Funerali di stato per l’ex presidente
Frederick Chiluba, secondo presidente dello Zambia si è spento sabato, appena cinque minuti dopo la mezzanotte, per un malore che lo ha colto nella sua residenza di Lusaka.

Da Nigrizia 1/1992
L’ascesa al potere

Era una giornata come tutte le altre, per l’ex presidente Frederick Chiluba. Venerdì, la sua agenda del pomeriggio prevedeva un appuntamento con i suoi avvocati e una riunione con alcuni membri del parlamento ed esponenti politici locali. Al termine degli incontri, però, un malore.

Dopo alcune ore di riposo, l’ex presidente sembrava stare bene, nonostante i suoi cronici problemi cardiaci. Alle 23.30, un saluto alla moglie, Regina (nella foto in basso, a sinistra), di ritorno dalla città di Ndola. Pochi minuti dopo, Chiluba si è inspiegabilmente accasciato sul proprio letto. A nulla sono valsi i tentativi per rianimarlo.

Sabato 18 giugno, cinque minuti dopo la mezzanotte, Frederick Jacob Titus Chiluba (nella foto in alto) è stato dichiarato morto, all’età di 68 anni. Lascia una moglie e dieci figli.  Si è conclusa così la vita di colui che il New York Times aveva definito, a dispetto della sua altezza, “un grande uomo reso piccolo dalla corruzione”. Il quotidiano americano lo aveva descritto come una “rarità in Africa”. A suo modo lo era.

 

Ex sindacalista, figlio di un minatore della cittadina di Ndola, Chiluba è stato il primo presidente democraticamente eletto dello Zambia, dopo 27 anni di dittatura socialista. Incarcerato e costretto all’esilio sotto il regime del padre della nazione, Kenneth Kaunda, l’ex presidente ha incarnato tutte le speranze di un popolo, schiacciato sotto il peso crescente della povertà. Nel 1991 le prime elezioni democratiche dello Zambia lo hanno incoronato presidente, consegnandogli, per due volte consecutive, il difficile compito di transitare il paese, primo produttore di rame del continente, in un’economia di libero mercato.

 

Chiluba, grande oratore, non è stato in grado di resistere, tuttavia, ai fasti che spesso il potere porta con sé. In pochi anni era già noto a tutto il mondo per il suo stravagante – e costoso – modo di vestire. Ad evidenziare il divario tra il presidente e il suo popolo, restava, infatti, un’inflazione galoppante, una disoccupazione che stentava a diminuire e un reddito pro capite tra i più bassi del continente. Tutto questo nonostante le straordinarie entrate dello Stato dovute alla privatizzazione di centinaia di imprese pubbliche.

 

Dopo aver tentato, invano, di modificare la costituzione, eliminando così il limite dei due mandati consecutivi, Chiluba dovette cedere, nel 2002, le redini del paese al suo delfino, Levy Mwanawasa (nella foto in basso, a destra), suo vice presidente. Era convinto di poterlo manovrare come una marionetta, ma presto si dovette rendere conto del contrario.

 

Vittima della propria vanità, Chiluba è stato poco dopo incriminato, in Zambia, per aver sottratto dalle casse dello Stato mezzo milione di dollari. La Procura di Lusaka ha anche avviato un’azione civile a Londra per recuperare i milioni di dollari trasferiti in Gran Bretagna negli anni della sua presidenza.

Nel 2007 l’Alta Corte di Londra decretò che Chiluba sottrasse allo Zambia 57 milioni di dollari, dirottati sul conto corrente di una banca londinese. “Il presidente deve vestirsi”, si disse durante il processo. Il suo guardaroba, sequestrato a Lusaka, contava ben 346 camice, 206 giacche e 72 paia di scarpe, molte delle quali personalizzate con le proprie iniziali.

La morte del suo ex alleato, Mwanawasa, nel 2008, gli ha donato, tuttavia, un po’ di pace. Il successore di Mwanawasa, Rupiah Banda, ha pensato bene, infatti, di smantellare la macchina anticorruzione avviata negli anni precedenti, determinando, di fatto, l’assoluzione di Chiluba nel 2009.

Nonostante le derive autoritarie e la corruzione, Frederick Chiluba ha avuto il merito di costruire, anche suo malgrado, un sistema politico democratico funzionante nel paese. Occorre, inoltre, tener conto dello straordinario sviluppo della stampa libera negli anni del suo mandato.
“Lasciate che sia pianto in pace” ha detto il presidente Banda, concedendogli tutti gli onori: un funerale di stato, il 27 giugno prossimo, e sette giorni di lutto nazionale.