Da Nigrizia di novembre 2011: cambio al vertice
Michael Sata ha vinto le elezioni contro l’ex presidente Rupiah Banda. Un passaggio di consegne che dovrebbe segnare una discontinuità con il passato. Ma i problemi sono tanti, a partire dal rapporto con le imprese cinesi. Il neoeletto, che pure ha un piglio decisionista, non ha la maggioranza in parlamento.

Dopo 20 anni di dominio ininterrotto del Movimento per la democrazia multipartitica (Mdm) – cioè dal 1991, quando Kenneth Kaunda, il leader storico della Zambia, pose fine al monopartitismo – il paese cambia rotta. Michael Sata, per tutti “Re cobra” per gli attacchi velenosi agli avversari, leader del Fronte patriottico (Fp), è il nuovo capo di stato, avendo sconfitto alle elezioni del 20 settembre il presidente Rupiah Banda (succeduto nel 2008 a Levy Patrick Mwanawasa, morto per infarto).

 

Alle urne il 53,65% degli aventi diritto: 2,7 milioni su 5,6 milioni di elettori. Lo scrutinio si è svolto in una relativa calma. In alcune aree, però, come a Kanyama, bidonville della capitale Lusaka, si sono registrati disordini.

 

In campagna elettorale, Rupiah Banda, ha potuto vantare il forte tasso di crescita dell’economia nazionale: il prodotto interno lordo è cresciuto del 6,4% nel 2009 e del 7,6% nel 2010, grazie all’esportazione di rame, minerale di cui lo Zambia è uno dei maggiori produttori mondiali. Con i prezzi del minerale in ascesa e le esportazioni in aumento, le entrate dell’export sono salite del 40%, raggiungendo 10,2 miliardi di dollari (8,4 miliardi solo per il rame). Ma il governo di Banda non ha ridistribuito queste risorse e l’opposizione glielo ha rinfacciato: il 64% degli zambiani vive sotto la soglia di povertà.

 

Ma il peggio è arrivato due giorni dopo il voto, a causa di ripetuti rinvii della pubblicazione dei risultati. Davanti a cifre parziali trapelate, che davano Sata in vantaggio su Banda, il governo ha imposto ai mass media di non rendere noti i risultati, prima della verifica da parte della commissione elettorale. I sostenitori di Sata, già scesi per le strade per protestare contro una campagna elettorale sbilanciata e finanziata con massicce iniezioni di yuan da parte delle imprese cinesi attive nel paese, hanno sospettato che “verificare” potesse voler dire “aggiustare”. Sata stesso, pochi giorni prima, aveva fatto allusioni a possibili disordini, se gli fosse stata ancora una volta negata la vittoria. Nelle elezioni del 2008, contro Banda, aveva perso per 35.000 voti!

 

Così, nella capitale e in varie città del nord, nella cosiddetta “fascia del rame” (Copperbelt), ci sono stati sanguinosi scontri tra dimostranti e forze dell’ordine, con almeno 2 vittime. A Kitwe un mercato è stato dato alle fiamme, mentre la polizia innalzava barricate nella township di Wusaikile.

 

Il 26 settembre la corte suprema ha decretato la vittoria di Sata, con il 42,24% dei consensi, contro il 35,63% di Banda e il 18.28% di Hichilema Hakainide, candidato del Partito unito per lo sviluppo nazionale (Undp). Nessuno degli altri 7 candidati è andato oltre l’1%. Banda ha prontamente riconosciuto la sconfitta.

 

Alle votazioni parlamentari, l’Fp ha ottenuto 60 dei 148 seggi contesi; l’Mdm, 55; l’Undp, 28; 5 seggi sono andati a parlamentari indipendenti; 8 sono di nomina presidenziale. È chiaro che non si tratta di cambio generazionale nella politica nazionale: Sata, 75 anni, al suo quarto tentativo di diventare presidente, è da 30 anni in politica ed è un ex membro dell’Mdm, che aveva contribuito a creare, ma da cui era uscito nel 2001 per giocarsi le proprie carte.

 

 

Il rame “giallo”

Sata ha saputo sfruttare abilmente il malcontento diffuso tra i lavoratori, i giovani, i disoccupati e i sindacati. In particolare, ha cavalcato il forte risentimento anti-cinese presente tra le classi povere, cresciuto dopo l’ingresso massiccio di capitali stranieri nell’economia durante il mandato di Banda.

 

La presenza dei cinesi in Zambia risale al 1964, quando costruirono la Tazara, la ferrovia che collega la Tanzania allo Zambia. Da allora, c’è stato un crescendo del commercio sino-zambiano. Il boom si è registrato negli ultimi dieci anni, durante i quali si è passati dai 100 milioni di dollari (2000) ai 2,8 miliardi di dollari annui (2010). Oggi l’economia del paese è in mano a cinesi (e indiani), che controllano quasi interamente l’estrazione del rame. Lusaka è la prima città africana a offrire servizi bancari in valuta cinese.

 

«I cinesi non investono (invest), ma infestano (infest)», è stato lo slogan più ripetuto da Sata. Che ha tuonato: «Gli investimenti asiatici non portano alcun beneficio agli zambiani. I profitti delle miniere cinesi non vengono investiti in ospedali, scuole, strade. Le ditte intascano troppo, non sono per nulla attente ai problemi ambientali e ignorano le nostre leggi sul lavoro».

 

Non sono semplici slogan. Dopo la caduta del prezzo del rame negli anni ’70 e il collasso dell’umanesimo africano di Kenneth Kaunda, la nazione sprofondò nella miseria. Defenestrato Kaunda nel 1991, la maggior parte dell’industria mineraria fu svenduta in una torbida campagna di privatizzazione. Dopo la fuga dalle miniere delle compagnie multinazionali europee e americane, per l’improvviso, quanto imprevisto, abbassamento dei prezzi dei metalli, dovuto alla crisi mondiale generalizzata, il governo ha spalancato le braccia alla Cina e ai grandi “affari” cinesi. Oggi, le ditte cinesi sono onnipresenti: hanno investito miliardi di dollari e vantano di aver creato 20mila posti di lavoro. Circa due terzi delle nuove costruzioni coinvolgono aziende cinesi.

 

Ma i critici dicono che Pechino è soprattutto interessata ad accaparrarsi le materie prime; che i posti di lavoro sono in gran parte occupati da operai e minatori guidati da tecnici e dirigenti cinesi; che il modello di sviluppo cinese ha portato corruzione e sviluppo squilibrato. Il quotidiano The Post: «Il partito di Sata da tempo accusa la Cina di trattare i minatori zambiani come schiavi, con turni di lavoro massacranti, senza misure di sicurezza e con paghe da fame. È la verità! Ci sono state ripetute proteste, anche violente, di lavoratori e minatori contro i “padroni” cinesi. Lo scorso anno in una miniera di carbone i dirigenti cinesi hanno sparato contro i minatori, ferendone 13. “Legittima difesa”, hanno detto, e non sono finiti in carcere».

 

Tuttavia, subito dopo la vittoria, Sata si è affrettato a svestirsi del ruolo di “anti- Pechino” ed è passato ad atteggiamenti più prammatici. Ora parla di «accordi bilaterali più precisi, con rinegoziazioni delle rispettive percentuali di guadagno». Ovvio che voglia – e debba – trovare il modo di dire di sì (e con sufficienti garanzie) agli oltre 10 miliardi di dollari già approvati dal governo precedente in termini di contratti con compagnie straniere, in primis cinesi, per consentire al paese di raddoppiare le produzione mineraria nei prossimi 4 anni. Dovrà, però, spiegare meglio alcune parole da lui dette fino a ieri, a proposito di “indigenizzare” l’economia nazionale, sul modello di Robert Mugabe, presidente dello Zimbabwe. Sata tratterà con Pechino. Rivolgendosi a Li Baodong, ambasciatore cinese a Lusaka, Sata è stato chiaro: «I vostri investimenti devono portare ricchezza anche ai cittadini dello Zambia, non solo alla Cina». Intanto il ministro del lavoro, Fackson Shamenda, sta ridiscutendo con le compagnie il salario nazionale minimo.

 

 

Le prime mosse

Il 29 settembre, il varo del nuovo governo. Il vicepresidente è Guy Scott, un bianco zambiano, cofondatore del Fronte Patriottico. I ministri sono 19 (incluso Sata), contro i 25 del governo di Banda. Il veterinario Alexander Chikwanda è ministro delle finanze. Given Lubinda, da sempre in favore della libera stampa, è stato nominato ministro delle informazioni. Wylbur Simuusa, ingegnere minerario, è ministro delle miniere. Il col. Panji Kaunda, primogenito di Kenneth Kaunda, è ministro della difesa. George Chellah, giornalista di The Post, quotidiano di Lusaka, è il nuovo portavoce del presidente.

 

Dopo aver istituito una commissione per indagare sui disordini post-elettorali nella Barotseland (con almeno 2 vittime), Sata ha promesso entro il 2011 una nuova legge sulla libertà di informazione e di “liberare” i mezzi di comunicazione pubblici, «legati mani e piedi al governo e al partito al potere». Inoltre, il ministero delle miniere sarà soggetto a rendicontazioni sulle entrate delle miniere.

 

Il giorno del giuramento, il nuovo leader ha promesso che darà inizio a un profondo rinnovamento socio-economico del paese, improntato a principi di equità sociale. «Dateci 90 giorni e vedrete che vi darò tutto quello che vi ho promesso. Per prima cosa, distribuirò la ricchezza nazionale derivante dal boom minerario». L’11 ottobre, ricevendo l’arcivescovo di Canterbury, Rowan Williams, ha detto: «Governerò ispirandomi ai 10 comandamenti ». Un astuto modo di parlare alla pancia dei suoi elettori? I più pensano di no: il nuovo presidente, cattolico, è convinto di interpretare il bisogno fortissimo di giustizia sociale avvertito nel paese.

 

Le prime mosse di Sata hanno bene impressionato: licenziato il direttore dell’Agenzia delle riserve alimentari e sciolto il suo consiglio; licenziato il capo della polizia; licenziati i direttori dell’agenzia anti-corruzione e di quella del fisco; bloccata la vendita di un’importante banca; sciolti tre principali enti parastatali; costretti alle dimissioni 72 commissari distrettuali nominati da Banda. Il 14 ottobre, una nuova promessa: «Entro 3 mesi, nuova costituzione».

 

Rimane il fatto che ogni proposta di cambiamento dovrà vedersela con un parlamento dominato dall’opposizione. I 60 seggi ottenuti con il voto e gli 8 di sua nomina non gli basteranno. Dopo aver mancato un’alleanza con Hakainde Hichelema per le elezioni, è improbabile che possa contare oggi sui 28 parlamentari dell’Undp.

 

The Post ha già cominciato a porre domande su “Re cobra”: «Tribalismo, regionalismo e nepotismo sono forme di corruzione, e molto pericolose. Bene ha fatto Sata a denunciarli. Ma l’impressione è che tutti e tre questi mali siano presenti nelle nomine fatte da lui. Guardate i nomi degli eletti come ministri, viceministri, segretari e sottosegretari: oltre il 50% sono direttamente o indirettamente imparentati con il presidente. La verità non va taciuta. Michael ha abusato nelle nomine costituzionali, portando in parlamento e nel governo suoi parenti. Non gli si può consentire di gestire il governo come un comitato di affari tribale o clanico. In questo ha commesso errori. Li corregga».

 


 



Acquista l’intera rivista in versione digitale