C’è un filo sottile, spesso invisibile, che collega il conto corrente di milioni di italiani all’industria degli armamenti. Non è un percorso diretto, né necessariamente consapevole. Ma esiste. Passa attraverso i bilanci degli istituti di credito, le loro partecipazioni azionarie, i finanziamenti alle imprese del settore, i servizi di supporto all’export.
Ricostruirlo con metodo e rigore è l’obiettivo di ZeroArmi, il rapporto realizzato da Fondazione finanza etica e Rete italiana pace e disarmo, giunto quest’anno alla sua seconda edizione.
Uno strumento unico
Lo strumento si propone come il primo tentativo sistematico di valutare l’esposizione del sistema bancario italiano verso il comparto della difesa. Un settore che negli ultimi anni ha conosciuto un’espansione rapida e che, per ragioni strutturali, tende a operare con un livello di trasparenza informativa molto inferiore rispetto ad altri comparti industriali.
Un’Europa che torna a spendere in difesa
Tra il 2020 e il 2025, la spesa pubblica per la difesa nell’Unione Europea è aumentata del 62,8%. Una crescita che non è frutto del caso, ma di precisi indirizzi politici che, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraìna nel 2022, hanno spinto i governi europei ad accelerare il riarmo e, al tempo stesso, a incoraggiare il coinvolgimento dei capitali privati nel finanziamento del comparto militare.
Confini della Finanza ESG
In questo processo, è emersa anche una discussione sui confini della cosiddetta finanza ESG, quella che orienta gli investimenti secondo criteri ambientali, sociali e di governance.
Alcune voci autorevoli, a livello europeo e nazionale, hanno sostenuto che le spese per la difesa possano essere considerate compatibili con i criteri di sostenibilità, in quanto funzionali alla sicurezza collettiva. Una posizione che ha aperto un dibattito tutt’altro che risolto tra analisti, istituzioni finanziarie e organizzazioni della società civile.
Spesa militare a 33 miliardi di euro
In Italia, la traiettoria è analoga. La spesa militare procapite è passata dai 368 dollari del 2015 agli oltre 600 dollari del 2023. Le stime per il 2025 indicano una spesa complessiva di circa 33 miliardi di euro, pari all’1,46% del Prodotto interno lordo. Gli investimenti in nuovi sistemi d’arma sono aumentati del 77% rispetto al 2021. Numeri che delineano quello che gli esperti del settore definiscono un vero e proprio “super-ciclo” della difesa, destinato a protrarsi almeno per il prossimo decennio.
24 banche sotto la lente
La seconda edizione di ZeroArmi amplia significativamente il perimetro rispetto alla prima. Se il rapporto precedente analizzava undici gruppi bancari, quello del 2026 ne prende in esame ventiquattro, selezionati in base ai flussi di cassa relativi agli anni 2023 e 2024. Una scelta che consente di avere una visione più rappresentativa del sistema creditizio italiano nel suo insieme.
Tre parametri
Per ogni banca, i ricercatori hanno utilizzato un metodo di valutazione basato su tre principali tipi di rapporto con il settore militare. Il primo riguarda le partecipazioni azionarie in imprese della difesa, ovvero la quota di proprietà, diretta o indiretta, che le banche detengono in società che producono o commerciano sistemi d’arma.
La seconda area riguarda i finanziamenti: prestiti, linee di credito, obbligazioni sottoscritte a favore di imprese o programmi di sviluppo militare.
La terza area, infine, comprende i servizi finanziari connessi alla vendita e all’esportazione di armamenti, incluse le garanzie bancarie e le lettere di credito che facilitano le transazioni internazionali.
Trasparenza e confronto
A queste tre dimensioni quantitative se ne affianca una qualitativa, considerata centrale dalla metodologia del rapporto: la disponibilità degli istituti alla trasparenza e al confronto. Fin dall’avvio del progetto, i ricercatori hanno contattato le banche, chiedendo di rispondere a questionari e di fornire informazioni aggiuntive rispetto a quelle pubblicamente disponibili. La disponibilità – o la reticenza – con cui ciascun istituto ha risposto a queste richieste è stata valutata e concorre a formare il punteggio complessivo.
Policy sugli armamenti
Una novità dell’edizione 2025 è l’esame sistematico delle policy adottate dagli istituti in materia di armamenti. I ricercatori hanno analizzato la chiarezza dei criteri di esclusione adottati dalle banche, il perimetro di applicazione di questi criteri e i meccanismi previsti per la loro implementazione concreta.
Questa dimensione non incide direttamente sul punteggio finale, ma offre un elemento di valutazione qualitativa importante per comprendere gli orientamenti strategici di ciascun istituto e, soprattutto, la coerenza tra i principi dichiarati e le pratiche effettive.
Il punteggio finale di ciascuna banca varia su una scala da 0 a 75, dove il valore più alto indica il maggiore grado di coinvolgimento con il comparto militare.
La classifica
I risultati del rapporto restituiscono un quadro diversificato, in cui convivono istituti con approcci molto distanti tra loro.
All’estremo della scala si conferma Banca Etica, istituto che ha commissionato la ricerca e unica banca ad aver ottenuto un punteggio pari a zero. Il rifiuto di qualsiasi esposizione verso l’industria militare è parte integrante del suo statuto.
Coinvolgimento minimo
In una fascia di coinvolgimento che il rapporto definisce “minimo” – con punteggi compresi tra 10 e 20 – si trovano diversi istituti che negli ultimi anni hanno compiuto scelte strategiche orientate a ridurre la propria esposizione verso il settore. Bper Banca, Banco Bpm, Cassa centrale banca e la stessa Cassa depositi e prestiti rientrano in questo gruppo.
Nel loro caso, il punteggio relativamente contenuto è il risultato sia di scelte operative concrete sia di una maggiore apertura verso le richieste di trasparenza avanzate dai ricercatori.
Coinvolgimento moderato
Una posizione intermedia è occupata da Banca Mediolanum, Mediobanca, ICCREA, Crédit Agricole Italia e Banca Popolare di Sondrio. Si tratta di istituti che mantengono relazioni con il comparto della difesa, ma con un’intensità inferiore rispetto ai grandi protagonisti del mercato.
Da segnalare tuttavia che sia la Banca Popolare di Sondrio sia la Bper compaiono nella tabella “Banche armate” pubblicata ogni anno nella Relazione annuale del governo italiano sulle esportazioni di armamenti.
Coinvolgimento significativo
Il quadro cambia quando si osservano i due istituti più grandi per flusso di cassa: Intesa Sanpaolo e Unicredit. Entrambi si collocano in una fascia di “coinvolgimento significativo”, con punteggi compresi tra 40 e 60.
Non si tratta di una novità assoluta; il ruolo delle grandi banche nel sostenere l’industria della difesa è noto e documentato. Il rapporto consente di misurarlo con maggiore precisione e di confrontarlo nel tempo.
Il caso Leonardo e il nodo delle armi nucleari
Uno dei passaggi più delicati dello studio riguarda le relazioni tra il sistema bancario e Leonardo SpA, la principale azienda italiana nel settore della difesa e dell’aerospazio, a partecipazione pubblica.
La questione sollevata dai ricercatori non è la relazione in sé, che molte banche dichiarano apertamente e giustificano in quanto Leonardo è un’impresa legale e quotata in Borsa. Il problema è la coerenza tra le policy adottate dagli istituti e le loro pratiche concrete.
Istituti incoerenti
Molte banche includono nelle proprie politiche di responsabilità sociale l’esclusione di finanziamenti ad aziende coinvolte nella produzione di armi controverse o nucleari.
Tuttavia, il rapporto evidenzia che Leonardo è coinvolta, attraverso il consorzio MBDA di cui detiene il 25%, nella realizzazione del vettore per il missile ASN4G a testata nucleare, un programma sviluppato per le forze armate francesi.
Inoltre, Leonardo assembla in Italia le ali dei caccia F-35, aeromobili progettati anche per trasportare le bombe nucleari americane B61-3 e B61-4.
Nessuna verifica bancaria
Nonostante questi elementi siano documentati e pubblicamente noti, molti istituti di credito tendono ad accettare le dichiarazioni dell’azienda – che nega un coinvolgimento diretto nel settore nucleare – senza procedere a verifiche indipendenti.
Questa prassi, secondo i ricercatori, solleva interrogativi sull’efficacia reale dei meccanismi di controllo interni alle banche e sulla capacità dei loro sistemi di intercettare situazioni di potenziale incoerenza rispetto alle policy dichiarate.
Armi e spesa sociale
Il rapporto affronta anche una dimensione che va al di là del perimetro strettamente finanziario, toccando l’impatto macroeconomico della corsa al riarmo. In un contesto di vincoli di bilancio – l’Italia, come gli altri paesi dell’eurozona, deve rispettare le regole del Patto di stabilità e crescita – ogni incremento della spesa militare corrisponde a una riduzione delle risorse disponibili per altri settori.
Più occupazione con il welfare
Gli autori citano studi che mostrano come gli investimenti in sanità, istruzione e transizione ecologica generino, a parità di risorse impiegate, un impatto occupazionale significativamente superiore rispetto alle spese militari. Non si tratta di un argomento assoluto – la sicurezza collettiva ha un valore che le sole metriche occupazionali non catturano – ma è un elemento che, secondo i ricercatori, dovrebbe essere parte integrante del dibattito pubblico sulle priorità di spesa.
Il rischio di opacità
Uno degli snodi più rilevanti segnalati dal rapporto riguarda il quadro normativo che regola il controllo sull’export di armi.
La legge 185 del 1990 ha rappresentato per oltre trent’anni uno strumento di trasparenza significativo: tra i suoi obblighi, prevede che il governo presenti annualmente al parlamento una relazione dettagliata sull’esportazione di armamenti, che include l’elenco delle banche coinvolte nelle operazioni finanziarie connesse a queste transazioni.
Nel mirino la “185”
Al momento della pubblicazione del rapporto, è in discussione alla Camera una proposta di modifica della legge che, tra le altre cose, mirerebbe a eliminare proprio questo obbligo di pubblicità. Se la modifica venisse approvata nella forma proposta, il sistema finanziario che sostiene l’export di armi diventerebbe significativamente più opaco, e le organizzazioni della società civile – così come i singoli cittadini – perderebbero uno strumento di monitoraggio di difficile sostituzione.
Le raccomandazioni
Il rapporto si chiude con una serie di raccomandazioni indirizzate agli istituti di credito italiani. Le principali riguardano la pubblicazione volontaria dei dati sui finanziamenti al settore militare, l’adozione di policy di esclusione più rigorose e verificabili – non solo dichiarate, ma accompagnate da meccanismi di controllo effettivi – e, più in generale, un riorientamento progressivo dei capitali verso settori ad alto impatto sociale e ambientale positivo.
La responsabilità delle banche
Il messaggio di fondo è che la responsabilità degli istituti di credito nel finanziare o meno determinate attività non è solo una questione etica, ma anche reputazionale e, in prospettiva, regolamentare. Il quadro normativo europeo sulla finanza sostenibile è in evoluzione e le banche che oggi si dotano di strumenti di valutazione robusti saranno meglio posizionate per adattarsi ai requisiti futuri.
Appello ai risparmiatori
Sullo sfondo c’è l’appello rivolto ai risparmiatori. Il denaro depositato in banca non appartiene all’istituto, ma a chi lo ha affidato: e se è vero che le banche lo impiegano secondo le proprie strategie e i propri criteri, è altrettanto vero che i correntisti hanno il diritto di sapere in quali attività viene investito.
ZeroArmi vuole essere, nelle intenzioni dei suoi autori, uno strumento che rende questo diritto esercitabile in modo concreto e informato.