Nuovo corso?
Il nuovo presidente, leader del maggior partito di opposizione, è chiamato a risollevare l’economia, a tenere a bada le imprese cinesi e ridistribuire i proventi dell’industria mineraria.

Dunque il cambio al vertice c’è stato. Dopo 20 anni di dominio ininterrotto del Movimento per la democrazia multipartitica (Mdm) – quando Kenneth Kaunda, il leader storico che pose fine al monopartitismo – lo Zambia ha un presidente espresso dall’opposizione.

Michael Sata, per tutti “Re cobra”, leader del Fronte patriottico, è dal 26 settembre il nuovo capo di stato, sconfiggendo il presidente uscente Ruphia Banda. Ha avuto il 42% dei consensi contro il 36,1%. Alle elezioni parlamentari, l’Fp ha ottenuto 60 dei 140 seggi disponibili, l’Mdm 55, il Partito unito per lo sviluppo nazionale (Undp), di Hakainde Hichilema (terzo nelle presidenziali), 28; 6 seggi sono andati a parlamentari indipendenti.

I sostenitori di Sata, dopo essere scesi per le strade per protestare dapprima contro una campagna elettorale sbilanciata e finanziata con massicce iniezioni di yaun da parte delle imprese cinesi, poi contro il ritardo nel pubblicare i risultati, sono ora in festa. Sperano che il passaggio di timone si traduca in maggiore giustizia sociale. Anche perché il nuovo leader si è affrettato a promettere: «Distribuirò la ricchezza nazionale derivante dal boom minerario entro i prossimi 90 giorni».

Tuttavia, pensare che il cambio di guardia si traduca necessariamente in una nuova era sarebbe precipitoso, se non addirittura fuorviante. Non si è davanti a un cambio generazionale: il nuovo presidente, 75 anni, al suo quarto tentativo presidenziale, è da 30 anni in carriera, ed è un ex membro dell’Mdm, che aveva contribuito a creare.

Una cosa, tuttavia, differenzia Sata da Banda. Dal 2001, sull’onda di un diffuso malcontento tra le classi lavoratrici, il nuovo leader si distaccò dall’Mdm per giocare le sue carte, sfruttando abilmente il sentimento anti-straniero, suscitato dall’ingresso massiccio di capitali stranieri nell’economia nazionale. Questa volta, ha identificato meglio lo straniero contro cui schierarsi: il cinese. L’economia è in mano a cinesi e indiani, che controllano quasi interamente l’estrazione del rame. Lusaka è la prima città africana a offrire servizi bancari in valuta cinese, e la Bank of China gestisce anche depositi e prelievi in yuan.

Durante la campagna elettorale Sata ha attaccato l’ingerenza cinese in economia e ha promesso di rendere obbligatorio che il 25% delle azioni delle compagnie operanti nel paese fosse nazionale. Subito dopo la vittoria, però, si è affrettato a svestirsi del ruolo di “anti-Pechino” ed è passato ad atteggiamenti più prammatici: il problema consisterebbe nel formulare accordi bilaterali più precisi, con rinegoziazioni delle rispettive percentuali di guadagno. Del resto, con la crisi in atto nel paese (già all’indomani delle elezioni, la valuta nazionale è crollata) e con la necessità di aiutare la popolazione ad uscire dalla povertà, dovrà trovare il modo di dire di sì (e con sufficienti garanzie) agli oltre 10 miliardi di dollari già approvati dal governo precedente in termini di contratti con compagnie straniere, in primis cinesi. (F.M.)