L’editoriale del numero di maggio
La cooperazione allo sviluppo e noi.

Bisognerebbe avere il coraggio di riscrivere il vocabolario dedicato alle politiche della cooperazione allo sviluppo in Italia. Con il tempo, si sono annebbiate le differenze tra beneficenza e solidarietà; tra emergenza e attività di cooperazione; tra aiuti umanitari e missioni militari di “pace”; tra cooperazione alla sicurezza e cooperazione allo sviluppo. L’azione umanitaria è ormai diventata una massa informe che, agli occhi dell’opinione pubblica, galleggia in un unico grande contenitore. Lo dimostra il dibattito pubblico suscitato dalla recente vicenda di Emergency, con il rapimento di tre suoi operatori in Afghanistan. Con quella scia di polemiche sul ruolo – per alcuni ambiguo – delle organizzazioni non governative in zone di conflitto.

 

Sgomberiamo subito il campo da possibili equivoci. La biografia di Nigrizia, con le sue denunce, lo testimonia: nessuno di noi mette due belle fette di salame sugli occhi quando si tratta di segnalare come intorno agli aiuti umanitari sia sorta, lungo gli anni, una vera e propria industria di organizzazioni (l’Industria della solidarietà, il fortunato titolo del libro di Linda Polman, ed. Bruno Mondadori) che si contendono i flussi di denaro della comunità internazionale per le diverse aree di crisi. Si tratta di centinaia di miliardi di dollari. A questi si deve aggiunge il denaro dei “privati”. Con l’avvicinarsi della dichiarazione dei redditi, siamo sommersi di volantini, spot, e-mail, sms, telefonate di piccole, medie e grandi associazioni che chiedono il nostro aiuto: una colletta, una firma per il 5 per mille. Il tutto, perché c’è sempre un’emergenza più emergenza di altre da tamponare. Da suturare. Un fiume di denaro di cui a fatica, poi, se ne conosce la foce. E che spesso diventa un elemento connaturato alla stessa situazione emergenziale, che si trasforma, così, in un’occasione per fare business. Un’area di crisi perpetua, che si autoalimenta nelle sue criticità, perché così rimane una fonte di reddito. Le ong devono accettare di dare risposte serie su questo. Non si devono blindare in uno scudo d’immunità per la semplice ragione che loro si sporcano le mani con il fango del mondo. Non possono trasformarsi solo in “progettifici”, buoni per tutte le crisi del pianeta.

 

Detto questo, tuttavia, si deve sciogliere, una volta per tutte, un equivoco: l’aiuto pubblico allo sviluppo non coincide con l’emergenza. Si devono tenere distinti i due interventi. Nessuna confusione. Non si può definire emergenziale quell’intervento che nasconde uno sviluppo mancato. Vedi il caso delle pandemie che colpiscono il continente africano.

 

Molti non lo ricordano: ma l’aiuto pubblico allo sviluppo gestito dal ministero degli affari esteri (sua la definizione) «è lo strumento principale con il quale l’Italia sostiene i paesi partner nei loro sforzi di promuovere lo sviluppo sostenibile e concorre all’azione della comunità internazionale per il raggiungimento degli obiettivi di sviluppo. La cooperazione allo sviluppo è, in particolare, finalizzata a garantire la tutela della vita e della dignità umana e a contribuire a un mondo più equo». Questo vuol dire che gli scopi primari dell’azione e dei programmi della cooperazione dovrebbero essere «il supporto ai processi di sviluppo sostenibile nei paesi più poveri; la lotta alla fame e alla malnutrizione per il raggiungimento dell’autosufficienza alimentare; la valorizzazione delle risorse umane e promozione dell’accesso all’istruzione di base e della formazione; la salvaguardia e valorizzazione del patrimonio ambientale, culturale e dell’habitat urbano come risorsa per lo sviluppo; la lotta alle pandemie; il rafforzamento delle capacità mldi gestione dei sistemi sanitari di base; la difesa e promozione dei diritti delle donne, dei bambini/e, degli adolescenti e giovani; la promozione dello sviluppo economico dal basso, attraverso il sostegno alle piccole e medie imprese e il microcredito; le iniziative che consentano ai paesi più poveri di beneficiare dei risultati dello sviluppo scientifico e tecnologico; il rafforzamento dello stato di diritto e sostegno alla società civile».

 

Tutte azioni che hanno bisogno della quotidianità. Di un’azione pensata, programmata, finanziata a lunga scadenza.

 

Ma di tutto questo, della fatica di costruire relazioni con la società civile, di coinvolgere le comunità locali, della pazienza di cambiare dal basso, l’opinione pubblica italiana non ne sa nulla. Le basta versare un piccolo obolo quando viene colpita nei sentimenti da qualche immagine “sacrificale”. Di conseguenza, c’è un totale disinteresse da parte della politica italiana. L’ennesima conferma ci arriva dall’Ocse che sbatte Roma, ancora una volta, in fondo alla classifica dei paesi donatori.

 

Il sistema sembra funzionare solo in un regime emergenziale. Allora scatta la beneficenza. Scatta la donazione da filmare e da far vedere in tivù. A questo punto, però, si crea un corto circuito per cui ogni area povera del continente si trasforma in un’area di crisi. E ogni ong è costretta a vestire i panni eroici del superman dell’emergenza. Altrimenti non arrivano fondi, sms, collette…

 

Chi esce con le ossa rotte da questa logica perversa è lo stesso concetto di sviluppo.

 




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