Da Nigrizia di luglio 2011: Italia, il Libro bianco sulla cooperazione
La cooperazione allo sviluppo in Italia è in via di dismissione. I dati pubblicati nel rapporto di alcune ong fotografano lo smantellamento definitivo del settore. La Farnesina punta sulle imprese. Ma depista. La verità è che serve un cambio di rotta radicale. E anche molte ong devono smettere di restare prigioniere di una politica sbagliata.

Desolazione. Smantellamento. Archiviata l’idea. Vittima dei tagli peggiori. Drastica fine. Scatola vuota. Dibattito deprimente. Palude. Tema fuori dall’agenda politica parlamentare…

 

L’oggetto di questa litania sconfortante è la politica pubblica di cooperazione allo sviluppo. E quelle di cui sopra sono solo alcune delle espressioni che si ritrovano nell’annuale Libro bianco 2011 – Oltre l’aiuto, elaborato da alcune delle menti più avvertite e sensibili del mondo delle organizzazioni non governative italiane (tra cui la Campagna per la riforma della Banca mondiale, la Campagna “Sbilanciamoci!”, Lunaria, Un ponte per…, Network afghana, coordinate da Giulio Sensi). Una cinquantina di pagine che annunciano l’ennesimo de profundis per un settore della vita pubblica italiana caricato, negli anni, di enormi attese. Non che sia una grande novità. Il dibattito suscitato negli scorsi mesi da Nigrizia, che ha fatto intervenire alcuni dei protagonisti del mondo delle ong sullo stato di salute della cooperazione italiana, aveva già emesso sentenze inappellabili. Ma la plastica fotografia che esce dal Rapporto rappresenta al meglio la poltiglia con cui s’impasta oggi la politica italiana degli aiuti.

 

Il fallimento si manifesta, innanzitutto, nei numeri. Nel 2010 l’ammontare netto dell’aiuto pubblico allo sviluppo (Aps) italiano è stato dello 0,15% del prodotto interno lordo (pil), con un ulteriore calo rispetto al 2009 dell’1,5% e del 35%, se raffrontato ai livelli del 2008. «Per il 2011 – si legge nel Libro bianco – le prospettive sono ancora meno rosee: la legge di stabilità 2011 ha tagliato questa voce di bilancio di 30 milioni di euro, con un calo ulteriore del 45%, rispetto al 56% del 2010 rispetto al 2009. Una riduzione di risorse complessive prevista per il 2011 di 148 milioni». La cifra messa in bilancio dal ministero degli affari esteri (Mae) dedicato all’Aps è di 179 milioni di euro, che diventano 100 milioni al netto dei costi di gestione e degli impegni già adottati negli anni precedenti. Vorrebbe dire, secondo alcune stime, lo 0,12% del pil. Per il Coordinamento italiano network internazionali (Cini), in termini assoluti siamo sotto i livelli del 1997.

 

L’Italia, di fatto, ha smesso di avere una propria politica di cooperazione allo sviluppo. Si affida sempre più all’Unione europea: nel 2011 la quota di Aps gestita direttamente dalla Comunità europea sarà del 65% sul totale. Ma anche in Europa siamo il fanalino di coda, superati pure dalla Grecia. Grazie al nostro 0,15%, l’Ue non è riuscita ad arrivare, nel 2010, a quello 0,56% del pil in aiuti che i suoi stati membri, nel 2005, si erano imposti di raggiungere.

 

L’Italia è inadempiente anche con i pagamenti ai fondi multilaterali di sviluppo (tipo fondo globale per l’ambiente, per l’aids…): ci eravamo impegnati a livello internazionale a versare 1 miliardo 970 milioni entro il 2010. I contributi sborsati sono stati, invece, 444 milioni.

 

In questo dimagrimento a tappe forzate della cooperazione, il governo italiano si lancia in slogan vuoti di strategia. Uno di questi è l’approccio “Whole of Country“. Una visione olistica dello sviluppo, dove il governo mette in un unico calderone le politiche pubbliche, i flussi finanziari gestiti da attori non statali come le imprese e le ong, e anche le rimesse dei migranti. Il tutto, marchiato con il timbro “aiuti allo sviluppo”. Una mezza truffa, tanto per nascondere le miserie dei finanziamenti pubblici.

 

Ma adesso va di moda riempirsi la bocca con espressioni tipo “partenariato pubblico-privato”: «Questa è la nuova strada per promuovere sviluppo nei paesi poveri», recitano come un mantra alla Farnesina. Non ci dicono, tuttavia, se appoggiare gli affari di un’azienda italiana in un paese del sud porti reali benefici di sviluppo in quelle aree svantaggiate. O solo utili nelle casse private.

 

Il Rapporto si conclude definendo «deprimente» il dibattito politico e parlamentare sulla riforma di una legge, la 49 del 1987, ormai concepita nell’era mesozoica. Da 6 legislature si parla di stravolgerla. Nulla è stato fatto. Per gli autori del Libro bianco, «il modello e il paradigma della Cooperazione allo sviluppo del secondo dopoguerra si sono sostanzialmente esauriti». E anche molte ong, secondo loro, «rischiano di restare prigioniere di una logica ormai inadeguata, tutta incentrata su una serie di rivendicazioni (più soldi, restyling di alcuni articoli della legge 49, conferenza nazionale sulla cooperazione…) che non incidono su una filosofia radicalmente nuova di cui la cooperazione avrebbe bisogno».

 

Il nuovo modello dovrebbe indicare strade nuove rispetto a quelle neoliberiste, cambiando l’ordine economico, «rimettendo al centro le politiche pubbliche, rifiutando quell’ideologia di mercato di cui i paesi poveri hanno pagato duramente le conseguenze». Un esempio: è stato calcolato che la sola elusione fiscale delle imprese multinazionali che realizzano investimenti nel sud del mondo costa a questi paesi oltre 100 miliardi di dollari ogni anno, più dell’intero budget per la cooperazione internazionale allo sviluppo. «Un welfare al contrario», l’ha definito il Libro bianco.

 

 

tabella 1

 

tabella 2

 

tabella 3

 


 



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