Zimbabwe. Lo ZANU-PF ci prova: l’era Mnangagwa non deve finire
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Il partito ha deciso di prolungare il termine del secondo mandato del presidente dal 2028 al 2030, in barba a ciò che stabilisce la Costituzione
Zimbabwe. Lo ZANU-PF ci prova: l’era Mnangagwa non deve finire
Le opposizioni e la società civile vanno all'attacco, ma sono indebolite da 45 anni a partito unico
20 Ottobre 2025
Articolo di Brando Ricci
Tempo di lettura 8 minuti
Il presidente Emmerson Mnangagwa

Il partito che guida lo Zimbabwe da 45 anni vuole prolungare di due anni il periodo al potere del presidente Emmerson Mnangagwa, al vertice dello stato dal 2017 e al suo secondo, e in teoria ultimo, mandato. Che questo non possa essere fatto dal solo partito in totale autonomia, stando all’ordinamento del paese, sembra essere visto come un fatto irrilevante. Non è così per le opposizioni e la società civile, che si oppongono alla decisione ma che devono far fronte con una debolezza strutturale dopo quasi mezzo secolo di spartito politico unico nel paese. 

La risoluzione dello ZANU-PF

Prima di tutto, i fatti. Nei giorni scorsi si è riunito il 22esimo congresso del popolo, di base il congresso nazionale dell’Unione Nazionale Africana di Zimbabwe – Fronte Patriottico (ZANU-PF), la formazione politica al governo. Il summit si è svolto a Mutare, capoluogo della provincia orientale del Manicaland, situata a pochi chilometri dal confine con il Mozambico.

È in occasione della conferenza che il partito è giunto a una risoluzione che ordina di creare tutte le condizioni legali affinché il mandato del presidente possa essere esteso di due anni. La fine della presidenza Mnangagwa, che ha 83 anni, si sposterebbe quindi dal 2028 al 2030.  

Il ministro della Giustizia, Ziyambi Ziyambi, che è anche il segretario per le questioni legali dello ZANU-PF, è stato incaricato di supervisionare il processo. «Il partito e il governo sono tenuti ad avviare gli emendamenti costituzionali necessari per dare effetto legale a questa risoluzione… Tutti gli organi del partito, tra cui il Politburo e il Comitato centrale, sono tenuti ad attuare pienamente questa risoluzione», ha spiegato il ministro.

Come è stato fatto notare durante la conferenza, questa mozione era stata in realtà già approvata l’anno scorso, durante il precedente congresso nazionale. Non è stata però ancora implementata in alcun modo. Le ragioni alla base della decisione di posticipare il termine dell’amministrazione del presidente le ha spiegate ancora il ministro Ziyambi: «La leadership visionaria del presidente Mnangagwa – ha affermato il dirigente del governo -, caratterizzata da stabilità, ripresa economica e sviluppo nazionale trasformativo, deve continuare a guidare la nazione oltre l’attuale limite costituzionale del mandato».

In linea teorica, lo ZANU-PF vuole che il capo dello stato guidi al paese almeno fino alla fine del cosiddetto Zimbabwe Vision 2030, un piano di sviluppo economico e sociale che mira a fare del paese un’economia a reddito medio-alto entro il 2030.

Quali sono gli ostacoli?

Ci sarebbe però un grosso “ma” nel piano dello ZANU-PF di tenere Mnangagwa al potere: la legge dello Zimbabwe. A partire dalla Costituzione di cui si richiede l’emendamento.

La Carta fondamentale parla chiaro infatti: il limite massimo di mandati presidenziali è due; ogni mandato dura cinque anni. Come spiega il think tank locale specializzato in questioni giuridiche Veritas, per cambiare queste disposizioni sono necessari una serie di passaggi. Innanzitutto bisogna tradurre tutto in un disegno di legge, farlo passare per consultazioni pubbliche e poi farlo approvare dai due terzi del parlamento, Assemblea nazionale e Senato.

Lo ZANU-PF, anche a seguito di una serie di controverse decimazioni fra le file delle opposizioni, dispone di questo margine alla camera bassa, mentre al Senato la questione è più complessa. Se la battaglia in parlamento sarebbe a quel punto vinta, non lo sarebbe però la guerra.

Secondo la legge infatti, la modifica della Costituzione che mira a estendere il mandato di un presidente deve necessariamente passare per un referendum popolare. Ma non finisce qui. Le leggi dello Zimbabwe, allo stato attuale, rendono l’emendamento della Costituzione eventualmente raggiunto applicabile solo per i nuovi presidenti, e non per quello in carica mentre si svolge il processo di riforma costituzionale. Per Mnangagwa sarebbe quindi durissima riuscire in questo processo di trasformazione dell’ordinamento statale.

Le reazioni delle opposizioni…

Lo ha fatto notare anche Jameson Timba, leader ad interim del principale partito di opposizione del paese, la Coalizione dei cittadini per il cambiamento (CCC). «La risoluzione 2030 dello ZANU-PF di oggi non specifica come questa verrà attuata», ha premesso Timba, che ha poi spiegato: «Se ciò significa modificare la Costituzione, solo un referendum può decidere e, anche in quel caso, il presidente in carica non può trarne beneficio. Lo Zimbabwe è governato dalla legge, non dalle risoluzioni del partito».

Della stessa linea anche Nelson Chamisa, carismatico ex leader della CCC. Chamisa ha scritto sul social X, in riferimento alla decisione del partito al governo: «Le risoluzioni dello ZANU vincolano il partito e i suoi membri, non lo Zimbabwe e il suo popolo».

Anche la società civile ha fatto sentire il suo dissenso. Job Sikhala, noto attivista a lungo in carcere, facilitatore del National Democratic Working Group Zimbabwe (NDWGK) pure ex membro del CCC, ha detto all’agenzia Reuters che «come risponderemo a questa enorme provocazione da parte di un partito politico il cui modus operandi è sempre stato predatorio, definirà la sfida più grande per le forze democratiche della nazione».

… e le loro debolezze

La reazione delle opposizioni c’è stata quindi, anche se la cronica debolezza che da tempo segna chi si oppone al governo potrebbe minare gli sforzi di contrastare il disegno del presidente. Lo ha evidenziato senza mezzi termini il giornalista Hope’well Chinono, fra i più seguiti del paese. In un lungo editoriale pubblicato sempre su X, il cronista ha sentenziato: «Finché non ci sarà un’opposizione funzionante, qualsiasi cosa lo ZANU-PF intenda fare, accadrà. Il partito continuerà ad attuare il suo programma senza alcuna resistenza politica».

Sul banco degli imputati c’è soprattutto Chamisa, che dopo aver a lungo guidato il CCC senza successi particolari, ha deciso di prendersi una sorta di anno sabbatico dalla politica, pur continuando a intervenire sulle faccende di maggiore attualità. Un’ambivalenza che spaccherebbe ulteriormente la CCC secondo Chinono, partito da tempo fiaccato da una serie di defezioni, scissioni e cambi di casacca.

Nonché da una manovra del governo che ha favorito la nomina di una sorta di finto segretario generale, Sengezo Tshabangu, che sul finire del 2023 ha autonomamente deciso di deporre un buon numero di deputati del partito.

Come si costruisce il potere 

Ma la debolezza delle opposizioni non è l’unico ostacolo all’idea di arginare le mire autoritarie dello ZANU-PF. Urge un passo indietro nella storia. Il partito al potere guida lo Zimbabwe sotto varie denominazioni dal 1980, dalla fine della lotta di liberazione contro un regime della minoranza bianca che si era unilateralmente sostituito all’amministrazione coloniale britannica nel 1965.

In sostanza quindi, il 1980 ha segnato l’indipendenza dell’odierno Zimbabwe, noto fino a quel momento come Rhodesia. Lo ZANU è stato il maggiore fra i movimenti che hanno condotto questa lotta di resistenza. Il potere del partito è coinciso per la maggior parte degli anni con il governo del presidente ed ex leader ribelle Robert Mugabe, al potere fino al 2017, quando proprio l’attuale presidente Mnangagwa l’ha costretto alle dimissioni con un colpo di stato interno al partito. Mugabe è poi deceduto nel 2019.

Il preambolo è necessario per comprendere l’estensione del dominio del partito e quindi la sovrapposizione fra questo e le istituzioni statali. Questo problema riguarda lo Zimbabwe ma anche gli altri paesi dove i partiti che hanno guidato la lotta di indipendenza o la liberazione da regimi segregazionisti continuano a governare a decenni di distanza dalla fine di quella fase storica. È il caso a esempio dell’Angola e del vicino Mozambico.

Una leadership duratura, quella di Harare, che ha faticato a tradursi in sviluppo per i cittadini, visto che lo Zimbabwe resta un paese dove il 40% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà di due dollari al giorno mentre almeno un quarto soffre di povertà multidimensionale, relativa cioè all’accesso all’acqua, la sanità e a standard di vita degni.

Un paese che soffre in forma cronica di alti o altissimi livelli di inflazione e di una precarietà monetaria a cui non si riesce a mettere fine. Lo Zimbabwe ha emesso sei diverse valute dal 2008 a oggi. Harare è inoltre di fatto isolata da buona parte della comunità internazionale occidentale da oltre 20 anni, da quando cioè l’ex presidente Mugabe condusse una controversa e a volte violenta politica di espropriazione delle terre agricole dei proprietari bianchi.

Incapace di ripagare il suo debito, il paese è anche escluso dai canali di finanziamento delle grandi istituzioni economiche multilaterali, per quanto questa sua posizione si stia rinegoziando con la mediazione della Banca africana di sviluppo (AfDB) e in cambio del pagamento dei risarcimenti dovuti ai contadini a cui venne tolta la terra dal regime di Mugabe. 

Una storia infinita? 

L’era ZANU-PF è quindi destinata a durare in eterno? Non è detto. I rischi più grandi alla stabilità del partito vengono in realtà dall’interno. Da tempo è in corso un conflitto fra due grosse fazioni: una guidata dal presidente Mnangagwa e l’altra dal vice presidente nonché ex capo delle forze armate, Constantino Chiwengwa. Dalla parte di quest’ultimo ci sarebbe anche un nutrito e influente gruppo di veterani della guerra di liberazione che ha più volte convocato delle proteste nazionali contro il presidente. L’ultima, non più tardi di alcuni giorni fa. 

A oggi queste tensioni non sono sfociate in nulla di concreto. Secondo alcuni analisti l’ultima risoluzione del congresso che è al centro di questo articolo sembra aver messo una pietra tombale sopra alle velleità di potere di Chiwengwa. Resta il fatto evidenziato dall’attivista ed editorialista del quotidiano The Zimbabwean, Tendai Ruben Mbofana. «Un partito politico che non riesce a produrre successori capaci, che non riesce a coltivare una leadership che vada oltre un singolo uomo, è semplicemente in attesa che avvenga un disastro politico».

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