Zugag. Diario grafico di uno straniero professionista - Nigrizia
Libri
Khalid Albaih
Zugag. Diario grafico di uno straniero professionista
wetlands, 2026, pp. 160, € 18,00
02 Settembre 2026
Articolo di Arianna Baldi
Tempo di lettura 3 minuti

Cosa significa appartenere a un luogo quando i luoghi a cui appartieni vengono cancellati? È attorno a questa domanda che si muove Zugag. Diario grafico di uno straniero professionista di Khalid Albaih, che già con la scrittrice Fatin Abbas aveva indagato le ferite del Sudan.

Albaih non racconta una finzione, ma l’esperienza di chi appartiene a una famiglia di «stranieri professionisti», sparsi per il mondo da decenni. Lo fa, come sempre, attraverso il disegno, lasciando che sia la forma stessa del diario grafico ad accompagnare il lettore dentro una condizione che, nelle sue pagine, appare insieme quotidiana e irrimediabilmente fratturata.

Anche il colore segue questo movimento, assecondando e rendendo visibile l’evoluzione dello stato d’animo di chi racconta, smascherando una semplicità solo apparente: sotto la superficie del quotidiano si deposita il peso di una vita in cui ogni luogo porta con sé la traccia anche di ciò che è stato perduto.

Il termine arabo zugag oscilla tra il significato di «vetro» e quello di «vicolo», ed è proprio nei vicoli veneziani, durante la Biennale 2024 Stranieri ovunque, che Albaih vive il paradosso del migrante contemporaneo. Mentre vaga per la città, si sente invisibile o intruso: un «turista nero» in una città che si dice «violentata dagli stranieri».

In questo isolamento, il perdersi tra le calli veneziane riattiva il ricordo di quando l’autore si perse tra i vicoli di Omdurman, a poca distanza da quella che avrebbe dovuto essere casa sua. È lì, nel cuore del proprio luogo di origine diventato improvvisamente estraneo, che Albaih scoppia a piangere: nella consapevolezza che lo smarrimento più profondo non avviene dove sei straniero, ma dove non riesci più a orientarti tra le tue stesse radici.

Eppure, in questa frammentazione, Albaih rintraccia una forma di stasi che è pura resistenza. Davanti a un anziano di Burano, seduto ostinatamente fuori dalla propria porta nonostante l’assedio dei turisti, la memoria dell’autore torna a una immagine inviatagli dal padre durante l’avanzata delle milizie Janjawiid nel loro quartiere in Sudan.

Suo padre si fece fotografare immobile sulla sua sedia preferita in giardino, circondato dai pochi vicini rimasti. Non era attaccamento nostalgico: era la decisione di non farsi cancellare dalla violenza. In quel sedersi, c’è una domanda che attraversa tutto il libro: è più resistente chi parte o chi resta?

La risposta di Albaih evita le retoriche della forza: «La gente ci definisce resilienti. La resilienza ha molte facce. A volte significa andarsene. Altre volte significa rimanere radicati nel posto in cui si è». Partire e restare diventano così due forme diverse della stessa resistenza, due modi di opporsi alla cancellazione.

Zugag rivendica lo statuto dello straniero professionista non come una condanna, ma come un privilegio conquistato con il dolore. «Ogni luogo viaggia con me», scrive Albaih: la resistenza non sta più nel ricomporre una identità infranta attorno a un’unica casa, ma nel trasformare l’esilio in una nuova forma di cittadinanza, dove la casa non è più un edificio a Omdurman o a Doha, ma la capacità di rendere ogni luogo simile a sé.

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