Fiume Congo / Dossier novembre 2016

Mentre aumentano le aree protette, allo stesso tempo diminuiscono le foreste e la fauna, a causa di un diffuso bracconaggio di carne di selvaggina e di avorio, fonte di finanziamento per mafie e terrorismo.

L’organizzazione non governativa britannica Rainforest Foundation, in un voluminoso rapporto pubblicato lo scorso aprile e incentrato su 34 aree protette della regione – Protected Areas in the Congo Basin: failing people and biodiversity? – rileva che la biodiversità declina e che il bracconaggio prospera. Nonostante che negli ultimi dieci anni siano stati investiti per la conservazione di queste aree centinaia di milioni di dollari. La popolazione dei grandi mammiferi (elefanti, bongo o antilopi di foresta, gorilla e scimpanzé) continua a diminuire a ritmi allarmanti, anche se si moltiplicano le restrizioni all’accesso alle zone forestali.

Questo stato di cose, secondo Rainforest, pone più di un interrogativo sulla validità del modello di conservazione scelto.

L’Unione europea, tra il 1992 e il 2010, attraverso il programma Ecosistemi forestali dell’Africa centrale (Ecofac), ha messo a disposizione 108 milioni di euro. Mentre tra il 2004 e il 2010 il programma Usa per l’ambiente (Carpe) ha posto sul tavolo 110 milioni di dollari, ai quali si aggiungono 51 milioni per il periodo 2013-2018. Altri finanziamenti sono arrivati dalla Banca africana di sviluppo (47 milioni di dollari, 2009-2014) e dal Congo Rainforest Fund (130 milioni di dollari provenienti dai governi britannico e norvegese).

Negli ultimi anni, la superficie protetta nel bacino del Congo è aumentata significativamente. Il governo della Rd Congo ha dichiarato, nel 2012, di voler accrescere fino al 17% la superficie delle aree terrestri protette, mentre quello del Gabon ha promesso, nel 2015, di puntare all’obiettivo del 23% nelle aree marittime. In Camerun, Congo e Repubblica Centrafricana la superficie protetta è già superiore al 17%.

Il paradosso è che, nello stesso tempo…

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