Il governo dello Zimbabwe ha annunciato la sospensione delle esportazioni di tutti i minerali grezzi e della forma concentrata del litio, risorsa chiave per la transizione energetica di cui il paese è uno dei primi produttori al mondo.
Stando a dati ufficiali, il settore minerario garantisce il 75% delle vendite di beni all’estero del paese. Oltre al lito, lo Zimbabwe estrae anche oro, cromo e platino, tra gli altri.
La mossa del governo di Harare è da collocare in una politica più ampia che mira alla trasformazione del settore minerario: da mera fonte di valuta estera tramite l’esportazione a volano di sviluppo industriale per la raffinazione e la creazione di valore aggiunto in loco.
Trattenere la ricchezza prodotta dalle risorse minerarie rafforzando la capacità di raffinazione, e quindi di produzione di valore lungo la filiera, è da sempre uno dei principali obiettivi dei paesi africani ricchi di risorse del sottosuolo.
Per comprendere il differenziale nei guadagni tra il prodotto grezzo e quello raffinato, basti sapere che uno dei due principali derivati del litio impiegato per la realizzazione delle batterie elettriche, il carbonato di litio, ha un costo a tonnellata oltre dieci volte superiore alla versione grezza.
Negli ultimi anni diversi paesi stanno promuovendo politiche più decise per aumentare i ricavi dall’industria mineraria, dal Mali al Burkina Faso alla Repubblica democratica del Congo. Kinshasa ha applicato nei mesi scorsi un blocco alle esportazioni del cobalto, poi sostituito da un sistema di quote, che diversi analisti hanno già paragonato all’iniziativa dello Zimbabwe.
La decisione del governo
Harare insiste su questa strategia ormai da diversi anni. A fine 2022 il paese ha imposto un primo, a dire il vero non molto efficace, divieto di esportazione della forma grezza del litio.
Il nuovo provvedimento è stato comunicato con una nota dal ministro delle miniere, Polite Kambamura. Nel comunicato si informa che il divieto include «tutti i minerali attualmente in transito» e che la misura resterà in vigore «fino a nuovo avviso».
La misura riguarda il litio concentrato, ovvero il minerale allo stato a cui viene portato subito dopo l’estrazione: mediante una serie di processi, la percentuale di litio contenuta nella pietra da cui viene ricavato viene infatti fatta aumentare fino a raggiungere circa il 6%. È un passaggio propedeutico alla vera e propria raffinazione, che avviene in seguito.
Il ministro specifica che il divieto mira a «garantire la trasparenza, la creazione di valore e ricchezza all’interno del paese, la conformità e la responsabilità nell’esportazione delle risorse minerarie dello Zimbabwe».
Affermazioni che sono state chiarite ulteriormente in una lettera inviata alla locale Camera di commercio del settore minerario e visionata dall’agenzia Reuters. Nel documento si spiega che la «revisione fa parte di uno sforzo più ampio per ridurre le perdite e migliorare l’efficienza dei nostri sistemi» a fronte della preoccupazione per le «continue pratiche scorrette durante l’esportazione dei minerali».
Le autorizzazioni all’esportazione saranno concesse ora solo alle «aziende in possesso di licenze minerarie valide e di capacità di lavorazione approvata», sempre secondo quanto affermato dal ministro.
Il problema del contrabbando
Le pratiche scorrette citate da Kambamura sono da intendersi soprattutto come il contrabbando di minerali, una piaga che colpisce il paese da anni e che ha anche diminuito l’efficacia del divieto all’esportazione del litio grezzo imposta nel 2022.
Il comparto più colpito da questo fenomeno è sicuramente la produzione aurifera, concentrata in siti minerari informali o artigianali, ancora più difficili da monitorare.
Secondo una stima dell’International Crisi Group, Harare arriva a perdere fino a 1,5 miliardi di dollari all’anno per colpa del contrabbando di questa preziosa risorsa.
Nel 2023 un’inchiesta di Al Jazeera ha mostrato come il traffico di oro coinvolga direttamente figure legate al governo del presidente Emmerson Mnangagwa, che utilizzerebbe il contrabbando anche per aggirare le sanzioni imposte al paese dal parte della comunità internazionale occidentale e partire dai primi anni 2000.
L’oro bianco
Il governo interviene adesso sull’altro oro, quello bianco, così come viene definito il litio vista la sua centralità per la transizione energetica. La stragrande maggioranza di questo minerale viene esportata verso la Cina, il paese che concentra una quota enorme della capacità di produzione delle batterie elettriche.
Il provvedimento comunicato questa settimana anticipa in realtà una misura che era stata annunciata lo scorso giugno, quando Harare aveva comunicato che a partire dal 2027 il paese avrebbe esportato solo il solfuro di litio, un prodotto intermedio che serve poi ad arrivare al carbonato o all’idrossido di litio, i due principali derivati utilizzati nella produzione delle batterie.
La misura voleva essere insomma uno sprone ad ampliare le capacità di raffinazione dell’industria locale. L’accelerazione sui tempi potrebbe essere stata causata anche dal grande aumento del litio sui mercati, che da novembre a oggi ha circa raddoppiato il suo valore stando a quanto riporta la testata specializzata Bloomberg.
Per quanto concerne le capacità di raffinazione in loco, lo Zimbabwe si sta comunque muovendo. E lo sta facendo in modo particolare grazie a investimenti cinesi, tra i principali partner economici e commerciale del paese, il principale destinatario del litio che veniva esportato e il maggiore investitore nel campo minerario.
Una società a maggioranza privata cinese, Zhejiang Huayou, ha costruito un impianto dal valore di 400 milioni di dollari a poca distanza dalla capitale e dovrebbe iniziare a produrre solfuro di litio entro la prima metà dell’anno in corso.
Anche la società statale Sinomine Resources ha annunciato piani per costruire una struttura per la raffinazione dal valore di 500 milioni di dollari presso la miniera di Bikita, il più grande sito di estrazione del litio dello Zimbabwe, situato nell’est del paese.