano a fare causa presso l’Alta corte di Kitwe qualora non ricevessero una risposta affermativa.
Il nodo delle compensazioni economiche
La questione dei risarcimenti appare complessa. Secondo alcune ricostruzioni il governo zambiano avrebbe ordinato a Sino-Metals di pagare alle vittime dell’incidente 1,5 milioni di kwacha (circa 54mila euro), mentre in un articolo del portale di notizie News Diggers si riferisce di 16,2 milioni di kwacha di risarcimenti (577mila euro) per almeno 450 contadini. Una versione questa, che trova riscontri nelle dichiarazioni fatte finora dal governo cinese.
Un’inchiesta del media indipendente Inside Climate News ha però rivelato che la compagnia cinese avrebbe iniziato a pagare le vittime cifre comprese fra 17 e i 2000 dollari, in tutti i casi ritenute insufficienti a far fronte ai danni provocati dal sinistro che ha colpito la miniera.
Non solo, Sino-Metals avrebbe vincolato la concessione dei soldi alla firma di un documento in cui c’è scritto che il denaro ricevuto rappresenta la liquidazione «completa e definitiva» di ogni reclamo. Un’affermazione che rischia di complicare l’iter per ricevere altri rimborsi. Alcuni contadini ascoltati dalla radio locale Roan Fm infine, hanno detto di aver ricevuto poco più di 80 dollari.
Numeri discordanti
Se la situazione riguardo alle compensazioni è caotica, anche l’effettiva entità del danno prodotto dal collasso della diga non è chiaro. Il governo del presidente Hakainde Hichilema ha messo in campo anche l’esercito nel tentativo di arginare lo “spill” ma sul piano delle dichiarazioni ha tentato di smorzare gli animi.
Ancora a metà agosto il ministro dell’ambiente Mike Mposha affermava che l’acqua della zona della miniera era «adatta al consumo» e che la sua acidità era in forte calo, nonostante tracce di manganese e zinco anche molto superiori alle soglie di guardia erano state rinvenute in diversi campioni.
Difficile conciliare queste valutazioni con quanto affermato dalla società sudafricana Drizit, la cui filiale zambiana è stata incaricata dalla Sino-Metals di condurre una valutazione d’impatto sul disastro. L’azienda sudafricana ha affermato che è molto probabile che la quantità di fanghi acidi tracimata dalla diga si aggiri attorno alle 1,5 milioni di tonnellate – 30 volte superiore alla stima ufficiale – e che almeno 900mila metri cubi di materiale inquinante siano ancora nell’ambiente. Gli effetti sulla salute degli abitanti della regione e di tutto l’ecosistema potrebbero durare decenni.
Il contratto di Drizit è stato revocato dalla società cinese dopo la diffusione di queste informazioni e il giorno prima dell’uscita del report contenente la valutazione di impatto ambientale.
La partita fra Washington e Pechino
Lo scenario apocalittico emerso dalle ricerche della realtà sudafricana risuona anche nelle decisioni degli Stati Uniti, che ad agosto hanno ordinato al personale governativo e diplomatico presente in Zambia di evitare viaggi nelle zone colpite e di tenersi lontani dalla città di Kitwe. L’ambasciatore nel paese Michael Gonzales ha detto che l’incidente potrebbe essere uno dei peggiori della storia del suo tipo.
Il governo cinese, che si è sempre detto pronto a collaborare con le autorità zambiane rispetto al disastro, ha accusato gli USA di diffondere il panico e di condurre una condotta «manipolatoria e malintenzionata».
Lo Zambia è terreno di confronto fra Cina e USA per motivi che trascendono le dinamiche di questo incidente. Lusaka ha annunciato di voler triplicare la produzione di rame entro il 2035 scatenando la competizione fra potenziali investitori stranieri.
Nel paese confluiscono poi due grandi progetti guidati rispettivamente da Pechino e USA che puntano proprio a facilitare l’esportazione della materia prima verso i mercati internazionali. Da un parte la Tazara, una vecchia ferrovia che connette Zambia e Tanzania (e quindi l’Oceano Indiano) che adesso la Cina vuole rimodernare.
Dall’altro il Corridoio di Lobito: una grande infrastruttura ferroviaria su cui stanno investendo USA, G7 e Unione Europea che dovrebbe collegare la Copperbelt dello Zambia e le regioni meridionali della Repubblica democratica del Congo ai porti angolani e quindi all’Oceano Atlantico.
In un contesto così delicato, lo spill alla miniera della Sino-Metals potrebbe anche peggiorare i rapporti fra Lusaka e Pechino, come osservato da diversi esperti ascoltati dal South China Morning Post, quotidiano cinese di base a Hong Kong.
La Cina è uno dei principali partner commerciali dello Zambia e soprattutto detiene una fetta enorme del suo debito estero, maturato in anni di prestiti contratti per la costruzione di ambiziosi progetti infrastrutturali. Lusaka è andata in default sul debito nel 2020 ed è riuscito a ristrutturarlo quasi completamente nel 2024, dopo anni di faticose negoziazioni, rese tali anche dalla complessa posizione cinese.
Il precedente
Grandi giochi geopolitici che alle comunità colpite potranno sembrare del tutto alieni. Rispetto alle possibilità che le persone colpite possano essere effettivamente rimborsate, ci sono precedenti relativamente positivi. In modo particolare la causa intentata da oltre 2.500 persone contro la multinazionale anglo-indiana Vedanta, titolare tramite una sussidiaria di una miniera di rame che aveva provocato anni di inquinamento ambientale.
Nel 2019 la Corte suprema del Regno Unito ha accolto la causa degli attivisti, portando a un accordo extragiudiziale per un risarcimento di cui non si conosce l’entità. Per quanto la sentenza britannica abbia fatto storia, va notato che Vedanta non ha mai ammesso la sua responsabilità in modo ufficiale.